Rituale etiopico. 8/Hamed Ela, il centro del mondo

Aisha

Nella notte non troviamo Hamed Ela. Dov’è il passaggio sulle dune di sabbia-pomice? Dove è il guado sull’uadi in secca? Abbiamo già lasciato dietro a noi le palme di Waideddu, ‘il luogo delle gazzelle’? Non riconosco le geografie, sono altri paesaggi, l’uomo li ha stravolti. Mutazioni. I nuovi riferimenti sono i caterpillar cinesi e i massi colossali rimossi dagli escavatori. Labirinto di nuove strade, reticolo di piste di servizio costruite dai manovali dell’autostrada della Dancalia. Nessun segno che possa aiutarci, nessuna luce. La cortina della notte nasconde gli orizzonti, passiamo per colate di lava sventrate dalla forza meccanica degli uomini. Hamed Ela è come rannicchiata, invisibile, nascosta nella sua tana, come se avesse capito che tutto sta cambiando. Un tempo ne vedevamo il profilo contro il sipario delle montagne dell’altopiano. Allora il villaggio giocava a nascondino, ma alla fine si mostrava. Appariva in una foschia di polvere. Con gli anni sono arrivate le luci dei generatori, l’antenna dei cellulari, i fari dei militari, il riflesso delle lamiere…poi vi era l’orizzonte mobile delle carovane, la linea fra cielo e terra si muoveva sul dorso dei cammelli di ritorno dalle cave del sale. Ci indicavano una direzione, ci aprivano la strada.

Oggi, questa notte, niente si muove e noi non sappiamo dove siamo. Inutile compulsare googlemaps, inutile riflesso contemporaneo. La tecnologia finalmente è sconfitta. Uno scrittore francese direbbe: ‘Siamo fuori dal dispositivo’. Alla fine, il miraggio di un’altra macchina, un’auto che non ha l’aggressività di un fuoristrada, un’auto da città mai vista in questo deserto: tecnici della strada? Ragazzi di Makallè in cerca di un’avventura? Ingegneri in ricognizione? Loro sanno dov’è Hamed Ela e, a passo di lumaca, ci guidano fuori dal labirinto, fino all’asfalto che sfiora la crosta del sale. Al posto delle carovane ci sono le luci dei fari di alcune altre macchine che, a notte, portano via i turisti dalla collina caleidoscopica di Dallol.

Ecco, Hamed Ela, il ‘mio’ villaggio, il villaggio dei cavatori, le capanne dove è cresciuto Dini, il ragazzo che mi chiama ‘dad’, qui sono conosciuto come ‘Dini father’. Il paese è come ‘spento’. Sta al buio, le due luci aeree dell’antenna dei cellulari appaiono come una doppia stella aliena. Solo i militari fanno ronfare il generatore per avere televisioni e birre fresche (non possiamo portarle alla nostra capanna).  Per il resto Hamed Ela è un deserto. Nella notte, però, ritrovo il mio letto, la luna si è alzata sulla piana del sale e lascia una scia come accendesse il mare. Rimango fermo a guardare questo miraggio lontano mentre tutti sono indaffarati a scaricare le macchine. Fate con calma, fate con calma, siete arrivati, guardate questa meraviglia di pietre grigie, questo nulla così affollato, questo luogo abbandonato così ritrovato, questo ‘niente’. Già, penso che qui bisogna venire e dormire perché non c’è ‘niente’. Mi addormento felice sul mio letto e chiedo all’asino di ragliare prima dell’alba. Voglio godermela Hamed Ela.

Awa assieme ad Alì e Yassin

Questo scrivevo anni fa:

‘Le capanne di Hamed Ela si confondono con i sassi grigi, con il sipario delle montagne, con le ombre del pomeriggio. E’ invisibile questo villaggio. Sembra sorgere dalle pietre. Ne ha lo stesso colore. Un non-colore. Grigio su grigio. Nebbia su nebbia. Le capanne di Ahmed Ela sono costruite con legni recuperati dal letto dei wadi. Sono coni scomposti e perfetti. E’un irriconosciuto capolavoro di land-art, questo villaggio. Cercate un ecovillaggio senza compromessi? Eccolo, è qui, la vostra ricerca è finita, ci state arrivando. E’ stato tirato su con i materiali che generazioni di uomini del sale hanno trovato nella polvere, nella sabbia, nella lava. Le donne hanno intrecciato le stuoie delle burra. I bambini hanno selezionato i legni più dritti fra i rami contorti delle acacie e li hanno trasportati sulle spalle fino alla loro futura casa. Non c’è un solo albero attorno ad Ahmed Ela. Nemmeno uno stentato filo d’erba. Non si può coltivare niente di niente. Questo luogo, senza essere un deserto, è oltre l’aridità. Gli afar hanno spostato massi su massi. Hanno perfino tracciato una parvenza di urbanistica. Nel loro vagabondare, hanno trovato corde, stracci, plastiche, lamiere. I wadi, dall’altopiano hanno trascinato nella depressione detriti, rifiuti, rottami. Sono eccellenti materiali da costruzione. E, così, come un improvviso cespuglio di piante del deserto, è nato Ahmed Ela. Forse più che invisibile, questo è un luogo mimetico: nemmeno i satelliti di GoogleEarth riescono a scovarlo negli spazi vuoti fra gli ultimi canyon dell’altopiano e la Piana del Sale. Gli uomini di queste terre sanno di essere parte della natura e, allora, si camuffano da arbusto, da pietra, da sasso.

Ha cambiato spesso geografia, questo villaggio. Ha subito la forza della natura e la violenza degli uomini. E’ stato sempre un impossibile rifugio, Ahmed Ela. Nesbitt, qui, non trovò che pochi, provvisori ripari e nessuno osò dirgli che avevano un nome. Ahmed era sicuramente nomade e il suo villaggio (Hamed Ela, il pozzo di Hamed) non poteva che essere mobile. Ma, forse, ora è cresciuto troppo per un nuovo trasferimento: Hamed, dagli anni ’80, anni terribili in queste terre, è diventato sedentario e qui si trova bene. Questo è il suo pozzo. Un pozzo generoso. La sua acqua è perenne, non conosce disseccamenti. Merito del Saba river, delle sue incredibili acque perenni.  Hamed Ela è nato sulla sponda di una conca dove le acque di questo fiume carsico si raccolgono in un grande deposito sotterraneo. Assurdo per assurdo, questo è un paese rivierasco. In fondo ai due pozzi (nel più orientale vi è una giocosa pompa a mano) ci sono spazzature, scorie, animali morti, fanghiglia sporca, poltiglie vegetali. Ma l’acqua c’è. Sempre. Salmastra. Sporca. Calda. Sufficiente per dissetare centinaia di cavatori del sale. Il pozzo di Ahmed è il villaggio di chi spreme la sua vita in questo deserto privo di pietà, è la base logistica di chi, afar o tigrino, sopravvive spezzando la crosta salina dell’antico mare fossile della Dancalia. Hamed Ela è una estrema periferia del mondo. No, è uno dei centri della Terra.’

La nostra famiglia africana

 

Awa e il mio caffè

 

Oggi andiamo di fretta. I bianchi vanno di fretta.

Non c’è tempo, questa volta. Solo una notte, poche ore del giorno. Il tempo della birra dai militari. E poi, nel pomeriggio, con le ore che fuggono, Aisha e i suoi due figli. Sarà stata lei a ‘unire’, con un tratto di tinta nera, le ciglia di Yassin, Awa prepara subito il caffè, Alì, il piccolo Alì, se ne sta a culo nudo, il vecchio Alì si lava per pregare: da quanto tempo lo conosco, ha la sua litania: ‘piattini, cucchiaino, bicchieri, signorina’, memoria del suo lavoro di cameriere con gli italiani (quanti secoli fa, Alì?). Medina, la madre, è lontana, al paese vicino. Il fratello Yassin, i nomi sono tracce della famiglia, arriva sdentato e disoccupato. Non ci sono i cavatori ad Hamed Ela, i negozi sono chiusi, il forno è spento. Non ci sono i carovanieri, gran parte dei militari sono andati via, le ragazze hanno chiuso i loro caffè. I generatori tacciono. Non ci sono rumori. Non si affilano le piccozze del sale, non si arroventa la lama in fuochi di merda. Ci sono solo i fuoristrada dei turisti, gli autisti allineano i loro letti nella strada che conduce alle baracche dei militari.

Il vecchio Alì

Aisha mi viene incontro. Piccola, minuta, mi chiedo come abbia fatto a tenere nella pancia due figli. Gracile, quasi trasparente, le ossa come cartavelina. Le sue mani già snodate a intrecciare foglie di palma. Rituale: mi siedo sul materasso di lato alla loro capanna, ne saggio la ruvidezza di coperta da caserma, quasi mi distendo, mi tolgo le scarpe. Niente è cambiato. La nuova modernità di Hamed non ha sfiorato la mia famiglia africana. Awa sciacqua le tazzine del caffè, l’acqua bolle in un fuoco dentro la capanna, la teiera ha le scorie nere degli anni, Aisha afferra le foglie di palma e lascia andare le dita. Intreccia come sempre ha fatto sua madre. Io aspetto. Passa Fatuma, arrivano altri ragazzetti, si affacciano degli uomini. Questa è davvero la mia famiglia africana. Lascio vestiti per i bambini. Vorrei lasciare denaro, non lo faccio. Non so perché. Caffè, due caffè, tre caffè. Le tazzine riempite a filo. Yassin aiuta Alì a bere da una borraccia. Non ci sono parole possibili. Il tempo scivola. Devo andare. Mi alzo, mi infilo le scarpe. Finito. Tempo finito. Awa scompare nella capanna. Con Aisha ci sfioriamo le spalle. Yassin mi accompagna fino alla strada. Vorrei tirar fuori dei soldi, lui mi precede, non mi dà il tempo, come se volesse sottrarmi dall’imbarazzo: ‘By’. E se ne va, un sorriso sdentato e non si volta indietro. Giorni dopo Dini, il fratello che sta all’università, mi dirà: ‘Yassin non ha futuro’. Io rimango in bilico di pensieri di polvere. Cosa è il futuro in Dancalia? Cosa è il futuro per un cavatore di sale? Voglio andare via. Voglio rimanere qui. Voglio…

Aisha e Alì

 

Awa e il mio caffè

Non sono andato al pozzo.

 

Non sono andato al forno.

 

Non ho voluto vedere il vallone dei cammelli.

 

Non sono andato alla moschea. Tre soli edifici in muratura: la moschea, la scuola, la casa di Hussein, il capo. Là dentro ci sono le foto della vecchia mostra fotografica ‘permanente’ di Paolo e mia.

Awa e il mio caffè

Sono immobile, guardo un punto lontano, senza vederlo.

Passa Nati, mi guarda, mi dice: ‘Tuttoaposto?’. Sbalzo di luoghi. E’ la stessa cosa che mi direbbe Pasquale al paese. E io guardo Nati, non so dove mettere le mani: ‘Tuttoaposto’. Faccio tre passi, un’occhiata alla strada come se ci fosse traffico. Salgo in macchina.

 

Ho imparato a non voltarmi indietro. Ma le lacrime sanno di polvere.

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