Passeggiata fiorentina fra Walden e librerie/Il sax, le parole, i piedi, il freddo, i libri…

Foto di Alessandro Ferrini

 

A Firenze una passeggiata letteraria, un cammino di parole, pagine, sax e freddo non può che cominciare dal lampredotto. Baracchetta di Porta Romana. Menù variopinto: niente francesina, ma c’è il peposo. E c’è la poppa. Al sabato niente hamburgher. Il sole può brillate assieme al gelo. E’ proprio inverno.  Abbiamo le sciarpe dell’inverno, gli strati dei maglioni e dei pile tecnici. Lambrusco. Anzi, lambruschino, Alessandro sogna di diventare ‘libreria viaggiante’, si carica una cassetta di libri in spalla. Walden organizza il trekking urbano delle parole e dei suoni.

Caffè. Necessario, prima di muovere i primi passi.

 

Abbiamo bisogno di caldo. Rifugio alla libreria Tatata, via di Santa Maria. Aperta a settembre, neonata. Libri in equilibrio su scaffali stretti. Ci sono le pagine di Marco Aime e Franco La Cecla, sono fra amici insomma. E poi alberi, cucina, sciamani. Compro l’Africa di Manganelli, i cammini materani e la Lampedusa di Marco Aime. Spendo troppo. E non ho più un lavoro per giustificare questi acquisti. Vita oltre le possibilità. Ma nelle librerie non si resiste alle tentazioni. Posso comprarli tutti? E pensare che leggo pochissimo. E poi c’è la foto, ci sono le piccole foto. Di Andrea Lippi. Sul Giappone. Io voglio metter su un negozio che vende piccole foto. Vendere fotine agli angoli delle strade. Ma io non ho il coraggio di Fiamma e Silvia, libraie Tatata. Già, per aprire librerie ci vuole coraggio. Vanno a vendere libri anche in bicicletta.

Siamo una ventina a pigiarsi dentro la libreria. Alla fine, vendite niente male dei libri di Paolo Ciampi, di Alessandro Vergari e miei. Il sax di Susanna Crociani è colonna sonora. I luccichii del suo strumento donano allegria.

 

Il sax di Susanna

Passeggiata verso Piazza Pitti. San Frediano. La Firenze popolare. Il mio quartiere. Vi si è intromessa una borghesia intellettuale. Categorie vecchie, le mie. In Piazza Pitti c’è il sole. Cerchiamo l’angolo della luce. Ombre lunghe, luce orizzontale. Cerchio. Io comincio con le pagine della Dancalia.

‘Ho capito che in questa terra si trova a disagio chi cerca il viaggio come ozio. Chi separa il tempo delle proprie abitudini da quello del disorientamento. La Dancalia, con il suo caldo torrido e snervante, è l’opposto di una vacanza. Se vieni qui cercando avventure, non riuscirai ad andare oltre la tua superficialità. Che ti apparirà insopportabile. Il sole bianco e rovente, l’indifferenza degli afar, la monotonia di un deserto privo di colori ti faranno sentire nudo e impotente. E il tuo equilibrio, fisico e mentale, rischierà di andare in pezzi. Devi difenderti in Dancalia. Devi mostrare, soprattutto a te stesso, di avere un’anima di poeta. Si viene qui per cambiare punto di vista’.

 

Leggere in piazza

Due passi e siamo sull’Arno. Cerco gli animali di legno. I passi corrono, l’ombra si fa inverno. Freddo. Piazza Santa Croce, sotto gli occhi di Dante Alighieri. Racconto ad Elena dell’alluvione. Tentazione: salire sui gradini della chiesa. No, rimaniamo in basso. Dante può scrutarci meglio.

Le parole di Paolo Ciampi, le mappe di Paolo Ciampi:

‘Mi viene in mente quel monaco buddista vietnamita che posando gli occhi su una pagina intuisce che non si tratta solo di una pagina. Dentro c’è una nuvola, perché senza una nuvola non ci sarebbe la pioggia. Dentro c’è pioggia, perché senza la pioggia gli alberi non crescerebbero. Dentro ci sono gli alberi, perché senza gli alberi non potremmo fare la carta… 

Ecco, forse mi sono spinto troppo oltre, però è come quando cammino in un bosco e avverto che la mia vita è più ampia e duratura di quanto mi sarebbe facile presupporre. 

Allo stesso mondo le mappe geografiche che tengo accanto a me: non potrebbero esistere senza la complicità del mondo intero. 

Così le amo perché è un buon modo per desiderare.  Le amo perché c’è più materia per i sogni che in qualsiasi guida, a partire dalla bellezza che ci circonda. Le amo perché aiutano a cambiare. Anche nel viaggio che certo non farò. 

Il viaggiatore – diceva Calvino – riconosce il poco che è suo, scoprendo i monti che non ha avuto e non avrà

Quei monti che forse Oscar Wilde avrebbe chiamato Utopia, confessando la tentazione a cui è più bello cedere.

 Una carta del mondo che non include Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché lascia fuori il solo paese al quale l’umanità è sempre in procinto di approdare. E quando l’umanità vi approda, guarda avanti e, vedendo un paese migliore, alza le vele.

 Finché ci saranno carte, sapremo che Utopia esiste. E di tanto in tanto molleremo gli ormeggi e alzeremo le vele.

Perché io Utopia la vedo ancora davanti a me. Era nel mappamondo della mia aula alle elementari. 

Ero un bambino, sai, sono ancora un bambino.

 

Legge Paolo

Le piccole strade del quartiere, via dei Macci, quando una donna se ne andò. Piazza dei Ciompi. I ragazzi della moschea in attesa della preghiera. Uno vende maglioni usati. Ci sono i banchi dei libri. Beh, a Firenze ci sono un bel po’ di librerie. Paolo li conosce tutti, i librai, le libraie. Ci vuole qualcosa di caldo. Raffaele sta presentando un libro su Astori in un caffè elegante. Ci sono gli antichi colleghi dei giornali. Gironzolare fra i libri. Mi piace la nuova piazza dei Ciompi. C’è ancora la bancarella dei libri. Alessandro racconta del suo orto magico oltre le case di Scandicci

Il  guado della Soglia

Il fosso di Soglia segna il margine occidentale dell’Orto di Olmo. Lungo questo confine l’acqua scorre tra un argine di terra, trattenuto da imponenti ontani, coperti di edera, salici, una volta capitozzati, ma ora coperti di rami lunghi e diritti e un bel muretto di pietra che impedisce alle piene di portarmi via la terra migliore. Per passare il fosso c’è un guado, fatto di pietre per smorzare la pendenza dell’acqua, che a valle forma una piccola cascata di circa un metro d’altezza.

Stamani sono passato lungo il sentiero di ponente che prima di arrivare al fosso costeggia un ampio prato. Da lontano nulla lascia presagire la presenza dell’Orto dall’altra parte del muro di alberi, ma avvicinandomi, intravedo una piccola e ormai familiare galleria nella vegetazione. Sposto le fronde troppo basse di una berretta da prete, faccio un salto per attraversare il fosso e la luce radente del sole, che inizia ad alzare piccole volute di vapore dall’erba bagnata, mi colpisce gli occhi.

Sono arrivato all’Orto e tutti le mie preoccupazioni sono rimaste al di là del ruscello.

 E’ bello l’Orto di Olmo, là oltre i confini della città. Non è difficile trovarlo.

La piazza deserta

Ora il cammino si allunga. Fermata imprevista. Preferiamo la bellezza solitaria di piazza Santissima Annunziata al caos da traffico di San Marco. I portici, i puttini di Della Robbia, gli Innocenti, un pezzo della mia vita è passato da questa piazza. Ancora prove di lettura.

La Toscana di Paolo.

Paesaggio di Toscana da cartolina. La dolce patria, come la chiamava Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana, nel suo Inventario della casa di campagna. Alleanza di uomo e natura, attraverso il lavoro di secoli. Ovvero cura, pazienza, passato e futuro cuciti insieme, a prescindere dai giorni che su questa terra ci sono dati. Cose che per capirle bisogna fermarsi, perdersi, lasciarsi andare alle voci più sommesse.  

Le voci degli alberi, per dire, che ci vuole un niente per abbatterli e una vita perché crescano. Tempi lunghi, che per molti sono un alibi. Pensare che invece dovrebbero spingerci a non perderlo, il tempo. 

Così bella, questa mia terra. Così bella e fragile.

 

Il passaggio segreto di Alessandro

Come in ogni posto fantastico che si rispetti c’è un passaggio segreto anche all’Orto.Un sentiero nascosto, conosciuto solo da me e dagli istrici. E’ poco dopo la galleria, prima di salire il sentiero di levante che giro a destra verso la densa macchia che sembra impenetrabile. Frasche cadute e tralci ciondoloni di vitalba nascondono l’entrata e, per passare, mi abbasso quasi in ginocchio e sollevo con un braccio la vegetazione. Inizia uno stretto corridoio tra una fitta boscaglia di prugnoli e cammino avanti, con le mani di fianco al viso, per proteggermi dai rami che terminano con una punta molto acuminata. Poi i pruni cedono il posto agli aceri, ma il cammino è sempre ostacolato dalle loro fronde e da lunghi getti di rovo che si attaccano alla mia camicia. Poi, finalmente, il passaggio finisce. La sensazione di luce e di spazio che mi colpiscono all’uscita mi danno l’impressione di aver compiuto un lungo viaggio iniziatico: l’oscurità, il chiuso, le difficoltà e infine la rinascita, la libertà. 

Ostaggio. A Nablus. Una storia che ho raccontato solo una volta.

Ecco, il canto del muezzin. Perché gli uomini dell’esercito di Israele sono ancora qui? Si sentono così sicuri che possono farsi sorprendere dalla luce del giorno in mezzo alla città. E’ bello il cielo che fa scomparire la notte. Le nuvole sembrano lasciare l’orizzonte. Il muezzin chiama Allah. Quale Dio pregare? Se ne vanno. Si alzano. Sono stanchi. Nervosi. Strani. In un minuto ce ne andiamo, mi dicono. Ora ti spiego cosa devi fare, mi fa il soldato: devi aprire la porta, uscire, venire con noi. Hai capito: ‘Tu apri la porta’. Non penso. Un ostaggio non pensa. Anzi: gli do la mano. E lui è come sorpreso, adesso, per un attimo, ho visto il tuo viso, fratello. Sei un ragazzo. E sei addestrato bene. Ma non alla gentilezza. La guerra non è per i cortesi. Mi dai la mano anche tu. Dopo un attimo di esitazione. Vergogna: è molle come un pesce andato a male. Mi alzo, vado verso la porta, è chiusa. Con la mano sinistra tengo ben stretta la maniglia, con la destra giro la chiave. Apro verso di me, con i miei tempi lenti. Niente di anormale. Sto aprendo una porta, sto facendo solo questo. Faccio un passo indietro, un mezzo passo. Loro sono dietro lo stipite. Ora faccio un passo in avanti. Sono solo. L’ombra sa della luce dell’alba. Nessuno. Nessuno fuori dal pianerottolo. Non respiro, non penso. Faccio un altro passo. Loro mi sorpassano. Sono pesanti, sono leggeri. L’ultimo zaino fatica a passare attraverso la porta. Seguo le loro schiene. Mi fanno un cenno: vieni dietro. Faccio un passo. Mi fermo. Rallento. Loro scompaiono. Torno indietro, risalgo le scale. Non penso. Chiudo la porta.

 (chissà perché metto queste parole, non hanno senso, è una storia vecchia, antica, da dimenticare. Una notte nelle mani dei soldati israeliani. Ostaggio, non l’ho letta nella passeggiata, ora è riapparsa, il finale, forse non voglio dimenticare. Mi incammino di nuovo)

I ragazzi di piazza della Vittoria

Piazza Indipendenza, ancora un mercato, dribbling di semafori nello snodo della Fortezza da Basso, mura accerchiate dall’andare delle auto, luci intermittenti, una stella nel laghetto della piazza, una nave-stella, un’isola-stella. Con chi mi sono lasciato in questi giardini? Con quante persone mi sono lasciato? Non ricordavo la strada lungolago, appoggio la schiena a un pino e ascolto.

Piazza della Vittoria

Rive gauche del Mugnone, ponte, la tramvia fiorentina, la passeggiata si fa urbana, frontiera di una periferia diventata centro della città. Fermata di piazza della Vittoria. La sorpresa. I ragazzi del liceo musicale. A me ricorda Costanza e il suo Ciao, la mia città è fatta di emozioni, di distacchi, di lontananze. Il primo amore. Perché non ricordo i luoghi dei baci? I ragazzi cantano ‘Il pescatore’ e fanni ‘bodyclaps’. Mai che i quindicenni canticchino storie del loro millennio. Provo a cantare. Ci salvano dall’ultima lettura.

 

Paolo, Paolo y Andrea y Susanna fra le perline del Natale alla On The Road

E Marina, la libraia-scenografa, e Paolo, lo scrittore della bella lentezza, ci aspettano in una piazza che è anche strada. Libreria On the road. Partire da san Frediano e raggiungere il museo Stibbert. Sono i libri ad aspettarci, le corriere di Paolo Merlini, l’ultimo sax di Susanna, l’idea e il sogno del viaggio, la piccola libreria si riempie e la camminata diventa spettacolo e racconto.

C’è tempo, poi, in una cena, di mischiare le librerie, la storia di Erodoto, altre parole, al vino e ai celebri spaghetti ai pomodorini (in inverno) e al fritto.

 

La gente della On the road

Poi è la notte, la prima volta sulla tramvia, il cammino del ritorno, non sono mai previdente,  e i passi lunghi per tornare all’altro capo della città. Freddo, stanchezza. Via dei Serragli in compagnia delle ombre dei lampioni. Il peso dello zaino-casa. I libri che non leggerò e non venderò sulle spalle.

Tutto molto semplice. Molto bello. Ancora…replay, por favor.

Vorrei farvi sentire il sax di Susanna, non so se qualcuno abbia registrato. In rete, ho trovato questo: https://www.youtube.com/watch?v=7W8sm1wBLdU

Sì, ci vorrebbe Dexter Gordon, adesso. Per la mia malinconia.

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2 pensieri riguardo “Passeggiata fiorentina fra Walden e librerie/Il sax, le parole, i piedi, il freddo, i libri…

  • 30 Dicembre 2018 in 8:15
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    Andrea il mitico Andrea Semplici uno dei pochi pochissimi eroici intellettuali, giornalisti saggi e puri. Si, si tutto questo, perché quando penso a te o ti leggo nn ho paura della retorica perché nessuno, che io conosca, parla e racconta dell’Eritrea, dell’Africa del Corno di quella terra meravigliosa e di quella gente così straordinaria che è la mia terra, la mia gente. Alla prossima passeggiata x Firenze mi piacerebbe esserci. Fammelo sapere. Ciao
    Giampaolo IRTINNI
    gpirtinni@gmail.com
    Questa la mia em, xké nn so dal telefonino con che indirizzo partirà questo messaggio

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    • 31 Dicembre 2018 in 9:27
      Permalink

      Ciao, Giampaolo, allora a volte, il web regala la sorpresa di ritrovarsi…anche tu avvertimi delle storie che accadono, non credo più alle promesse, ma potrebbe accadere di ritrovarci. Un giorno, Asmara…

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