Rituale etiopico.9/L’attesa di Dallol

La piana del sale

Ho promesso a me stesso: nemmeno una foto a Dallol. Basta, sono dodici anni che mi lascio ingannare dai colori di questo vulcano mancato. Lui si diverte (io, pure, sia chiaro) a illuderci, ogni volta prepara un tumultuoso scenario diverso, lo ricostruisce ogni notte. E’ vanitoso fino all’esibizionismo. Mai che lo abbia visto una volta uguale a sé stesso. Glielo devo dire: ‘Non sei riuscito a diventare vulcano e allora ti esibisci come un Arlecchino geologico. Prova ancora a darti da fare, vedi se ce la fai a tirar fuori tutta la tua potenza’. Ma lui niente, preferisce la gloria di questi uomini bianchi che scendono fino ai suoi 82 metri sotto il livello del mare per fare foto e video. Ha rinunciato ad ambizioni di fuoco, ha preferito il caleidoscopio dei colori al trionfo della lava. Gli uomini di Hamed Ela sono complici: hanno capito che il fallimento di Dallol come vulcano è la loro fortuna e, dopo il primo disorientamento (che ci fanno qui, tutti questi bianchi?) hanno visto il il popolo dei turisti affollarsi pur di camminare fra gaycers, laghettti da miraggio, praterie di fiori di pietra e sculture degne della fantascienza. Dallol si è specializzata nello stupore. E, metamorfosi dei lavori, i cavatori (meglio: i notabili di Hamed Ela e i loro amici) sono diventate guide.

La strada di sale per Dallol

Non c’è verso: anche se non hai la macchina fotografica, non resisti alla tentazione. Fotografi lo stesso.

E’ strano, Dallol. E’ un luogo che inganna e maschera. Chi è arrivato fin qui, sa che cosa l’attende. Ognuno di noi, a bordo dei nostri disonesti fuoristrada, ha già visto cento immagini di questa collina che bluffa nascondendosi dietro un aspetto insignificante. Mica per niente è stato inventato Internet: nella rete i geysers di Dallol non smettono mai di sbuffare. Dallol, fra i viaggianti dell’Africa, è celebre come la Tour Eiffel. E’ una meta. E io, all’ennesimo andare su questa collina, salgo con rassegnazione, ma appena sono sul confine con wonderland la mia abitudine diventa sempre meraviglia.

 

Giardino a labirinto

 

Le parole, per pigrizia, perché non ne trovo altre, le ricopio da vecchi diari:

Dallol, non ricordo chi me lo abbia detto, è il ‘Monte degli Spiriti’. Ho preso per buona la traduzione. Ma infinite sono le variazioni: ‘Monte delle Streghe’, a leggere vecchie e già dimenticate cronache coloniali. ‘Monte del Diavolo’, ad ascoltare viaggiatori francesi. E Hussein, il lungo e magro Hussein, una sera che ebbe voglia di raccontare una storia diversa, decise di rispondere a una domanda distratta: ‘Sta per ‘pietre d’oro’’, disse. E poi si azzittì come a guardare l’effetto che le sue parole avevano prodotto.

Alien

Nel 1916 vi passò un ingegnere minerario (come doveva essere arrivare qui nel 1916?). Si chiamava Francesco Rodriguez. Scrisse che Dallol è una ‘costellazione di isole…una costellazione di vulcanetti in miniatura’. Mi piace la parola ‘costellazione’. Questo bizzarro vulcano non ha davvero uguali al mondo.

Non avevo mai visto il fondale del lago: una prateria

 Cosa è Dallol? Non lo so. Non l’ho capito. ‘Interazione fra vulcanismo e idrologia’, mi disse un francese. E tanto mi bastò. Suonava bene. Isolotto geyseriano: questo fa molto Islanda. Sta sopra la coltre salina della Piana. E’salgemma, strati di argilla, gesso. E’nato nell’olocene, mi spiegano. Ultima epoca del Quaternario. E’recente, Dallol. Poco più di undicimila anni di vita. E’ vivo, Dallol. Forze tettoniche lo hanno sopraelevato, spinto verso l’alto. Lui si è rifiutato di trasformarsi in vulcano, ma lo è. Uno strano vulcano. Acque acide, sale, sole, vento, impossibili e violentissime piogge hanno trovato un deserto fertile per la loro arte. Il magma, un passo sottoterra, ha fatto bollire l’impasto vulcanico. Una polenta tettonica, ecco cos’è Dallol. E ancora non ha conosciuto quiete: il paesaggio qui è mutevole, non si mostra mai uguale, i Ginn si divertono a modificarne colori, sculture, anfratti. Dallol, facile a dirlo, è un altro pianeta.

E’ fragilissimo, Dallol. Con un passo sgretolo un dente di sale cristallizzato. Ne sono desolato. Ho staccato un’unghia a un capolavoro. Ma l’uomo può far parte di questo posto?

I pensieri di Alì

Una volta ho fatto un censimento delle visioni di Dallol. Il primo geyser è un pilastro vulcanico disseccato. Ha perso il suo colore. E’ sbiadito. Indifferente. Solitario. Un maggiordomo pallido che dice, controvoglia: ‘Entrate’. Ma si vede che vi guarda con commiserazione.

Le pozze

Poi ci sono i fiori. Distesi su un tappeto. Anzi, sotto il tappeto. Qualcuno si è dimenticato di sistemarlo là per terra. E allora il sottosuolo è ben visibile. E i fiori sono a mazzi, hanno steli appuntiti, si divaricano in corone, non fanno crescere erba sotto la loro ombra. Rendono sorprendente l’ingresso a Dallol. Sono sparsi per un campo. Sotto il sale è un gorgoglio pietrificato. I fotografi cominciano a sgranarsi.

Gli isolotti aspettano l’acqua.  A volte arriva e allora le loro sponde si erodono in una soluzione acida. Altrimenti stanno lì: arcipelago senza mare. Forme sferiche, potrebbero essere torte nuziali e, invece, sono funghi di soda e zolfo. Ci si diverte a saltare da uno all’altro. Parco giochi, sorrisi un po’ forzati. Felicità con qualche inafferrabile punta di disagio.

Le pozze

I ciambelloni sono pochi metri più. ‘Ambasha’, pane di queste terre. Pane dell’altopiano, il pane rotondo e piatto (farina di grano o di orzo), leggermente dolce, appena lievitato, della gente delle campagne del Nord. Qualcuno ha disseminato per terra questi pani. A seccare, immagino. Oramai sono duri come la pietra. Accerchiano un geyser spento. A ben vedere sembrano tanti splat di melassa magmatica gettati verso il cielo e ricaduti al suolo. Il sole li ha pietrificati.

Le pozze

I geysers reagiscono ai nostri passi con sbuffi di acqua calda. Ce ne accorgiamo e cerchiamo di ingannarli: ma loro non ci cascano, zampillano solo quando muoviamo veramente i piedi. I colori dei microvulcani sfumano. Dal bianco candido al verde-smeraldo. In mezzo, il giallo dello zolfo. Loro borbottano. Ci arrendiamo subito: sono decine e decine, centinaia e centinaia i geysers, i microgeysers, i finti geysers, i geysers nascosti, i geysers che fingono di essere spenti e che invece aspettano solo che ci si metta il naso sopra. Sono cresciuti in maniera tormentata. Vulcanismo secondario, se ho letto bene. Mi suggeriscono un nome bellissimo: hornitos. Sta per camini. Camini da forno. Foresta di hornitos, ecco. L’acqua sale e scende in qualche camera infuocata, prende la rincorsa ed esce verso il cielo. Qui sono spruzzi e bollicine. Attorno cominciano a correre nuvole di vapore. Fazzoletti bagnati sulla bocca, inutili mascherine sollevate sul viso, arretramenti di fronte alla folata. Si corrono rischi, a Dallol.

Acquitrino giallo. Non c’era la prima volta che sono stato qui. E’ il centro della collina, forse un antico cratere. Non sarei mai capace di ritrovare le orme dei miei passaggi precedenti. L’acquitrino va e viene, ha fondali instabili, traballanti, scheggiati. Dalla melma salmastra, affiorano rughe di sale cristallizzato. Il giallo, a tratti, diventa arancione maturo. Color albicocca. Si potrebbe camminare sui passaggi fragili, ma si corre il pericolo di pietrose sabbie mobili. Non si può staccare lo sguardo dal lago giallo. Detriti salini sull’altra sponda. Come se qualcuno vi avesse costruito una banchina sconnessa. Questa volta, pochi giorni fa, mi ha riservato una sorpresa: niente acqua, non avevo mai visto il fondale del lago vulcani e lui ha deciso che era tempo che mi rendessi conto di cosa è capace. Dallol, questa mattina, è una prateria dall’erba di pietra e sale color ruggine. Poi è passato un pittore impressionista e ha sparso margheritine gialle per ogni metro del fondale. Ha disegnato anche due sentieri per percorrerlo. E’ bellissimo, sto camminando in una radura fiorita, vorrei cogliere un fiore, lo sfioro con un dito e lo lascio stare, nelle mie mani si sbriciolerebbe. Dallol è delicato.

La piana dalla collina di Dallol

Cammino verso vasche lontane. Piscine tropicali, color verde giada (come è il verde-giada?). Bordature di sale. Se la vasca ha qualche profondità, il verde si incupisce, altrimenti è leggerezza. Viene voglia di tirarci dentro un sasso che non c’è. I fotografi, oramai, sono perduti, nemmeno si accorgono della nuvola di zolfo che li avvolgono.

Alien è un calpestio di uova. Deve saltar fuori qualcosa da questi gusci traforati. Camminiamo su terreni crocchianti, come se calpestassimo fragilissime punte di vetro. Sono quadrati di sale bucherellati. La crosta terrestre è aperta. Qualcuno ha succhiato il contenuto delle uova. Qualcosa ne è davvero uscito. Non si vede niente dentro i gusci. Nero assoluto, vuoto. Per quel che posso immaginare, vi sono canalette che arrivano fino al centro della terra. Ricordano le uova che hanno incubato Alien. Per questo stiamo lì. In attesa.

Dallol è questa. Sono passate ore da quando siamo entrati in un altro pianeta. E’ Alice in wonderland. Viaggio al centro della Terra. Jules Verne sorride di nascosto. La Dancalia ha mostrato un’altra faccia. Solo tirando il fiato ci accorgiamo che il caldo è feroce, le nostre gole sono graffiate e gli occhi arrossati. Nessuno degli scrivitori di esplorazioni è mai riuscito a raccontare ciò che i nostri occhi vedono a Dallol.

I nascondigli delle colonne di Dallol

Alla fine della Creazione, Dio e Allah si devono essere divertiti da matti nel costruire, in questo angolo solitario della Terra, una geografia anarchica come Dallol. Silvite e carnallite, divinità dei bianchi, erano solo splendide pietre magiche, perfette per decorare, con fluorescenze e riflessi di diamante, un luogo adatto ai Ginn.  Dallol, Monte degli Spiriti. Sura LXXII del Corano, i Folletti. L’Islam, religione del deserto, non provò nemmeno a sfidare le innumerevoli creature celesti degli uomini che avevano preceduto la predicazione di Maometto: furono, semplicemente, chiamate a far parte della nuova fede. I Ginn esistono. Maometto, cacciato da una città di infedeli, se ne stava mestamente tornando verso la Mecca, quando si trovò a parlare a una folla invisibile di Ginn. Lo ascoltarono con imprevista attenzione: ‘Abbiamo udito una Recitazione meravigliosa….’. Il sovrannaturale si confonde con un altro sovrannaturale. I Ginn si fecero musulmani. 

 

La vecchia strada

‘Allah ha creato i Ginn dal fuoco – ci raccontò una volta un vecchio -. Li ha fatti nascere dalle fiamme di un vento bruciante. Noi uomini, invece, siamo un impasto di argilla’. Materiali diversi, senso diverso della propria presenza sulla Terra. Ha avuto un maestro coranico classico, il vecchio. Un maestro itinerante che se ne andava di villaggio in villaggio a istruir bambini. Dove altro al mondo possono ritrovarsi moltitudini di Ginn? Qui, a Dallol, il vento e il fuoco sono il paesaggio. Esauriscono il mondo, ne sono centro focale e orizzonte. Vento e fuoco. Gli spiriti nascono qui e qui vogliono vivere. ‘I nostri occhi sono troppo deboli per vederli – continuò il vecchio – Hanno un corpo sottile, i Ginn. Maometto non ne parla, non li descrive. Ma se solo Allah rinforzasse la nostra vista ne vedremmo a centinaia’, disse il vecchio. Possono prendere l’aspetto di uno scorpione, di una vacca, di un cammello, di un uccello, di un serpente. Mai visto un essere vivente a Dallol. E’ di una bellezza feroce, questo luogo. Attrae con il suo canto e poi trasforma l’animale in scultura. Applauso dei Ginn. Non so quale forma possano assumere in questa solitudine apparentemente priva di vita.

 I Ginn della Dancalia si sono adattati all’Islam. Meglio, l’Islam si è fatto sincretismo. I folletti accettano ben volentieri doni dagli uomini. Stanno lì, i benevoli e i maligni. Seduti sui geysers di Dallol. Incuranti delle acque bollenti. I piedi a bagno, indifferenti al caldo.  Il vecchio è sicuro che da loro dipendano le malattie, le nascite, la morte, i terremoti, l’inquietudine della sua terra, i vulcani.  Ci sono talismani e amuleti contro i Ginn malvagi.

‘Allah ci ha voluto vicini alle sue creature invisibili’, dice con una punta di orgoglio il vecchio. I suoi occhi si aprono e si chiudono. Solo la sua bocca si muove. Si sta appisolando.. Parola aramaica, Ginn: significa ‘colui che è nascosto’. Colui che non si vede. Vorrei tornare a Dallol, nella notte. ‘Escono al crepuscolo – disse il vecchio senza cambiare espressione – Escono prima gli spiriti cattivi. E’ bene che i bambini, allora, non mettano il naso fuori dalle capanne. Sono veloci come fulmini, gli spiriti del malocchio. Poi, appena il buio prende il sopravvento, ci sono anche i Ginn benevoli, fedeli ad Allah e allora non si corrono più rischi’.

 Gli antropologi li prendono sul serio. ‘Ogni animale possiede il suo genio protettore – mi aveva avvertito un giovane afar all’Università di Addis Abeba – I miei nonni credevano negli spiriti, non erano mai benigni, ne avevano paura, andavano dai guaritori per ottenere protezione. C’era un mondo invisibile, allora’

A Dallol, e nessuno ve lo dirà mai, si riuniscono i Ginnili, ‘coloro che hanno il demonio’. Il vecchio lo sa bene. Anche lui avrebbe voluto essere un indovino. Ginnili è un guerriero, un poeta, un veggente. Terreno impalpabile. Io sono bianco, non avrò la possibilità di sapere. Ogni conoscenza diventa solo frammentaria. Il vecchio si rinchiude in un mutismo ostinato.  Il cerchio dei Ginn si rinserra attorno al fuoco. Il vecchio ostenta calma. Sa che lo stanno invitando: ‘Mostra, mostra, fai vedere ai loro occhi. Mostra quello di cui sei capace’. Mormorii gutturali. I tre passaggi della divinazione. Perché conoscere la propria sorte prima di un combattimento o di una transumanza? Se qualcuno ti prevede una brutta fine, che fai? Non parti più? Questo non è previsto in Dancalia. I Ginn incalzano, si avvicinano, sfiorano e poi spingono l’uomo. Il fuoco scintilla, vuole bruciare le sue vesti. Ma non prendono fuoco. Chi sei, vecchio? Qualcuno sta cambiando scenografie a Dallol. Nella notte si risistemano le vasche e si cambia l’acqua. I Ginn sono entrati in affari con gli afar di Ahmed Ela. Cosa ti viene in mente? I Ginn vogliono che chieda. Anu yanna yok tem axceyyo…. Io, mio demone, io dirò ciò che mi hai detto. Chi ha tradotto? Le luci guizzano sulla Piana del Sale. I Ginn sono eccitati stanotte. Gran ballo. Dove altro, se non a Dallol?

 Alla fine il vecchio non parlò. Le braci brillarono per tutta la notte. Il canto rauco del muezzin (l’alba era vicina) riportò ordine nel mondo. Gli spiritelli ritardatari presero la forma di piccoli tornado di polvere e se ne tornarono nella reggia di Dallol.

 

Il lago karum

Ho scattato foto a Dallol, ho raccolto un pezzo di vetro, frammento di una bottiglia di birra Melotti, mi sono seduto sul mio quadrato di cemento al villaggio abbandonato, ha salutato la vecchia Land Rover, ho sfiorato l’acqua di un geycer, ancora una volta non ho ripercorso il cammino per le colonne di Dallol. Ora so che la ferrovia ritornerà dal mare. Come cento anni fa. Forse la prossima volta arriverò in treno.

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