Rituale etiopico.6 /Il vulcano offeso?

 

Avvicinarsi al vulcano

I vulcani non si offendono. Sono indifferenti. Hanno il tempo dalla loro. Anzi: sono d’accordo con i fisici teorici: il tempo non esiste. L’idea dell’infinito non li sfiora. Loro si divertono. Sanno di essere la prova che il nostro pianeta è ben vivo. E’ una creatura vivente. E così l’Erta Ale gioca alle trasformazioni. Un tempo, quando nessuno vi saliva, era più lento, andava e veniva, ma lo faceva a modo suo, adesso ha la vanità dello spettacolo, sa che ogni notte decine di persone si incamminano sui suoi sentire, sente un leggero solletico e allora ci ha preso gusto…

Il pentolone fumante

La prima volta che vi salii fu sorprendente più che generoso. Spuntò fuori all’improvviso da una foschia nebbiosa e ruggì con tutta la sua forza. Mi ritrassi di qualche metro, rimasi in silenzio, non sapevo cosa guardare, ero accecato. Poi, tutti assieme (eravamo solo tre e c’era un guerrierio afar bello come un dio con noi), applaudimmo. A suo modo, il vulcano fece un inchino e lancio ‘capelli di pele’, come stelle filanti, contro il cielo. E credo che disse: ‘Ok, tornate’. Siamo tornati: per salutare le acacie spinose che provano ad arrampicarsi sulla lava, per portare doni ai guardiani di pietra, per scoprire – un’altra sorpresa, non ce ne eravamo accorti la prima volta – il cucciolo di vulcano che cresceva ai confini della caldera, per inginocchiarsi in qualche preghiera alla bellezza terribile. Gli afar intuirono che l’Erta Ale era una cassaforte per loro e che gli uomini e le donne che salivano fino al fuoco avevano bisogno di capanne dove dormire. Nacque un villaggio di igloo di pietra. Manca ancora il bar, e un lodge. Prima o poi…

La donna dormiente

L’ultima volta che sono stato qui, il vulcano aveva dato uno dei suoi spettacoli più coraggiosi. Aveva costruito un nuovo cratere, aveva organizzato discese di lava in un cerchio attorno a lui, aveva colorato di nero-notte la caldera e poi si era divertito a galleggiare. Voleva guardare gli uomini da pari a pari. Stava lì a mezzo metro di te, all’altezza dei tuoi ginocchi, un lago di lava in ribellione, premeva per uscire, per andarsene, per riempire i vuoti. Per fortuna c’era il vecchio uomo che sapeva dei vulcani: tranquilli, sta riposando, lui si avvicinò fin quasi ad accarezzarlo, un uomo e una donna si baciarono controluce per costruire un’agenza matrimoniale della Dancalia. Quella volta vidi il bordo del vulcano creparsi e un rivolo di lava cercò di farsi strada. Incontro ravvicinato.

Non ti viene mai il desiderio…

 

Scendere in un vulcano è sempre un formicolio

E ora? Dal campo base, dal ‘luogo dei due alberi’ il vulcano mostrava un attivismo mai visto. Pennacchi di fumo, sbuffi nerastri, vapori bianchi a far muovere l’orizzonte del cielo e improvvisi addensarsi di rosso. ‘Sei in salute, ragazzo’. E invece era uno spettacolo per attirarci nel nuovo show, un inganno da acchiappa-illusioni, un tentativo sperimentale: niente fiamme, niente fuoco, niente muscoli, solo la cortina di un fumo, un ballo pomposo di vapori, un gioco fra lava nerissima e crocchiante e un sipario di ovatta denso e, a volte, irrespirabile. Insomma, volevamo un carnevale di botti e ci ritroviamo in una sala di musica troppa seria. Eravamo pronti a un concerto di Jimi Hendrix e ci ritroviamo con un sontuoso violinista novecentesco.  Datemi il tempo di abituarmi. Il vulcano, questa notte, ha smesso gli abiti del giocherellone e vuole mostrare un’altra faccia. Dall’alto, appare come un’immensa pentola fumante. Ruggito improvviso. ‘Ehi, non ti arrabbiare, scherzavo’.

La luna come lucerna della mia capanna

 

Il tetto della mia capanna

 

Un po’ ci ha provato…(sbiadito, ragazzo)

Il giorno regala la sua bellezza. Sbaglia chi sale su questo vulcano, dà un’occhiata e ridiscende. L’Erta Ale va esplorato con la luce del giorno. Ecco, il vulcano fratello: anche lui fuma come un angelo invisibile, nasconde il cono nero, ‘Cucciolo’, il vulcanetto che ho visto nascere e crescere, è collassato su stesso. E’ stato bello, muchacho. Saliamo sugli altri coni, tracce della vita passata dell’Erta Ale. Sono belli, orgogliosi del loro tentativo, attorcigliati in liane di lava. Camminiamo sulla fragilità del vuoto, il fumo ci costringe a girare al largo, fazzoletti bagnati, scintillio del lago Afdera nella piana lontana, riflessi del sale, terra che diventa rosso-scuro, poi gialla, poi bianca. Sbuffano gli alien che cercano, da mille anni, di uscire dal ventre della terra. Com’è bello, quassù. No, com’è strano. Il vento si precipita sul vulcano, afferra il fumo bianco, lo porta in alto, cerca di spostarlo verso di noi. Diventiamo toreri vulcanici, giochiamo a evitare le folate. Il vulcano ha gentilezza, capisce che il nuovo spettacolo ci ha lasciato addosso malinconie, sacrifichiamo perfino un drone al dio del fumo, Mohammed si spinge fin sul bordo del cratere pur di recuperarlo. ‘Va bene, riprendilo, ma non ci provare un’altra volta’. ‘Ok’, mentiamo. ‘Ti abbiamo filmato, sai’. Ricordo quando qualcuno mise bandiere tibetane in questo maremoto di lava. Un fotografo tedesco si apre una gamba scivolando sulla lava, noi camminiamo con passi più tranquilli e cauti. Le due donne della medicina lo rappezzano con sapienza. A notte, il fuoco prova a sbiadire di rosso il fumo, si arrende, respira, tossisce, ruggisce a volte. E la sua voce, per una notte, per questa notte, entra nei nostri polmoni, scava il ricordo.

 

Ok, abbiamo capito

D’altra parte avremmo dovuto sapere che ‘Erta Ale’ è la ‘montagna che fuma’, che altro può fare?

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