Rituale etiopico. 7/Dodom,il vento e le caramelle: ‘Bentornato in Dancalia’

Sipario

Adesso so. So che la piana di Dodom ha deciso un suo modo di festeggiare il mio ritorno. Alzo la mano: sono io il colpevole. Colpevole di una lieve felicità: ho convinto Nati ad attraversare la piana di Dodom, la desolazione della piana di Dodom. Da tempo, le carovane di viaggiatori se ne vanno per altre strade, cercano la tranquillità dell’asfalto, moltiplicano per tre i chilometri, fanno un infinito semicerchio, ma si evitano il vuoto di Dodom. E invece noi, inconsapevoli e sfacciati, puntiamo dritti verso il nulla, la Dancalia più fetida e urticante. La Dancalia della polvere e del vento. Non è stagione di khamsin, ma per accogliermi con dignità il vento ha deciso di soffiare. Come un marinaio che osserva l’orizzonte di tempesta, ci fermiamo a guardare la nuvola di polvere che sta davanti a noi. Un sipario bianco. Un’ovatta sporca che galleggia come un’onda e cancella ogni paesaggio. Spuntano ombre da questa barriera di nebbia, bambini che corrono, fantasmi della polvere e del fango risecchito. Chiedono caramelle e sputano terra. Hanno ciglia imbiancate. Noi abbiamo un’esitazione. Ma poi, senza un altro pensiero, seguendo tracce invisibili, certi di smarrirci, entriamo nella nuvola.

Primo passo

 

Secondo passo

Il khamsin è vento di febbraio, di marzo. Non dovrebbe agitarsi in questi mesi. Cerco di spiegarglielo, ma lui si fa un baffo delle mie parole, sorride senza tradire le minima emozione, non dice una sola parola e soffia con più forza: ‘Vuoi la Dancalia, eccotela. Bentornato’. La Dancalia nel suo splendore, nella sua ossessione, nel suo volto di polvere. Guardiamo avanti a noi e ci sentiamo perduti. Non c’è orizzonte, non c’è paesaggio. Terra e cielo non esistono più. Marciamo, a velocità inesistente, in una nuvola bianco-avorio, caos immobile della natura.  Tutti gli esploratori che sono passati di qua, quasi sorvolano con le loro parole sulla piana di Dodom. Come se volessero dimenticare quei giorni. Ricordano solo la fatica, ‘la lussuria del rischio’, la sete che non può essere placata. Vanno avanti a capo chino, si proteggono bocca e occhi con cenci laceri. Sono chilometri penosi. Anche per noi. I vetri delle macchine non proteggono. Nuovamente, siamo in silenzio.

Terzo passo

 

Quarto passo

Non vediamo a un metro. Siamo in mezzo a una tempesta che non è tale. Non ha violenza. E’solo opprimente. Claustrofobica. La polvere biancastra, quasi solida, ci avvolge. Una nebbia che copre il mondo. La giovane guida appare disorientata. Nati socchiude gli occhi, si sporge in avanti, afferra saldamente il volante, cerca una traccia, piogge fuori stagione hanno cancellato la pista. Andiamo avanti. E la Dancalia annuisce fiera di noi.

 

Quinto passo

Vi spiego cosa è il khamsin, ne scrivevo quindici anni fa. Altro che vento di Dio. Non vi si è mai trovato in mezzo, chi lo ha scritto. Soffia da Sud. Arriva dal mar Rosso. Ma qui, questo vento bollente, afoso e sudato, è intrappolato nella piana di Dodom e, come un leone in gabbia, va avanti e indietro, con rabbia piena di rancore, nelle vana ricerca di una via di fuga. A oriente stanno le barriere delle Alpi Dancale. A occidente, c’è la diga di pietra dell’altopiano etiopico. Il vento, qui, trova un perfetto campo giochi per la sua violenza. E’ come se avesse a disposizione per le sue bizze una pista ad alta velocità, una piana polverosa lunga una sessantina di chilometri, piatta come un biliardo.  Alza mulinelli, il khamsin, aizza microtornadi, provoca cicloni di polvere. Scolora il mondo, deprime uomini e donne, scortica la loro pelle. Le stuoie delle capanne sono difese inutili. Per giorni e giorni si mangia solo polvere e sabbia. I cristiani dicono che il khamsin si scatena dopo il giorno della Pentecoste, ma questi giorni sacri sono ben lontani. Gli arabi sostengono che questo vento scuote il deserto per almeno cinquanta giorni. Quel che è certo è che il khamsin è imprevedibile. Non è un monsone. Non conosce regolarità. Si alza all’improvviso per storie sue, si placa senza alcun annuncio. Si riaccende non appena hai tirato un sospiro di sollievo. A volte va avanti a folate. Poi si intestardisce e rimane come ancorato alla terra. Entrarvi dentro è come scomparire in una nebbia di polvere che annuncia il nulla.

Ancora…

In Dancalia, poi, il khamsin sembra farsi beffe delle teorie degli uomini. Ha regole sue. Non so nemmeno che nome abbia: sanigli, ho letto su antiche note coloniali; wal-walla, mi hanno detto in vetta all’Erta Ale; ghilalta, tempesta di sabbia, vento del Sud, mi sussurrò Zehino, mentre navigavamo ciechi nella piana di Dodom. Ogni volta che sono passato, il vento cambiava nome, metteva in scena la sua follia e cancellava la terra. Come sempre: come faccio a spiegarvi? Scendo dalla macchina e, spalle leggermente ricurve, sento il vento avvolgermi. E penso: ‘Come mi piace tutto questo!’. Devo essere ammattito sul serio.

 

Più vicino…

Un punto scuro si ingrandisce lentamente. E’ una piccola macchia scura che si muove sulla parete di polvere. Avanza, cammina, qualcosa svolazza attorno a lui. E’ un uomo. No, è un ragazzino. Mi fisso su di lui, lo guardo, ne sono ammirato, non corre, ma cammina con decisione. Il suo profilo diventa sempre più chiaro. Cento metri, si avvicina, cinquanta metri, venti metri, è davanti a me. ‘Fly Emirates’. Scultura di sabbia, denti che cercano il sorriso, occhi punteggiati di polvere, ciglia imbiancata. Si piazza davanti al mio petto, alza il capo e dice: ‘Caramella’.

Fly Emirates..

Ci sono ombre in questo inferno di polvere. Ci sono villaggi. Ci vivono uomini e donne, qui. Sono ostinati, folli, rassegnati. Non hanno scelta. Non so cosa abbiano fatto di male per nascere qui.

Uomini, donne, bambini, animali sono fantasmi polverosi che appaiono e scompaiono a seconda dei turbini del vento. Stanno lì. In piedi, accanto ai recinti delle vacche. Non ne vedo i volti. Sono davvero solo profili scolpiti dalle rotazioni del khamsin. Non si difendono più dal vento. Gli scialli di tela indonesiana non proteggono. Guardano senza paura l’alzarsi di decine di trombe d’aria. Le ciglia e i capelli sono sabbia. Gli occhi sono striati da vene di sangue. Penso davvero alla fortuna di essere nati altrove. Qualche ragazzino agita un bastone per tenere sotto controllo mandrie di vacche immobili nel vento. Ci sono carcasse di dromedari. Donne invisibili vanno verso pozze che da qualche parte devono pur essere. I villaggi sorgono là dove c’è acqua. Almeno una speranza di acqua. Niente ha colore, in questo momento. E’ solo sporco. Un polveroso bianco-sporco. Guardo i rivoli di polvere che scendono lungo i finestrini.

Il secondo attore appare sulla scena…

Ritrovo i nomi dei villaggi. Ignorati perfino dalla nostra guida. Sulla scogliera nera della colata di lava sfilano i villaggi di Kaddaà e Ogoheboroo. Nomi che sorgono dall’istinto: stanno per ‘La grande pietra’ e per ‘La casa delle capre giovani’. I paesi delle piana sono illusioni. Berità è ‘Il recinto delle vacche’. I bambini, appena visibili, azzardano un saluto con un agitare di mano. Non esiste una vera pista. Perdiamo e ritroviamo tracce di altre macchine. Andiamo avanti a zig-zag. Ci infiliamo in una prateria di monticelli erbosi. ‘Cornee paglie, ramoscelli stentati, venti infami’, scriveva un secolo fa Ludovico Nesbitt. Ci sentiamo come la pallina di un flipper. Aiythroah è ‘Il vecchio posto’. Meno 83 metri sotto il livello del mare. Desolazione assoluta. Nuvola di cavallette. Carcasse di vacche morte di stenti sono disseminate per la piana di fango secco. Sono animali crollati al suolo all’improvviso, senza emettere un solo suono, morti in un istante roteando gli occhi. Gli animali brucano l’impossibile in questa piana. Ecco Argalè, corso di un wadi essiccato e qualche capanna: ‘Il luogo che fa rumore’. Namagubbi, ‘Le due pianure’. Almeno qui c’è una vegetazione incartapecorita.

E, all’improvviso…

 

La felicità del cammello

Dodom ci ha messo alla prova. Questo è un battesimo. Un onore. Il rituale della ‘prima volta’. Come se fosse ‘la prima volta’. Oggi le guide e gli autisti dei ferenji scelgono le rassicuranti deviazioni dell’asfalto per la strada delle montagne. La Dancalia ha i suoi ultimi sussulti: sa che dovrà salutare il popolo dei turisti, i cinesi, nuovi signori delle Afriche, stanno costruendo serpenti di asfalto sulle sponde della lava, stanno cercando di domare la forza della natura, avranno l’illusione di riuscirci, abbandoneranno i villaggi alle loro tempeste di sabbia. Il mondo cambia anche in Dancalia. Siamo gli ultimi viaggiatori, si chiude il secolo dell’andare nella polvere.

Ritrovo il mio letto ad Hamed Ela

La Dancalia ha gratitudine per noi e, all’improvviso, ci dona il suo spettacolo migliore, più smagliante. E’ un miracolo: la nebbia di polvere si solleva in un lampo, scompare come se non fosse mai esistita. Il sole bianchissimo cerca di dare qualche colore, riassesta la scena, trova una tinta scintillante e accende una prateria. Una prateria in Dancalia! Usciamo dal labirinto velenoso degli arbusti dei ‘ frutti di Sodoma’  e sbuchiamo in un pascolo verdissimo, erba alta fino a nostri ginocchi. Cambio improvviso di specchio a Dodom, un altro mondo. Linea nera, linea verde, dopo l’inferno, il paradiso, mi vergogno di questa banalità. Ma i cammelli sono felici, cercano perfino di avere un’espressione, come fanno i bambini: hanno le gambe fra l’erba, ruminano con tranquillità e, per la prima volta, credo di vedere i loro occhi con lampi di felicità. E’ come se avessimo varcato lo specchio di Alice. E’ come se acque invisibili si fossero raccolte contro l’argine insuperabile della lava e avessero regalato linfa e vita a sorprendenti praterie. Le macchine ora fanno lo slalom fra l’erba più verde del mondo

Bentornato in Dancalia.

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