La rivoluzione perduta dei poeti/Donde estaba la casa di Tedolinda

Managua, cafè de poetas

 

Managua, 1980. La prima volta. L’unica, per molti e molti anni. Una lunga assenza senza vere ragioni, mille volte sarei potuto venire di nuovo.

La prima volta avevo 27 anni. Un’età giusta. Allora andai in Messico. Per colpa (per merito, e gratitudine sia) di una storia d’amore finita. Io e Caterina avevamo un biglietto di aereo. Per l’estate. Lei decise, saggiamente, di andarsene, io feci di tutto perché se ne andasse. Mi lasciò. Era furente e disperata. Stavamo assieme da cinque anni. Eravamo molto giovani. Lei scelse qualcuno più affidabile, più innamorato, non potevo reggere il confronto. Trovò conforto e un’idea di futuro. Io vidi il mio cuore andare a pezzi, non mi detti pace, passavo le notti a piangere e a masturbarmi. Avevo rimediato qualche rivista porno in bianco e nero, era stata abbandonata dai figli selvatici di un contadino in un casolare abbandonato. Abitavo in una casa nelle campagne di Firenze. Li avevo scoperti, abitavo lì vicino, salivo in quella stanza dopo che loro se ne erano andati. Una notte scesi in città in preda a un delirio, bussai alla porta di Caterina. Lei aprì coprendosi con un lenzuolo. Mi cacciò, ma piangeva. Mi gettai a precipizio lungo le scale, lei lasciava sempre aperta la macchina, una vecchia Fiat Giardinetta, dormii lì dentro, mi svegliò una donna, mi chiese: ‘Che fa? Venga da me’. Non risposi, andai in giro per la notte come un fantasma. Aspettai l’alba guardando il fiume. Era bellissimo.

 

Fu una primavera infelice, piangevo sulle spalle degli amici, lasciai l’università, dormivo vestito, guardavo le ciliegie marcire nel frigorifero. Mi dicevano: ‘Dai, adesso non lo credi possibile, ma vedrai che tutto cambierà’. Poi mi mettevano una mano sulla spalla e se ne andavamo. Che altro potevano fare? Non sono molto cambiato da allora. Sono sempre stato triste e di umore ispessito, ma allora avevo qualche coraggio in più. Lei cancellò il suo biglietto d’aereo. Io andai da solo in treno all’aeroporto di Roma. Poi sull’aereo. Avevo salutato mia madre con indifferenza, era già vecchia, nemmeno capì che partivo. Nessuno mi accompagnò. Non dissi una sola parola durante tutto il viaggio. Mandai al diavolo una possibile e brillante carriera universitaria. Nessuno, fra i miei professori, si accorse della mia scomparsa. Nessuno mi cercò. Rischiai anche di rovinare un mestiere di giornalista appena incominciato. Rimediai all’ultimo momento con una telefonata. Il caporedattore, uomo di altri tempi, capì (non so cosa capì, non mi conosceva, avevo scritto un solo articolo per lui, mi aveva a simpatia) e mi affidò un incarico in Messico: andare a trovare uno scrittore. Grazie a lui ho conosciuto Carlo, lo scrittore invisibile. Carlo Coccioli era andato a vivere là vent’anni prima, dopo aver confessato nel suo libro più bello un grande amore omosessuale. Avrei dovuto capire fin da allora: l’amore, adesso lo so, ha guidato la mia vita, mi ha costretto a prendere decisioni, che mai mi sono apparse tali. Mi ha fatto scartare di lato. Anni dopo, prima di morire, Carlo mi avrebbe chiesto di fargli vedere le mie gambette. Respinsi il suo corteggiamento. Che stolto.

 

Ci misi tre giorni ad arrivare a Ciudad de Mexico. Feci tappa a New York. Ne ho un ricordo di luce e riflessi. Mi piacque, salii sull’Empire Trade Building e guardai giù. Avevo avuto il coraggio di saltare il charco. Adesso si trattava di lasciar fare, qualcosa sarebbe accaduto. Oggi non ho più quest’audacia, almeno mentre scrivo questa pagina. Aspetto sempre che riappaia qualche fremito. Avevo un amico in Messico, un ragazzo irrequieto e geniale, nevrotico e troppo intelligente per sopravvivere, avevamo vissuto assieme per quasi cinque anni in Italia: non era un viaggio senza rete, andavo da lui.

Questo è quello che racconto sempre a chi chiede della mia vita, è la versione di oggi di quella storia lontana, sbiadita, onnipresente. ‘Ne sei prigioniero’, mi disse una psicologa. Non sono più nemmeno sicuro che sia accaduto così. Negli anni ho rifiutato occasioni e possibilità di andare (ho promesso a me stesso di non usare mai la parola tornare) in Messico. Pochi giorni prima di ogni partenza verso quel paese, ero afferrato dal panico e lasciavo che gli aerei partissero.

Quando arrivai a Ciudad de Mexico, erano passati pochi mesi dalla Rivoluzione sandinista. Amavo la parola sandinismo. E pensai, senza crederlo sul serio: andrò a vederla, ne ero così vicino. Dopo aver passato qualche settimana con il mio amico (mi attese per ore all’aeroporto, l’aereo aveva cinque ore di ritardo, piangemmo come bambini nelle braccia uno dell’altro, mi lasciò la sua piccola casa, andò a vivere dalla fidanzata, stavo bene lì, andavo poco in giro), entrai in un’agenzia di viaggio e comprai un biglietto per Managua. Compagnia aerea dell’Honduras. I biglietti erano rettangolari, si sfogliavano, la carta carbone ricopiava il tuo nome, la copertina era rosso pallido. Ancora una volta andai in un aeroporto. Capivo un po’ di spagnolo.

Fritanga al mercado di León

Lì accade qualcosa che non si sarebbe mai ripetuta. L’altoparlante disse il mio nome. Lo sentii chiaramente, un sussurro gridato. Mi guardai attorno, sperai che nessuno si accorgesse che cercavano proprio me. Ero abbastanza sicuro di essere innocente, ma, potete immaginarlo, avevo qualche apprensione nelle gambe mentre mi avvicinavo verso il cancello di uscita dalla sala d’imbarco. La voce voleva che andassi lì.

 

Gli occhi di Adriana li avevo visti due sere prima. Quando era felice scomparivano, in maniera un po’ inquietante, quando era felice. Il suo corpo vibrava, le spalle fremevano, sentivi il tremito della sua pelle. Apriva la bocca e gli occhi diventavano bianchi, le pupille svanivano. Gli occhi ruotavano su loro stessi. Non si chiudevano. Rimanevano aperti. Non era il vuoto, ma potrei usare, sbagliando, questa parola: mi apparivano vuoti. Come durante una crisi epilettica. Forse Adriana moriva ogni volta che faceva l’amore. Non facevano paura, i suoi occhi, non ne eri spaventato. Tutta la sua faccia era felicità. La guardavi ed eri sorpreso. E’ quanto, ad anni e anni di distanza, ricordo di lei. Non saprei riconoscerla, ma i suoi occhi non li ho dimenticati, ogni tanto mi è tornato in mente, questo suo modo di essere felice. Era lei che stava cercandomi all’aeroporto della grande Ciudad.

Innamorati a Managua

Venne a salutarmi mentre, già oltre i controlli, stavo aspettando l’imbarco dell’aereo per Managua. Quando sentii il mio nome pronunciato dall’aria che usciva da un altoparlante che non riuscivo a vedere, pensai che qualcuno volesse impedirmi di partire. Mi avrebbero arrestato perché volevo andare in un paese con la Rivoluzione? Adriana era fatta così, agiva per impulsi, venne all’aeroporto solo per dirmi: ‘Cuidate’. E io non so cosa gli risposi. Non sapevo nulla di lei. E nemmeno del Nicaragua. Ricordo un libro dalla copertina blu scura, comprato in una libreria del centro della Ciudad. Sul retro vi era la foto di un poeta che cominciavo a conoscere (e che mai davvero ho conosciuto sul serio): Ernesto Cardenal. Era vanitoso, Ernesto: sapeva che avrebbe colpito la nostra anima europea indossando la sua camicia bianca e il basco scuro. Aveva già i capelli bianchi. Bianchi e fluenti. Mi appariva vecchio e bellissimo. In realtà, allora, aveva poco più di cinquant’anni. Ed era basso e antipatico. Era già insopportabile. Era un prete trappista e, allora, era ministro nel governo rivoluzionario dei sandinisti, ma di lui vi racconterò più tardi. Ecco, andavo in Nicaragua per conoscere quel prete, per vedere la rivoluzione dei poeti. Trentacinque anni più tardi, quell’uomo, ora sì vecchissimo, mi dirà: ‘Era metafora (credo che volesse aggiungere: coglione…non gli venne la parola, non la disse, ma fece un gesto eloquente), la Rivoluzione la fece il popolo’. Caro Ernesto, hai ragione e ti sbagli: la fecero i poeti, anche i poeti, e nel tuo paese, per qualche miracolo, tutti sono poeti. Sono condannati alla poesia. Me lo dicevano anche allora. Avevo letto Neruda, don Pablo Neruda e le sue parole erano una bussola. E, a Ciudad de Mexico, Carlo, lo scrittore invisibile, me lo aveva confermato: ‘Là vivono grandi poeti e il mondo li ignora’.

La notte di León

In aereo, con me, c’erano alcuni tedeschi. Loro sì, rivoluzionari. Ero spaventato, non li mollai. Mi accodai, non dissero niente, e mi ritrovai in una casa di legno abitata da europei, quasi tutti biondi, quasi tutti molto impegnati, tutti perfetti. Volontari, militanti, fuggitivi, terzomondisti, hippies ancora in cerca di un’altra vita, fricchettoni dallo sguardo un po’ vuoto. Tutti belli e raggianti. Tranne qualcuno sempre silenzioso e dal volto impenetrabile, dal quale traspariva una storia di sangue e ferocia. Non so come vivessero, commerciavano con i loro paesi di origine per tirare su qualche soldo. Mi dettero un letto, ma poi non legai con loro, non facevo parte del gruppo. Mi sopportarono per un paio di giorni, a sera si riunivano in cerchio e parlavano, per lo più in tedesco, io fingevo di dormire sotto la zanzariera. C’era un italiano, ma nemmeno mi salutò, aveva l’aria di un tipo importante in quel giro. Li guardavo bere rhum. Non ricordo cosa facevo durante il giorno. Non mi decidevo ad andare in giro, non cercavo niente, non conoscevo nessuno. Andai a un incontro con il prete-ministro, era pubblico e avevo letto della conferenza su Barricada, il giornale della Rivoluzione. Era annoiato e infastidito, ma doveva stare ad ascoltare i rivoluzionari arrivati dall’Europa.

Alla fine mi cacciarono da quel letto. Una bionda mi avvicinò al mattino e mi disse in inglese: ‘Devi andartene’. Non attese la mia risposta. Girò il culo, un culo un po’ troppo grande, e la vidi svanire nella soglia accecante della porta. Non avevo nemmeno smontato il mio zaino. Raggomitolai il sacco a pelo e me andai. Non sapevo dove andare. Cercai il centro della città. E non c’era. Mi accorsi che Managua non esisteva. Era una non-città di assenze, di vuoti, di radure, una savana urbana soffocata dal caldo. Camminai a lungo e non c’era nessuno per strada. Ci mettevo minuti ad attraversare una strada. Non sapevo orientarmi. Nessuno badava a me. La città non era risorta dopo il terremoto. Managua era un vuoto. Mi appariva come un vuoto. Non era ostile, ma ti infilava insetti a troppe zampe giù per la pancia. Non aveva geometrie. Era un film immobile con immagini sovraesposte. Le sue praterie disseccavano e rinascevano sotto il torrente delle piogge di un’estate che qui chiamavano inverno. Pioveva ogni pomeriggio. A scrosci, ma nessuno ci faceva caso. Ti asciugavi in un momento. Il fango s’induriva in cinque minuti dopo l’ultima tempesta e io camminavo con le scarpe bagnate. Fra marciume e sacchi di pesce maleodoranti. Potrei giurare anche che non c’erano case. Qualche baracca, sì. Mi avevano detto di una donna che affittava una stanza. Ti davano gli indirizzi in una strana maniera. Forse non c’era altro modo: Managua non esisteva.

Bus per Niquinohomo

Un tipo, l’unico uomo che incontrai dopo un lungo cammino senza meta, mi disse: là dove era la casa di Teodolinda. Altri mi avrebbero precisato: ‘là dove era l’arbolito’. ‘Là dove avvenne la sparatoria’. Ma io non sapevo dove tutto questo era accaduto. Gli alberi erano stati tagliati, non c’erano più bossoli per terra. Non sono mai riuscito a trovare Teodolinda, non ho mai saputo dove fosse la sua casa. Trenta e più anni dopo è ancora un indirizzo introvabile. Doveva essere una donna famosa. Aveva una pensione, mi dissero. Per alcuni era un bordello popolare, per altri un albergo elegante, colmo di fiori. Non ricordo dove dormii quella notte, ho in mente tramestii, voci di donne, il ronzio circolare e metallico di un ventilatore. Non uscii di sera, rimasi digiuno, ma al mattino mangiai riso e fagioli. Poteva anche andar bene. Presi una corriera per l’oceano, forse al mare mi sarei sentito più tranquillo e avrei potuto riordinare le idee. Un giovane soldato, alla stazione, mi disse che era cubano e che erano decisi a difendere la Rivoluzione. Lo raccontai a un uomo sul bus, mi mise in guardia: ‘Ti ha mentito, i cubani non sono qui’.

 

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Intermezzo. Nazim fra gli olivi.

Il 1980 è stato un anno importante per me. Devo dirvi di come la poesia decise il mio mestiere. Questa storia è vera. La poesia, una poesia, mi fece compiere il primo passo, ho sempre avuto difficoltà con il primo passo. Credo di essere capace di fare il secondo passo, ma il primo, no. Qualcosa mi blocca. Caterina, prima di mollarmi, mi fece un regalo. Mi regalò Nazim. Non sono così certo che sia stato un vero dono: dimenticò un libro, copertina bianco-ingrigito. Una foto solarizzata. Molti versi erano sottolineati. Con un lapis. Aveva cancellato una parola: padrone, diceva che l’uomo è padrone. Caterina era femminista, credo che si sia dimenticata quel libro, ci era affezionata. Non me lo avrebbe lasciato, fu un regalo inconsapevole. O fu davvero generosa: la vedo mentre ha in mano il libro, sta per uscire, è incerta, alla fine lo rimette sullo scaffale. Non so se, anni dopo, lo abbia mai ricercato. Anni dopo Nazim Hikmet era molto più conosciuto.

 

Firenze, 1980. Nazim apparve all’improvviso fra gli olivi. Abitavamo in una casa fra gli olivi, allora. Nazim era già morto da più di vent’anni, un infarto, appena uscito di casa, stava andando a comprare i giornali. Allora viveva a Mosca. Ben pochi, in Italia, lo avevano letto. Io seguivo le sottolineature di Caterina e le poesie di Hikmet, così semplici, ti spingevano a uscire di casa.

 

Un pomeriggio mi trovai di fronte un vecchio giornalista. Avevamo fissato un appuntamento a casa sua. Io non sapevo cosa fare della mia vita. Stavo all’università, ma sospettavo che non fosse quello il mio destino. Il vecchio era in pensione, parlava con voce arrochita, aveva un modo strano di stare seduto, sembrava attorcigliato ai braccioli di legno. Sergio stava collaborando a una nuova rivista che avrebbe dovuto uscire di lì a qualche mese. Forse mi sarebbe piaciuto fare il giornalista, avevo pensato. Mi disse: ‘Scrivi due articoli. Portali domattina’. A quel tempo non ti chiedevano i curriculum e del tuo passato non gliene fregava nulla a nessuno.

Andai a casa, la casa vuota di Caterina. Possedevo una vecchia macchina color verde pistacchio. Le idee mi sono sempre venute mentre mi muovo. C’erano gli olivi. Il libro di Nazim era sul mio tavolo. Stava lì, non lo leggevo più, ma mi rassicurava averlo a portata di mano. Guardai gli olivi e mi venne in mente. ‘Anche a settanta anni, ad esempio, pianterai degli ulivi/non perché restino ai tuoi figli/ma perché non crederai alla morte/pur temendola,/e la vita sulla bilancia/peserà di più’.  E’ come il ‘primo passo’: ho bisogno che qualcuno pronunci le prime parole. Rilessi quei versi a voce alta e scrissi un articolo sugli olivi. Niente di poetico, un buon articolo di cronaca. Ma cominciava con la poesia di Nazim.

 

Il vecchio giornalista prese in mano le due pagine scritte con un’Olivetti Lettera 22. Non cambiò espressione, ma i suoi occhi si fecero attenti. Disse solo: ‘Va bene’. E mi accompagnò alla porta. Il giorno dopo mi chiamò il direttore della rivista. E mi affidò un’inchiesta. A Firenze, almeno un’altra persona aveva incontrato Nazim e le sue parole furono la chiave che aprì una porta. Quella volta varcai la soglia. Una poesia mi fece entrare nel mondo del giornalismo, cominciai a occuparmi della vita degli altri. Che non è fare il poeta. Nazim mi aiutò a sbagliare strada. Prima di scrivere queste righe, avevo preso un appunto che ora non capisco, ma lo ricopio così come è riapparso sul taccuino, non so cosa dovevo avere in mente quando l’ho scritto: ‘Ci sono voluti tre decenni più altri cinque anni perché Nazim mi indicasse il volo di un uccello che aveva smarrito la sua rotta’. Posso solo immaginare che cosa vogliano raccontare queste parole. Anche voi.

 

Il libro di Nazim  è ancora nello scaffale dietro alla scrivania, in una casa dove non abito più. So dov’è, ogni tanto controllo che ci sia. Ha voglia di essere riletto, lo so. Quella stessa poesia, quella che decise cosa avrei fatto nella vita, annunciò la nascita di mia figlia. Scelsi altri versi: ‘La vita non è uno scherzo,/prendila sul serio/come fa lo scoiattolo, ad esempio,/senza aspettarti nulla/dal di fuori o nell’al di là./Non avrai altro da fare che vivere’. Credo che Greta abbia seguito questo consiglio.

 

Il Nicaragua, la poesia, avete capito, ha qualcosa a che fare con mia figlia Greta, con il mio mestiere, con la mia vita. Solo ora me ne rendo conto. Scrivo questo libro per sapere qualcosa in più di me.

 

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Caffè a Managua

Sulla corriera, un uomo sbandato, magro e storto, con in testa un berretto da baseball, scartò un oggetto. E apparve una pistola. Era seduto accanto a me. Non me la puntò addosso. Me la mostrò, con mani che non la sorreggevano. Voleva che la toccassi. Non disse nulla. Non sorrise. Semplicemente teneva in mano quel revolver, girò il tamburo con un dito. La donna che sedeva al suo fianco, lo guardò atterrita, si alzò, cambiò posto. L’uomo riavvolse la pistola in quel cencio nero. E se le tenne sulle ginocchia. Rimasi lì, fino a quando non arrivammo all’oceano.

 

Dormii in una casa di legno. Sapeva di marcio e salsedine. Cigolava. Si sentivano i ciottoli della spiaggia rotolare, le grandi onde li spostavano di continuo. Era bello. Feci il bagno. Più volte. Mi sentivo tirare al largo dalla forza dell’oceano. Piantavo i piedi e sentivo i sassolini scorrere attorno alla mia pelle. Perdevo l’equilibrio, l’onda se ne era andata, ne arrivava un’altra e mi riportava al bagnoasciuga, mi ancoravo con le mani e mi salvavo. Non c’era luce. A sera, una donna dai capelli nerissimi e il volto arrossato mi portava una lampada a petrolio. Non venne nessuno per alcuni giorni. Il sole ne andava via sempre in fretta. Ti raccontano che i tramonti del Nicaragua sono i più tumultuosi della Terra. Sono fiammeggianti, lussuosi, accecanti. Ma non conoscono l’ora delle streghe, il cambio di luce lento e malinconico. Il buio arriva subito. Una notte improvvisa e sempre inattesa. Ero sempre solo. Non leggevo. Ascoltavo l’oceano, senza vederlo, tanto era scuro. Non c’era confine fra il cielo e il mare.

 

Andai a Granada. Non immaginavo che, anni e anni dopo, sarei venuto qua più volte, che qui avrei conosciuto Gioconda. Non parlavo con nessuno. Questa volta avevo scelto un albergo a due piani, in riva al lago. Senza finestre, non ve n’era bisogno, i ventilatori roteavano e un uomo aggrinzito arrostiva del buon pesce. Mi piaceva il vento che, a sera, faceva cerchi nella mia stanza. Guardavo i lenzuoli sollevarsi. Una ragazzina vestita di nero e a piedi scalzi mi serviva a tavola dopo essersi tolta lo zaino della scuola dalla schiena. Ero l’unico ospite. Non viaggiava nessuno in Nicaragua? Solo rivoluzionari troppo impegnati per godersi il lago? Di quei giorni ricordo il silenzio e la pioggia leggera di ogni pomeriggio. Il clima era diverso da Managua. Non mi decidevo a leggere il libro dei poeti nicaraguensi che mi ero portato dietro. Non aspettavo niente. Una corriera si fermò quasi davanti all’albergo. Scesero due donne. Alte, bianche, viaggiatrici. Turiste. Italiane. La vita cambiò. Conobbi Elisabetta. Era la più alta fra le due. Anche se la mia attenzione fu attratta dalle tette della sua amica. Di lei non ricordo il nome. Non ero più solo.

 

Affittammo una barca e ce ne andammo per le piccole isole della costa Nord del lago Nicaragua. Ci sarei tornato, senza orizzontarmi, solo trentacinque anni dopo. Ricordo che stavo seduto a prua e mi bagnavo il sedere sui legni corrosi dall’umidità. Ricordo il gesto di un marinaio che infilava la barca in tunnel di vegetazione e correva a spostare i rami più frondosi con una lunga pertica. Il viaggio divenne una vacanza. Non mi accorsi della poesia. Alla fine la donna con le tette che attiravano l’attenzione di ogni macho che ronzasse attorno a noi, chiese: ‘Devo lasciarvi la camera?’. Lei si era accorta prima di me. E se ne andò a dormire nella mia camera. Lasciandomi solo con Elisabetta. Alla fine avevo una ragione per riattraversare il charco verso l’Italia. Non mi era molto chiaro. Avevo altre ragioni anche per rimanere nella mia nuova terra. Mesi dopo, da un bar della mia città, chiamai Elisabetta. Anni dopo, nacque Greta. Figlia del Nicaragua e di una poesia della quale non mi accorsi. Ora capite perché questo paese è così importante per me?

Ernesto Cardenal

Quell’anno, alla fine, lessi Cardenal. Mi dimenticai della sua antipatia. Forse era solo stanco quando lo vidi in mezzo a quei petulanti rivoluzionari. Forse già faceva a testate con Rosario, la poeta-rivale, la compagna del presidente Daniel. I due si detestavano, nessuno avrebbe ammesso che l’altro scriveva bene. Il loro odio divenne un’ossessione per entrambi. Ernesto disse: ‘Una donna funesta’. Lei non replicava, sapeva di avere tempo per la sua vendetta. Fece cacciare Cardenal dal governo. Ernesto divenne sempre più cupo: già intuiva che il sogno dei poeti avrebbe avuto un brusco risveglio. Il sandinismo si incrinava nei versi, i suoi versi nascondevano chiodi arrugginiti. Ma io, finalmente, lessi senza staccare gli occhi dalle pagine, l’Oración por Marilyn Monroe. Ci vorrebbe la voce di Ernesto o il cantare di Carlos Mejía Godoy. E’ un’invocazione al Signore perché accolga ‘esta muchacha’, violentata a nove anni e commessa in un negozio a sedici. Era riuscita a entrare in un film magnifico, ma poi, alla fine delle riprese, avevano smontato la scena e si erano portati via il palcoscenico. Avevano sbullonato perfino il teatro e non era rimasto niente attorno a lei. Niente. Una strada di fantasmi e dai tombini usciva vapore acqueo. Lei non aveva più la gonna bianca. ‘La película terminó sin el beso final’. Marilyn, ma non era il suo vero nome, provò a fare un’ultima telefonata, nessuno ha mai saputo chi avesse cercato di chiamare prima di inghiottire sonniferi, le aveva risposto solo una voce metallica: ‘wrong number’. Numero sbagliato’. Señor: per favore, accorri, rimedia, fai una grazia: ‘Rispondi Tu al telefono’.

Perché, poi, ho atteso oltre trent’anni prima di rileggere questa poesia? Eppure un altro prete, un altro poeta, David Maria Turoldo, un giorno, quando seppe che avevo incontrato Ernesto, mi prese sottobraccio e mi disse: ‘Quell’uomo sta facendo la Rivoluzione in Nicaragua, una Rivoluzione a suon di salmi, nella luce dell’antico Esodo’. Disse ancora: ‘E’ un monaco rivoluzionario, magro come una lucertola. Canta. Non smette di cantare’.

Ninna nanna

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Intermezzo Neruda

Anonimo Nicaraguense

 

Dovevano passare molti anni. Prima di trovare il coraggio di saltare nuovamente il charco. Quanto tempo sprecato. Don Pablo Neruda era il poeta più semplice. Avevamo le sue poesie sui nostri scaffali, non ci piacevano molto, per la verità. Troppo liriche, troppo ampollose. Lo leggevamo con superficialità. I nostri tempi erano più affrettati. Scartabellavamo ‘Confesso che ho vissuto’. Confondevamo il suo discorso al Nobel, non ho mai capito se l’ardente pazienza fosse farina del suo sacco o parole di un’altra poeta.

 

Però come ci piaceva: ‘I moli sono più tristi quando attracca la sera’. Nove parole che stordirono perfino Ernesto Cardenal. Che trovò un grimaldello per afferrare nuove parole. I poeti del Nicaragua facevano equilibrismi fra Rimbaud e Neruda. C’è un filo, incomprensibile a noi europei, che crea la poesia del Centroamerica, scolpisce i cuori di giovani borghesi che hanno soldi e tempo e faranno buoni studi. Darío ha fatto alcuni passi. Loro lo hanno seguito scuotendo la testa e facendo finta di leggerlo. Così si sono addentrati in un bosco, ma subito si sono accorti di conoscerne ogni arbusto. Era un giardino addomestico. Neruda ha scartato di lato e vi ha messo l’amore, la politica, la vita, la storia del Latinoamerica. Loro adesso marciavano in una foresta di piante che non riconoscevano. Non era ancora una selva impenetrabile nella quale bisogna farsi largo a colpi di machete, gettando il proprio corpo contro i rami, ma qualcosa stava vibrando nell’aria. Don Pablo disse: ‘Di là’. Loro guardarono quel sentiero malagevole e lo trovarono troppo comodo. Puntarono, con qualche esitazione, sull’intrico delle liane e delle piante spinose. Si lacerarono gli abiti (ne avevano di ricambio). Qualcuno, con più prudenza, scelse la sponda del fiume, ma poi decise di gettarsi nelle rapide anche se non sapeva nuotare.

Ernesto, spezzato fra i baci non dati e il silenzio dei chiostri, nelle notti dell’ora dei salmi, non dimenticava la gioia dei juke-box, il corpo delle ragazze, gli alberghi, i viaggi, i balli, i baci, i bar. Cardenal cominciò a scrivere epigrammi. Non riesco a immaginarlo: scrive al mattino e scrive a notte. Soffre di insonnia. C’è una Rivoluzione che sbanda e si insanguina. Schiva le vendette. Legge Neruda e scrive. Ha vanità, non tiene i suoi fogli in un cassetto. Vuole ascoltare qualcuno mentre legge le sue poesie. Va alla posta centrale di Managua? A chi spedisce, in una busta che le guardie non hanno aperto, i suoi versi? Come finiscono nelle mani di don Pablo. Ernesto e Neruda non si sono mai incontrati. ‘Abitavamo in geografie diverse’, dice Cardenal (bella frase, bella metafora reale). I due si sfiorano, si mancano. Il comunista che non è tale e il prete che non credo sia tale. Almeno non nel senso comune che diamo a questa parola.

Gli epigrammi di Cardenal arrivano a Neruda che, allora, dirige la Gaceta de Chile. Non hanno firma, li ha spediti un anonimo nicaraguense. Don Pablo li legge, si guarda attorno, li legge ancora, se li porta nella casa di Santiago, li pubblica e Ernesto lo saprà solo trent’anni dopo. Arrivano anche sul tavolo di un editore, Neruda li spedisce a un poeta italiano. Non si può rimanere insensibili a Don Pablo. Vengono pubblicati nel 1969. Quel libro comprato (dove? Perché?) nei primi anni ’70, non avevo nemmeno vent’anni, Nicaragua Ora Zero, è costruito attorno alle poesie anonime di Ernesto Cardenal. Neruda ha disseminato i versi di quella terra dove non è mai stato. Perché lì sono tutti poeti, perché la poesia in quel paese sta nell’aria. Si annega la povertà in versi struggenti. Mezzo secolo dopo porto questo piccolo libro a Ernesto. Non vi presta alcuna attenzione.

 

Don Pablo ha un merito latinoamericano. Un grande merito. Ha scrollato l’albero della poesia e ha lasciato cadere a terra l’angoscia, ha cacciato via i poeti dai tuguri, dalle scarpe sfondate, da una morte invisibile salvo poi ritrovare, dopo che il corpo si è decomposto, la grandezza dei loro versi (non c’è riuscito del tutto: i poeti muoiono ancora in baracche alle porte di Roma o in container in Friuli). Noi poeti ci siamo messi alla testa della ribellione dell’allegria. Devo rileggere Neruda. Noi poeti abbiamo il diritto di essere felici. Siamo ferreamente uniti ai nostri popoli e alla lotta per la loro felicità. E in Nicaragua i poeti hanno tutti letto Rimbaud. Ma, vi ricordate, per adescare Gioconda, il Poeta le regala Neruda. Trucco facile facile. Carlos, più intellettuale – ed erano passati anche anni – le declamò ‘Les illuminatios’.

 

 

Don Pablo, uomo onnivoro, grande e grosso, strabordante, amante del lusso, non dimenticò il piccolo Sandino. Da qualche parte lo avrà incontrato, la sua leggenda già andava in su e in giù per il Latinoamerica.

Sandino se quitó las botas,/se hundió en los trémulos pantanos,/se terció la banda mojada/
de la libertad en la selva,/y, tiro a tiro, respondió/a los «civilizadores.»
. Canto General. Ma, poi, il generale non appare mai nelle memorie del poeta, nemmeno un rigo neanche per Cardenal, per nessun poeta del Nicaragua. D’altra parte erano ‘anonimi’. Sandino, con sus guerrilleros,/como un espectro de la selva,/era un árbol que se enroscaba/o una tortuga que dormía/o un río que se deslizaba.

L’isola di Ceiba

Neruda perse l’allegria, non volle sopravvivere all’orrore di Pinochet, del sangue cileno, delle ossa spezzate, dei testicoli brucianti dalla corrente elettrica. Morì e in una sera grigia venne sepolto. Ci volle coraggio per sfidare i soldati e alzare i pugni. Qualcuno lo fece.  Ésta es la historia de Sandino/capitán de Nicaragua/encarnación desgarradora/de nuestra arena traicionada/dividida y acometida/martirizada y saqueada. La radio graffiò le notizie della morte del Cile, della morte di Neruda, fino all’isola di Solentiname. Là viveva il monaco trappista, Ernesto si alzò dall’amaca, una garzetta spiccò il volo e un frutto cadde da un albero. Poi solo la voce metallica e distorta di chi leggeva con indifferenza il dispaccio: Allende era stato ucciso, il Cile sprofondava, un lenzuolo di tenebra era passato sulle poesie voluttuose di Neruda. Triturarono le dita dei musicisti, tagliarono la lingua ai poeti. Era il 1973. Cardenal lasciò che la radio continuasse il suo brusio. In questi momenti si pensa di guardare l’orizzonte. In realtà non si vede niente. L’isola era in silenzio. Poi, dopo un tempo indefinito, qualcuno si mise a canticchiare. E un pescatore alzò una mano per salutare il prete e il suo camminare a testa bassa. Era andato a prendere un visitatore in una terra di nessuno, ai confini del Costarica. Il peso di Don Pablo faceva oscillare la barca e il pescatore aveva il suo daffare a manovrare la piccola barca. Neruda era in Nicaragua.

 

Anni dopo, a Santiago, Ernesto lesse le sue poesie (e ci mise dentro, senza dirlo a nessuno, anche versi di Neruda) dal balcone della Moncada. Le poesie come bombe. Mettono allegria. Lo avreste mai pensato quel giorno di settembre del 1973?

 

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La vecchia cattedrale di Managua

Managua, 2015. Trentacinque anni dopo, arrivo di notte nella non-città. Io non torno mai, a volte vado, fino a ritrovarmi nello stesso luogo. Insomma, passo un’altra volta. Ci tengo a questa distinzione, si torna quando vi sono luoghi dove tornare. So che il taxista, prenotato dall’Italia, se ne approfitta. Non sono stanco. Impaurito, sì. Viaggiamo nel nulla. Non c’è nessuno per le strade. Managua è sempre vuota. Nessuno va a piedi. A notte, anche il traffico scompare. Managua è sempre buia. Qualche lampione con luce da cimitero. Giallastra. Luoghi di oscurità. Un cancello di ferro sbarra la porta dell’albergo. Avevamo riservato una stanza. Un tempo, non lo avrei fatto. Mi addormento senza pensare a Managua. Sono qui. Dove ero trentacinque anni fa. Cosa provo? Cosa c’è dentro di me? Le tende sono troppo pesanti. C’è Daniela con me. Questa volta non sono solo. E’ diverso. Trentacinque anni fa non c’era nessuno con me. E avevo paura. Ho paura anche oggi. Rimango un passo indietro. Ma riesco a uscire. Un passo, solo un passo. Rinvio il sonno, mi tiro fuori dal dormiveglia. Il pavimento dell’albergo è lucidissimo. Aria condizionata. Mi devo ripetere: ‘Sono in Nicaragua’. Dall’altra parte del charco. Un’altra volta. Vedo solo il vuoto della strada di fronte all’albero. Nessuno in giro. Nemmeno una macchina o un’ombra sotto il lampione. Managua è un deserto. Guardo la luce di polvere che filtra da una tenda spessa. L’aria condizionata non fa rumore, è un soffio di freddo.

Carnival poetico

E’ la poesia ad avermi riportato qui. A tentare un altro cambio di vita. E’ accaduto senza che lo cercassi, senza che ne avessi consapevolezza. Collaboravo con una rivista cattolica. Era l’ultimo approdo del mio cabotaggio sotto costa al giornalismo. Avevo conosciuto un frate, mi aveva invitato a un convegno sul ‘camminare’. In un paese di montagna. Mi era piaciuto, ci ero andato, mi ero preparato bene, cominciammo a vederci quando era possibile. Alla fine, tempi di Papa Francesco, gli chiesero di lasciare il paese fra i monti e le mele, gli dissero di scendere in città e andare a dirigere la rivista dei francescani di Padova. Padre Fabio, allora, mi cercò, venne a casa di Daniela, sedette sul divano, mangiò con piacere e poi mi chiese: ‘Puoi lavorare anche per noi?’. In realtà non avevo altri lavori. Navigavo in pensieri neri, in bilico su un vuoto, guardavo le pareti senza vederle davvero. Non dissi né sì, né no. Cominciai. Una sera tornò a casa, ancora una volta Daniela preparò un’altra buona cena, poi Fabio sedette sul divano. Tirò fuori una rivista un po’ spiegazzata. Disse che vi aveva letto un articolo su un festival di poesia. In Nicaragua. Disse: ‘Mi piacerebbe andarci’. Io mi ricordai, dopo trentacinque anni, di quel prete dai capelli bianchi che aveva sfiorato il premio Nobel per la letteratura. Gli raccontai di Ernesto. Allora compiva novanta anni. Potevamo intervistarlo, proposi. Solo padre Fabio poteva trovare sensata questa idea. Una rivista cattolica e francescana avrebbe mandato a sue spese in Nicaragua, oltre il charco, un collaboratore dalla fede incerta e ben più che scricchiolante per incontrare un vecchio prete cacciato dalla chiesa da Giovanni Paolo II, il Papa che solo a sentire un refolo di comunismo andava in paranoia. Non so come, ma la pallina di questa storia cominciò a scivolare su un piano inclinato. Nessuno trovò obiezioni, o, per lo meno, non le disse. Sarei andato nei giorni del Festival di Poesia, avrei intervistato Cardenal, trovato altre storie. I francescani pagarono il biglietto aereo, il taxi dall’aeroporto, l’albergo per un paio di settimane. Con Daniela, partimmo di notte, alle quattro del mattino. Un altro francescano, piccolo e con la barba bianca, ben sveglio nonostante l’ora, ci portò all’aeroporto di Venezia. Avremmo fatto tre scali, tre cambi di aereo. Per arrivare in piena notte nel deserto di Managua. Colpa della poesia. Ma l’ho chiaro solo ora. Ho qualche sorpresa a mettere in fila quanto è accaduto nella mia vita per poesie che mai ho letto. Su uno scaffale della mia libreria, quel libretto edito da Guanda dai colori bianchi e rossi, Nicaragua Ora Zero, riapparve. Aveva resistito ai traslochi. Era al suo posto. Aspettava.

 

Al mattino, fuso orario ribaltato, esco dalla stanza. Ed entro nel caffè del mio albergo. Credete nei segni? Per molto tempo, ho cercato di crederci. Ricordate quel caffè dove Coronel Urtecho ed Ernesto Cardenal si era ritrovati per parlare di Leonel Rugama (dai, girate qualche pagina indietro)? Cammino con lentezza. Le mattine sono rassicuranti. Una terrazzina lunga, affacciata sulla strada, collega il cortile delle camere al caffè. Non c’era bisogno di uscire per strada. Mi ritrovai nel cafè de los Poetas. Il caffè dei Poeti. E uno striscione, allacciato a due palme, ricordava i novanta anni di Ernesto. Dietro il bancone c’era il suo ritratto in tinte azzurre. Basco nero e barba bianca. Occhi ancora vivaci. E, alle pareti, le foto ingiallite dei poeti. Coronel Urtecho se ne sta con le mani dietro la schiena e la sua pancia a collina in fuori. Il basco, naturalmente, in testa, a nascondere i capelli. Ha meno vanità di Ernesto, le sue poesie strappano di più le budella. Mi appaiono sincere. Posso stare tranquillo? Sono nel posto giusto. Il ritorno in Nicaragua comincia con i migliori auspici.

Carnival poetico di Granada

Ho bisogno di una guida. Non esco qua fuori. Anche se è mattino. Le auto hanno finestrini chiusi e neri. Aria condizionata e ladri al semaforo. Il vecchio cooperante blinda i vetri della macchina. Porta i figli a scuola. Nessuno va a piedi. Si svegliano gli uomini e le donne, sporchi, che hanno dormito in strada. Traffico aggressivo e sudaticcio. Mi piace questa parola: rende bene l’idea.

 

Sono già stato in questa città: perché non riesco a muovermi dall’albergo? Juan Carlos, critico letterario, dice di essere esperto di Managua e cerca di convincermi: ‘Città in costruzione. Guarda gli alberi della vita, sono ispirati da Klimt. L’urbanistica di Managua è stata decisa dalle catastrofi, dalla guerra, dalla Rivoluzione sandinista, dalla speculazione immobiliare e dai centri commerciali’. E’ che Juan Carlos deve convincere i turisti a venire qua. Per lui, Managua è bella. E se ne va al Mercado Oriental. Dove la ragazza dell’albergo mi ha detto: non ci vada, si troverebbe nudo. Mani a controllare il portafoglio, nascosto sotto le mutande. Ma Juan Carlos ha ragione: Managua è bella e ossessiva.

 

Richard è statunitense, un gringo. Anche lui sta facendo colazione al cafè de los Poetas. Ha l’aria di uno che se la spassa. Ed è uno che consiglia: ‘Occhi aperti, sei una tentazione per un esercito di ladri. Non fare turismo a Managua, vattene altrove’. E poi mi dice: ‘Devi sapere di geografia. Usa il sole: il lago sta a Sud, i quartieri sono tutti a Nord. Ci sono seicento barrios. In molti non mettere piede’. E mi dà una lista di ventidue luoghi dove non andare: in testa i quartieri América Dos, Schick e Dimitrov. La vodka Dimitrov? Così avevo letto. Ma poi ho controllato: non esiste una vodka che si chiami così. E allora era davvero George Dimitrov, comunista bulgaro. Che qui è diventato Jorge. E come mai ai sandinisti è venuto in mente di chiamare così un barrio dalla brutta fama di Managua? Ve lo racconto, vale la pena: è colpa della Rivoluzione, di Somoza e dell’uragano Aletta. Nel 1982, il Nicaragua fu travolto da questa tempesta tropicale. Morti, feriti, dispersi e migliaia di famiglie senza casa. A centinaia furono spostati dai quartieri devastati in questi terreni non così lontani dall’Università dei gesuiti. Appartenevano alle vacche di Somoza. Confiscati, erano terre del governo sandinista. I profughi dell’uragano tagliarono gli alberi, si divisero la prateria, cacciarono le vacche e costruirono il barrio. L’ambasciata bulgara mise i soldi per la luce. Gli abitanti guardarono l’ambasciatore e, per gratitudine, dissero: ‘Beh, decidete voi il nome del quartiere’. E lui: ‘Dimitrov, il nostro eroe’. Uno stalinista, segretario dell’Internazionale Comunista, morto del 1949 e imbalsamato nella piazza di Sofia. I sandinisti si fidarono, non sapevano niente di storia bulgara, non avvertivano, lontani dall’Europa, i paurosi scricchiolii del mondo comunista. Andò così: con la fine del comunismo, il corpo di Dimitrov fu lasciato ai vermi di un cimitero, rimane una statua a Cotonou, in Benin, una strada a Cuba, forse una piazza a Città del Messico. E uno dei quartieri violenti di Managua. Attorno vi hanno costruito il Metrocentro, la nuova cattedrale, l’hotel Real, gli uffici centrali della polizia. Che abbia ragione Richard? Lascia perdere, non andare al Dimitrov, chiunque egli sia, ti troveresti una pistola nella pancia e spera di avere nelle tasche qualcosa che li accontenti. E non andare nemmeno al Mercado Oriental, mi ripete anche lui, mentre si alza e si dirige, allegro, verso un tipo che lo aspettando con le chiavi di una macchina in mano.

Notte scura

Managua non esiste. La gente va al Mercato Orientale. Prendono un taxi con altri. Non hanno macchina e vanno al Mercato. Poi vi sono quelli che non ci vanno: vivono in collina, lontano dal caldo spaventoso delle sponde del lago. Fanno finta: si convincono che vivono a Miami. Quelli che vanno al mercato tagliano l’erba a quelli delle colline, giocano con i loro bambini, scopano le scale, lucidano i pavimenti. Sono sempre lucidi i pavimenti a Managua. Quelli delle colline e quelli che vanno al mercano non si vedono, Managua non esiste.

 

A volte, solo a volte, scorre il sangue. Google, gentile, offre una mappa dei luoghi pericolosi di Managua: li segnano con pistole rosse e coltelli sanguinanti.

 

Città di vuoti. Non riesco a immaginarla quando c’erano le case, i vecchi palazzi, le piazze, i caffè in botteghe di penombra. Vedo le foto degli anni ’60. La vieja Managua. Appare una città ‘normale’. Ora è invisibile. Dove vivono due milioni e mezzo di abitanti? Fatico a vedere le case. Vedo solo cancelli e inferriate e guardie panciute con il calcio della pistola bene in vista. Città perfetta, città che, a vederla dalla collina di Tiscapa, è verdissima. E, invece, non esiste. Oggi cresce attorno ai centri commerciali. Appuntamenti al Metrocentro. E’ il solo luogo della città dove Richard mi consente di camminare. ‘Ma non più di dieci isolati. Poi prendi un taxi’. Non so raccontare Managua. Perché le dedico così tanto spazio? Senza una ragione, perdo tempo, per capire dove voglio arrivare. Se voglio arrivare.

 

A Managua ci sono le poesie e le rotonde. Sono quasi certo che qualcuno abbia scritto poesie sulle rotonde. Mi avevano raccontato che le rotonde erano un’imposizione dell’Unione Europea. Fake news, se ci sono anche qui. Devono esserci studi di economisti e ingegneri dietro le rotonde. Sono sicuro che un poeta siede a fianco degli stivali di Chavez nella rotonda dedicata al caudillo venezuelano. E’ un buon punto di vista. Fa troppo caldo per fermarsi. Rotonde con Gesù Cristo, con Alexis Arguello, il ‘magro esplosivo’, il pugile-leggenda del Nicaragua, con Sandino, con Guevara. Rotonde. Forse perché quelli delle colline temevano i ladri ai semafori, i mendicanti ai semafori, i ragazzi a torso nudo che, ai semafori, battono sui finestrini con le nocche delle dita. Le rotonde, forse, non fanno vedere il mondo perché il traffico non si ferma. Vedere è il problema. Le rotonde sembrano corsie di accelerazione. Noi andiamo a piedi. Non c’è ombra, non sudo, ma la pelle è rovente. Avverto l’asfalto di fuoco sotto la suola delle scarpe.

 

Due italiani lasciano l’albergo. Schifati dagli scarafaggi gialli che hanno risalito lo scolo della doccia. Ci tengono a dircelo.

Cara nera al Carnival

Mi accorgo che davvero non so raccontare Managua. E non perché non esista. Anzi, questa sarebbe una buona ragione da poeti. Posso solo scattare qualche foto. Con l’apprensione per la mia macchina, non riesco a togliermela di dosso la paura. I ragazzini a torso nudo ciondolano ai bordi delle strade, hanno Reebok ai piedi. Quando non sono scalzi. Sono rapidi, veloci, nervosi, eccitati, spaventati. Qui li chiamano huelepega. Snifanno colla di falegname e benzina. Chi ha ragione? Lo spagnolo sorridente, Juan Carlos, o il gringo vestito come si deve, Richard?

 

Teodolinda non l’ho mai trovata. Ci giro attorno, credo. Non chiedo. Non c’è nessuno a cui chiedere. Managua non ha centro. Ce l’aveva prima? Prima del terremoto o prima della Rivoluzione? Trentacinque anni fa il centro mi apparve la piramide dell’Hotel Intercontinental, certo avevo cominciato a fare il giornalista e lì dovevo andare. Mi dissero che la faglia del terremoto correva proprio sotto l’albergo. ‘Il diavolo, il diavolo’, mi disse un tipo che voleva vendermi un grande ventaglio e indicò con un dito il terreno sotto i suoi piedi. Seimila anni fa, gli uomini ai bordi del lago fuggirono alla collera del vulcano e lasciarono, sotto una tempesta di cenere, fango e acqua ribollente, le loro orme sulla Terra. Allora esistevano e già fuggivano. Un popolo in fuga. Dai mostri. Però sono ancora qui, i nicaraguensi e gli abitanti di Managua. Nessun altro luogo dove andare. Proviamo a vivere con i mostri, a far crescere i nostri figli vicino ai mostri. Perché sappiano, perché vedano il diavolo. E lo possano affrontare a mani nude. Il diavolo che, ora, mentre cammino lentamente, verso l’ingresso della piramide dell’hotel più celebre, è sotto i miei piedi. E’ una strana idea. Il caldo non arriva dal cielo, è nei mattoni, nel cemento, nell’asfalto. E nel metallo colorato degli alberi della vita, voluti dalla presidenta. Ecco, qui sta lo scontro a muso duro fra i lunghi capelli bianchi di Ernesto Cardenal e le ossa spiritate di Rosario Murillo. Roba che non ci interessa, si prendono a legnate da anni e anni, devo rendere giustizia alla presidenta e cercare le sue poesie. Ma è tutto così chiaro: Ernesto alzò immense sagome nere di Sandino sulle sponde del vulcano di Tiscapa, proprio dove il diavolo crepa il Nicaragua e il tiranno aveva messo la sua camera degli orrori. Rosario, invece, semina alberi di metallo che si arroventano al sole, ispirandosi ai quadri di un pittore secessionista, amato dagli adolescenti europei.

 

La direttrice del museo de Las Huellas si preoccupa per noi. Va a cercare un taxi. Suona alla casa di uno che vive accanto alle orme degli uomini in fuga. Non vuole che camminiamo per il quartiere di Acahualinca. ‘Non è sicuro’, mentre sveglia il tassista. Anche gli uomini che, seimila anni fa, fuggivano lasciando tracce dietro a loro erano insicuri. Camminavano abbracciandosi, tenendosi per mano.

Carnival poetico

Mercado Oriental. Ci sono stato la prima volta che venni qua, non ci sono più tornato. Ho dato retta alla ragazza dell’albergo. O forse ho disobbedito. Que quiere, mi amor? Ma non mi guarda, lo dice con la faccia girata. L’eco delle venditrici ti insegue. Io non so cosa desidero, ma m’incanta sapere di essere amato. Lo dici anche a chi non è bianco? Non c’è il centro della città, non c’è il centro al mercato. Gli indirizzi si danno a negozi, a venditori di occhiali, di cellulari, di alberghi, e poi si indicano le cuadras che mancano. Que quiere, mi amor? Cosa sto cercando a Managua? Al mercato alcuni uomini e donne, a coppie, pregano in una cappella di legni dipinti. Un infermiere misura a pagamento la pressione. Occhio alle tasche, chele. Odori di liquami, ma si mangia bene al mercato. E lo sporco lo nascondono, dietro alle pareti, nello scolo delle acque. Passano sempre con i cenci e il pavimento è sempre bagnato, scintillante, umido. Que quiere, mi amor? Non lo so. Bevo da un sacchetto di plastica, acqua colorata di rosso porpora. Non ha un sapore, è gelata, sento che scende lungo il mio corpo. ‘Sono un poeta. E tu?’. Ha quindici anni e l’aria di chi sta fissando una preda. Dove ho messo i soldi? ‘E allora dimmi una poesia’. E lui la dice, e non è Darío, non so di chi siano le parole che mi recita accennando un movimento con le mani, niente di più. ‘L’hai scritta tu?’. ‘Io sono un terrorista’. Avresti potuto dirlo anni fa e ti ritrovavi eroe.

 

Il terremoto doveva far venire qualche dubbio. Con chi era schierato il destino? Nessun prevede i terremoti. Faceva troppo caldo, alla vigilia di Natale. Ricordo che così mi raccontò anche Rita ad Amatrice: ‘Faceva troppo caldo quella notte. Noi facevamo la festa del paese. E il caldo era spaventoso per essere la fine di agosto’. Non si guarda il cielo, quando arriva un terremoto. Ma non si può chinare il viso verso terra, il drago rimane invisibile. Quella che sto vedendo, queste radure nella città, questo vuoto verso il lago, questa città è stata rimodellata dal terremoto del 23 dicembre del 1972. Le piattaforme oceaniche cercarono di riaprire il cammino alle onde dei due oceani. Dopo la furia della Terra, sarebbero venuti i ladrocini dei Somoza, le battaglie in città, la violenza, la fuga del tiranno, la Rivoluzione. Sto camminando per una città che, dopo quasi mezzo secolo, è ancora amputata. Cerco case e alberghi che non ci sono, mi dicono di alberi che sono stati sradicati trent’anni fa. Le strade della non-città sono, a quattro decenni dalla vittoria sandinista, una sfilata di morti che sono vivi. La Rivoluzione è nelle lapidi, nelle targhe, nei monumenti, nei ricordi di marmi. Memoria lunghissima in Centroamerica.

Carnival poetico

E’ un’illusione. Arrivo in una piccola piazza. Ci sono tre donne sedute. Sono allegre e di mezza età. Alle loro spalle, Daniel Ortega, Fidel Castro ed Ernesto Guevara. Poi la targa di un martire. Allora sì, c’è stata una Rivoluzione in Nicaragua. A quarant’anni di distanza cammini per le strade di Managua e t’imbatti in monumenti disadorni e spesso spezzati dedicati a chi ci rimise la pelle in quella guerra così lontana, eppure così vicina. Teatri, ospedali, mercati, scuole hanno i nomi di chi venne ucciso. Sergio Ramirez ha già scritto parole di amarezza: ‘C’è un barrio che ribattezzammo per onorare Cristián Pérez, caduto pochi mesi prima della liberazione di Managua. Oggi in molti chiamano nuovamente quel quartiere con il nome di Salvadorita, la moglie del primo dei tiranni’. Penso alle targhe dei partigiani sui muri della mia città, alle lapidi nelle periferie dove sono caduti ragazzi. Io sono nato otto anni dopo la fine della guerra in Europa, raramente ho alzato gli occhi a quei ricordi di marmo. Non hanno fatto parte della mia gioventù. A Managua mi pareva di camminare fra i fantasmi. Chi sarà questo Moses a cui non hanno fatto un monumento, ma hanno solo inchiodato una targa in metallo a un muro? Il sandinismo vive nei suoi fantasmi. Come se loro ti stessero a guardare con aria di rimprovero. Passi via e cerchi rifugio all’aria condizionata del Metrocentro. Hai un appuntamento con il cooperante venuto qua a dare una mano alla Rivoluzione e dopo, bisogna pur vivere, ci sono le consulenze per le grandi organizzazioni internazionali, per gli imprenditori, con saggezza non direbbe più: lavoro per i padroni. C’è stata la Rivoluzione?

Granada

Ho imparato un cammino, fino all’angolo, giro sulla curva dell’Università dei Gesuiti, guardo gli studenti seduti su gradini di pietra, poi a sinistra, strada buia, inferriate agli ingressi, donne dalle grandi pance stanno sulle sedie a dondolo, guardano, non guardano, più avanti, protetta da un’altra inferriata, c’è una vecchia, sua figlia, suo nipote, il marito della figlia. Tutti indaffarati attorno a riso, maduros, fagioli, pollo fritto. Una fritanga. Voi non ci crederete, c’era una poesia, un foglietto con dei versi scritti a macchina, un foglietto ingrigito e unto, la poesia meno nicaraguense che potessi immaginare: De nuevo. Sí. De nuevo/siento que voy, que llevo./En el tren, en los trenes,/siento que vas, que vienes./Inútil preguntar/a la tierra, a la mar,/a la estrella polar./Ni la arena, ni la espuma, ni la estrella/darán razón de ti. De ella./Pero te esperaré. Te espero en las esquinas,/a ver si vas, si ves, si lo adivinas.* Quella notte, solo quella notte, non ebbi paura.

 

 

Juan Carlos Abril ha scritto ‘Managua en costruction’ sul El Pais nel settembre del 2017.

Richard Leonardi ha scritto la guida Footprint del Nicaragua. Un’amica italiana che vive a Managua mi ha raccontato della città che non esiste. Mentre scrivevo questo capitolo, e non riuscivo ad andare avanti, leggevo ‘Tuani’ e ‘Pacha’ di GianLuigi Gherzi. Continuerò a leggere e correggerò fino al momento di andare in stampa.

 

E’ Coronel Urtecho, non avrei mai potuto immaginarlo, a scrivere: Di nuovo. Sì. Di nuovo/sento che vado, che parto/Nel treno nei treni/Sento che va, che vieni/Inutile domandare/Alla terra, al mare, alla stelle polare/Né la sabbia, Né la spuma, né la stella/ti daranno ragione. Di lei/però ti aspetterò. Ti aspetto a ogni angolo/per vedere se vai, se vedi, se indovini

 

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