Eritrea/Etiopia, è finita la guerra dei folli

Lungo la strada per Keren, maggio 1993 (foto Andrea Semplici)

Foto di Giovanni Mereghetti

Nella mia cucina c’è una foto scattata nel 1993. Ritrae donne eritree che, felici, danzano con in mano fronde di eucalipto e ambasha, il pane delle feste. Ricordo benissimo quel giorno di aprile, un referendum aveva decretato la nascita dell’Eritrea. Finiva la più lunga guerra di liberazione del continente, stava accadendo l’incredibile: un piccolo popolo aveva conquistato la sua indipendenza, si era scrollato di dosso il dominio etiopico e, allo stesso tempo, l’Etiopia stessa trovava la libertà cacciando il suo tiranno. Nei primi anni ’90, la pace esplose sul più grande altopiano dell’Africa.

Il cinema Impero ad Asmara

Fu un’illusione. Appena cinque anni dopo, nel 1998, scoppiò una nuova guerra fra l’Eritrea e l’Etiopia. I fratelli ripresero a uccidere i fratelli per una misera storia di confini. In realtà fu un conflitto per il potere nel Corno d’Africa. Morirono in ottantamila in quella follia. Finì con una fragile tregua. Una commissione delle Nazioni Unite tracciò nuove frontiere, ma Addis Abeba non accettò quella decisione. Da allora, 2002, i due paesi sono vissuti in uno stato di ‘non guerra, non pace’. Scaramucce di frontiera e spese militari insensate. L’Eritrea si chiuse in sé stessa: uomini e donne scomparvero in prigioni dalle quali non sarebbero mai più emersi, il servizio militare e civile poteva non finire mai, niente Costituzione, niente elezioni politiche. Una casta militare, guidata dal capo storico della lotta eritrea, Isaias Afwerki, 72 anni, non ha mai mollato il potere. L’Eritrea divenne una prigione. Dalla quale migliaia di giovani, in questi venti anni, hanno cercato di fuggire. Oggi, in Eritrea, poco più di cinque milioni di abitanti, il 75% della popolazione vive con tre dollari al giorno.

La frontiera dell’altopiano

L’Etiopia, paese immenso, oltre cento milioni di abitanti, ha vissuto venti anni di regime autoritario, e, allo stesso tempo, democratico (con ambiguità e repressioni). Vi sono state elezioni, ma anche ribellioni di studenti e sanguinosi conflitti etnici. Paese fragile e irrequieto. Vi vivono 950mila profughi, gli sfollati sono oltre due milioni e mezzo. L’Etiopia sta conoscendo anche uno sviluppo possente: crescita economica a due cifre, terza economia dell’Africa a Sud del Sahara. Ma il Prodotto interno lordo pro-capite rimane sotto gli 800 dollari all’anno. Solo sette anni fa era la metà.

La cattedrale ortodossa di Asmara

Eritrea ed Etiopia sono state le terre dei miei primi, veri passi di giornalista. Ho vissuto la guerra e la pace, la speranza e la disperazione in questi due paesi. Da diciassette anni non torno in Eritrea. Troppo profonda la ferita del crollo di quella speranza.

Massawa

Il 2018 è l’anno di una nuova, sorprendente storia. Ad aprile, in Etiopia, sale al potere un uomo di 42 anni, il più giovane fra i capi di stato africani. Si chiama Abiy Ahmed. E’ di etnia oromo, il popolo più numeroso dell’Etiopia, che mai, in duemila anni di storia, era stato rappresentato ai vertici dello stato. Suo padre è musulmano, sua madre cristiana ortodossa, lui è evangelico. Abiy ha scompaginato le carte: ha liberato migliaia di prigionieri politici, ha cacciato funzionari corrotti e ufficiali di polizia torturatori. E ha cercato la pace con l’Eritrea. Certamente, vi è stata mediazione (non disinteressata) degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi (il porto eritreo di Assab è base per la guerra saudita in Yemen). Ma il premier etiopico ha avuto il coraggio di promettere il rispetto delle vecchie decisioni Onu sui confini fra i due paesi.

Massawa

Tutto è accaduto con incredibile velocità. In estate Abiy va in Eritrea, abbraccia Isaias. Riaprono le ambasciate, riprendono i voli aerei fra i due paesi. Isaias ricambia la visita e, poi, assieme, a settembre, a Gedda, davanti a Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz, re dell’Arabia Saudita, Eritrea ed Etiopia firmano la pace. Abiy è ben più loquace di Isaias: ‘Un ponte d’amore ha cancellato i confini fra Etiopia ed Eritrea’.

Passeggio lungo il viale di Asmara

Non sarà un cammino facile, è banale dirlo. Abiy ha insidiosi avversari interni: a giugno sfugge a un attentato; a settembre scoppiano nuovi scontri etnici, vengono uccise decine di persone. Abiy non arretra: ‘L’unità è il solo modo di salvare l’Etiopia e il suo popolo’.

La ferrovia fra Asmara e Massawa

E ad Asmara? E gli eritrei? A centinaia, raccontano dai confini, lasciano il paese: hanno paura che le frontiere si possano richiudere. Familiari si riabbracciano dopo vent’anni, i camion dall’Etiopia trasportano merci, soprattutto cemento, introvabili in Eritrea. ‘Niente entusiasmo – mi dice un’amica eritrea – Troppo grande la delusione dopo l’indipendenza: speravamo che non avremmo mai rivissuto una guerra e invece i nostri figli sono andati ancora una volta a morire’.

Internet caffè a Massawa

A luglio vengono liberati trentacinque religiosi di chiese cristiane ‘non registrate’ (mesi prima avevano firmato una sorta di abiura), ma dove sono Petros e Mohammed? Dov’è Durru? Dov’è Ester? Dove sono Germano e Haile? Sono scomparsi da vent’anni in prigioni invisibili. Sono migliaia i prigionieri politici in Eritrea. A settembre viene arrestato, per le sue critiche al regime, Berhane Abrehe, ex-ministro delle finanze. Il servizio militare-civile è ancora senza fine. ‘Abbiamo speranze, non c’è più la paura della guerra, respiriamo, i confini si sono aperti, ma…’. Conosco da anni Mussie Zerai, prete eritreo, coordinatore delle comunità cattoliche eritree in Europa: a lui devono la vita molti ragazzi del suo paese. ‘…ma ancora non è cambiato nulla. I diritti civili sono ancora negati’. E vi è paura negli eritrei delle migrazioni. Sono sopravvissuti al deserto, al mare, alle torture, e ora hanno paura. ‘Sarà un inverno difficile – mi avverte un ragazzo eritreo – Possono dirci: la guerra è finita, andatevene. Ci condannerebbero’. L’Italia, questo governo, adesso che c’è ‘la pace’, garantirà ancora diritti e protezione a chi è fuggito da un paese-prigione?

Keren

Altri uomini e donne dell’Eritrea (mi chiedono di non citare il loro nome) mi danno versioni quasi contrapposte: ‘Con il dittatore al potere, non ci sarà mai la pace. Vuole svuotare il paese, vuole che rimangano solo i suoi schiavi’. Altri sono più sottili: ‘Isaias si è reso conto di essere vecchio e isolato. Vuole lasciare il potere al figlio. E vuole essere ricordato come il leader che ha fatto la pace. Vuole che si dimentichino i suoi crimini’. Vuole che tutto cambi, perché niente cambi. Una vecchia storia.

Bar Impero, Asmara

Io guardo le foto di Giovanni Mereghetti. E ritrovo la ‘mia’ Eritrea, quel paese così amato e perduto. Rivedo i caffè del corso, il cinema Impero, il bar Vittoria. E’ la ‘mia’ gente; io so quanto è stato immenso il loro dolore. Sofferenze che non mostreranno mai. In Eritrea ho imparato che un bianco, un giornalista bianco, non può capire niente in Africa. Può solo raccontare ciò che vede o ascolta. Mi aggrappo alle foto di Giovanni e spero di poter ritornare nel ‘mio’ paese.

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