Felici e Conflenti.1/Se solo i miei piedi sapessero danzare…

Il corso di ballo

C’è sempre la complicità di una Madonna.

Estate del 1578, a Serracampanara, boschi del monte Reventino, la Madonna si sedette su un trono di luce. Accade così in mille luoghi del mondo. Le storie si ripetono, si rincorrono. Sono tradizione. Vanno di terra in terra. I pastori, uomini e donne della solitudine, hanno imparato a riconoscere la Madonna. Lei si fida di loro, i pastori sanno. Lorenzo Folino, pastore di quei boschi, in quell’estate del medioevo calabrese, si dimenticò, per un frammento di tempo, del suo gregge e si avvicinò alla Madonna, si inginocchiò poi, la schiena appoggiata a una grande quercia, ascoltò le parole di Maria. Una chiesa: la Madonna indicò una radura, un costone della montagna: là, un luogo conosciuto come Visora, doveva essere una costruita una basilica. La Madonna aveva scelto. Furono necessari trent’anni di fatica per costruire la chiesa a fianco di un’altra grande quercia.

Andrea

 

Nico Kalura

Non sapevo niente di questa storia. Ma ora immagino che chi costruì la chiesa della Santissima Madonna della Querce, ogni sera, abbia trovato la forza e la felicità di danzare, di bere vino, di suonare la zampogna. La fatica, in questa Calabria, nella geografia più stretta fra Ionio e Tirreno, viene dimenticata per il tempo di una ruota, di passi che si muovono in cerchio, per un battito di mani, per agitarsi di mani nel cielo o dita che afferrano, con una sorta di inchino, un giubbotto o una gonna. Una storia antica. Orgogliosa.

Il paese

Le Madonne, qua al Sud, hanno deciso i miei passi. Mille anni fa ho cominciato il mio viaggio al Sud grazie a Madonna dâ Muntagna di Polsi in Aspromonte. Ne rimasi stordito. La Madonna Santissima della Bruna, poi, ha guidato il mio cammino verso Matera e ha lasciato tracce sul mio corpo. La Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano, in Val d’Agri, alla fine, mi ha avvolto nella sua bellezza e nelle sue battaglie silenziose contro il petrolio. Ho ruotato tre volte attorno alla sua chiesa. Adesso la Madonna delle Querce di Visora mi porta in terre a me sconosciute.

 

 

Giovanni

Conflenti, ai miei occhi, è uno strano paese. Mille abitanti, si allunga su un costone eroso dai torrenti Salso e Mentaro, cerca architetture aeree, va verso l’alto, le case hanno quasi tutte tre piani. Arrivi alla basilica della Madonna, ci sono le radici del grande albero sacro, c’è la piazza, il bar e credi che il paese sia tutto qui. Ma alle sue spalle, Conflenti, crocevia di pascoli e cammini, si allarga. Il paese diventa altro, si fa in tre. Suprani, Conflenti Superiore (che a occhi mi appare più in basso), e Conflenti Inferiore, Suttani,  con i vicoli aggrovigliati come uno scioglilingua e Sant’Andrea, in discesa, con la sua piazza e la chiesa latinoamericana dell’Immacolata. Mi sono perso più volte a Conflenti. Cerco le parole di una vecchia canzone: ‘Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci…’. 

 

Salvatore

Devi venire a Conflenti, perché, complice la Madonna, complici i pastori, sono arrivati i ragazzi che cercano musica, tradizioni, storie, passato da mischiare con il presente. Da allacciare con il futuro. Qui, almeno per qualche giorno, si è ‘Felici e Conflenti’. Festival geniale. Storia da applausi. Una grande risata gioiosa. Non saprò raccontarvela questa storia. Perché tutto è davvero cominciata con la Madonna apparsa nel bosco. Sapeva dei pastori, ma sono certo che sapeva anche (e soprattutto) della musica, anzi dei suoni, come dicono qui. Aveva voglia di ballare, di avere maestri di danza, voleva essere felice. Conflenti era il luogo adatto per la felicità. E così volevano anche i ragazzi: imparare…

 

 

Cercare il legno per il suono

Uscirono dalla loro città per cercare loro stessi. Per cercare la loro storia. Le zampogne stavano scomparendo. ‘Puff – mi dice Christian – la gente scomparve’. Migrò. Al Nord, al Venezuela, in Germania. Ci tengono a dirmi che il magazziniere della Fiorentina è di Conflenti.

Le zampogne puzzavano, mi raccontano. Era roba a poveri, musica disperata. Il mondo cambiava, ma c’era quella Madonna ostinata che a fine agosto voleva danzare. E i vecchi pastori non potevano, non volevano lasciarla sola: dovevano, volevano suonare per Lei. Così i ragazzi della città seppero che, in quelle creste del monte Reventino si ballava ancora, si ballava nei pellegrinaggi di fine agosto alla Madonna della Querce, si danzava per ore per ore, e gli anziani suonavano le zampogne, costruivano zampogne e pipita, avevano vecchi organetti giunti dalle Marche, lasciavano scorrere le dita sui tamburelli.

Felici e Conflenti

I ragazzi ‘cercavano’ proprio loro. Cercavano chi ballava, chi suonava. E avevano desideri. Salirono alla montagna, avevano visto vecchi video in superotto, andarono a trovare Giovanna, ne avevamo ammirato i passi eleganti nel cerchio della tarantella. Ascoltarono le buone suonate. Andarono a trovare i vecchi (loro mai userebbero questa parola: direbbero i grandi) della zampogna. Gli occhi si incrociarono, si guardarono con attenzione, cercarono di afferrarsi, di capirsi: il ballo e i suoni li resero fratelli, scavalcarono gli anni, riempirono lo spazio vuoto di tre decenni, il vino aiutò a parlarsi. Giovanna cominciò a ballare e loro andarono dietro. Zampogna, tamburello, pipita e organetto cominciarono a suonare. E loro inseguirono quegli accordi. La Madonna della Querce uscì dal chiesa e tirò un sospiro: ‘Questo aspettavo’. Ora era rassicurata sulla sua Festa. Preparò i suoi abiti più belli, la gonna che poteva vorticare nella danza.

 

Christian

Non sapevo niente di tutto questo e niente so ancora. Ho avuto la sensazione che questi giorni, appena dopo Natale, fosse davvero ‘felici e Conflenti’.

Il navigatore della macchina insiste: per raggiungere il paese prendi la strada in frana, in Calabria le strade sono sempre in frana. Chiedo e Antonella mi dice: ‘Noi la percorriamo, vai con cautela’. Scendo in un vallone, risalgo, scanso la frana, il paese è una linea obliqua. La cupola della chiesa scintilla come un tempio arabo. Benvenuto a Conflenti. C’è il bar, il caffè immediato, pagato da uno che non conosco, so che sto bene.

Serena

Giro dei passi di danza. Riappare Serena. Dove ci siamo conosciuti? Anni fa, ad Alessandria del Carretto, mi raccontò dei balli. Ci si ritrova attorno ai suoni. Come antichi amici. Alla fine della lezione, la gente del ballo stringe il cerchio in un abbraccio. L’organetto suona in disparte e accompagna i passi.

Offre fichi e disegni

Mi presentano il prete, don Adamo, parroco da decenni. Devo fare la parte del giornalista. Se solo avessi fatto un altro mestiere…

Giovanni

Giro di organetti, seguo la cordicella degli accordi nei sotterranei del ‘Letto & Colazione’, da Erica. La mia camera si affaccia sulla piazza.

I re magi

 

Stefano/Giuseppe

 

La sacra famiglia

Davanti al cimitero, ad Ardano, trecento metri dal paese, c’è la cucina. Ci sono i musicisti del Cilento: ‘Ecco, vino del Cilento’ e la bottiglia passa sul tavole. C’è Andrea che fa il cantastorie, il banditore, il capo girovago, lo zingaro prestigiatore. Elogio ai cuochi. C’è il presepe vivente. Stefano è perfetto come Giuseppe. Passeggiata musicale fra i lunghi tavoli. Ci sono i Re Magi, legno, fiori, erbe, come doni. C’è Nico, il vero cantastorie (un giorno dovrò raccontargli, rischiando grosso, il mio Garibaldi). Casa, insomma.

Gianluca

Seguo gli occhi di Giovanni e gli occhiali scuri di Gianluca. Le coppole in testa. La chitarra battente di Salvatore. I sedici anni di Antonio. Non sorridono mai i musicisti? ‘Sono concentrati’. Ci si ritaglia spazio nella sala del pranzo. Battono le mani. Si rincorrono gli occhi, si sfiorano le mani e le schiene. Si intagliano le legni, si inseguono i calabroni racchiusi nelle sacche delle zampogne. Svirgola l’organetto, l’archetto pizzica le corde della lira. E’ la tradizione’. Parole disperse negli appunti. Non ho un racconto. Posso entrare nel cerchio?

Chiara

 

Il tempo

Su un frontone laterale della chiesa: ‘Solo Iddio può piegare la volontà fascista. Gli uomini e le cose mai’. Per fortuna che c’è Iddio. E che è democratico, se non anarchico. E’ per fortuna che ci sono anche i Parafonè (dai, ditemi cosa vuol dire, ho bisogno di significati) di Serra San Bruno, che cantano davanti al presepe, davanti all’altare, nella chiesa illuminata da luci psichedeliche. Cantano storie di accoglienze. Chiesa piena. Come a Natale. E’ Natale.  ‘Cantano i millenni’, sono le prime parole dei musicisti, così comincia il concerto. Cantano i millenni…

Parafoné

 

Il fuoco

 

Parafoné

Poi, nella notte, è il fuoco, le scintille delle braci, la pasta, la cotenna del maiale, i fagioli, il vino, le crespelle, i mandarini. I disegni dei ragazzi della comunità anarchica di Castrovillari. Lascio un debito di un euro. Lei mi dice: ‘Il nostro progetto…’. Frammenti di parole. I fichi con le nocciole. Il viso che si arroventa, la schiena che congela. ‘E’ perché non balli’. ‘Lo so’. Non ce la faccio. Le mani in tasca. Loro sono sudati e il sagrato della chiesa, come davanti ad altre chiese, diventa palcoscenico, pedana, cerchio. Notte. Freddo. Per una volta, non vorrei essere altrove. Ecco, come faceva: ‘Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero/parlando con me del tempo e dei giorni andati’. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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