Felici e Conflenti.2/Se decidi di rimanere qui…

I musicisti mi sorprendono. Si svegliano presto. Sono tornati a notte fondo con addosso l’odore del legno, del fuoco e del vino e ora sono già svegli attorno al caffè di Mariano. La terrazza del ‘Letto & Colazione’ Erica regala l’orizzonte del monte Riventinu, la montagna del pastori. Dovrò salirci un giorno.

Si svegliano presto e hanno voglia di parlare, i musicisti e i ballerini. Azzardo: ‘Cosa è questa tradizione?’. So di andare in cerca di guai. Ho in mente i canti polivocali calabresi che, nel primo autunno, ho visto mischiarsi con l’elettronica di Marco e Cocò. Settimane addietro, a Belmonte Calabro, contemporaneità e forza del passato hanno giocato assieme.

Salvatore suona al bar

 

Andrea e Antonio

Andrea non aspettava altro che il mio azzardo: ‘Abbiamo imparato dagli anziani, senza di loro noi non esisteremmo, non possiamo tradirli’. Christian: ‘D’accordo, la tradizione non è un museo, non è immobile, ma devi conoscere la grammatica antica dei suoni, devi avere un sapere profondo’. Cominciano a parlare di fisarmoniche e organetti. Degli strumenti ben costruiti. Alessio mi dirà che loro si sono messi ad ascoltare elettronica. Discutono davanti al caffè e dolci. Vorrei un panino con il salame. Intravedo lo sguardo di una passione, di un fuoco, di un fare. Paola diceva: ‘Se hai deciso di rimanere qui, devi fare qualcosa’. Vorrei rassicurarla: i ragazzi fanno. Sono qui. Anche se sono via, vorrei dirle: sono qui. Tranquilla.

Giuseppe

 

La mattina al bar

‘Ho un appuntamento’, dice Andrea. Alle nove del mattino, dopo una notte insonne di danza e fuoco? ‘Al bar’. Esce quasi di corsa. Io arrivo in ritardo, sono più lento. Andrea e Salvatore hanno già cominciato a suonare: ciaramella che qui si chiama pipita e piccole e buffe percussioni. Suonano attorno a un tavolo rotondo, distesa di caffè, con bicchiere d’acqua. Pubblico di tre ragazze felici. Nives mi dice che un giorno ha letto di danze popolari e ora non può farne a meno. Viene da Monza, se ben ricordo. Antonio, e i suoi sedici anni e il suo organetto, non ride nemmeno se gli fai le facce. I musicisti non sorridono su queste montagne. ‘Sono concentrati’, mi dicono, con altrettanta serietà. Salvatore batte due legni quadrati con sonagli. Tutto lì. Tamburello dei poveri. E’ un grande risveglio, questa mattina. Salvatore viene da Cutro, terre di Crotone, altra sponda della Calabria. Ha il cappello in testa e gli occhiali rotondi. Racconta di temporali, della tempesta che ha portato via il tetto della sua casa. Mi dice della sua storia, dei musicisti con chi ha suonato. Io non sono di qua, mi smarrisco nella geografia e nelle storie. Poi mi dice ancora: ‘E’ il destino che ci ha fatto incontrare’. Sta davvero dicendo a me? Gli chiedo del Crotone calcio, che ho amato nel tempo di una serie A. Deve essere una storia di età. Vorrei dirgli: guarda che sono più vecchio di te. Mi lascia l’indirizzo. Promessa di foto. Antonio sorride. Allora Antonio sorride. Quando non suona, immagino. Un ragazzo di sedici anni e un grande di sessantatré. Una meraviglia.

Godersi il sole

(Ecco salta via la luce, c’è la neve là fuori, ho già scritto e, come accade nella fragilità di questo scrivere senza materia, tutto scompare. Ho imparato a soffrire per cinque minuti e poi farmela passare, un graffietto in più. Ricomincio. Verrà meglio)

Prove di lira

Ricomincio con i passi verso il cimitero, verso le case-laboratorio dietro al cimitero. C’è il sole dell’inverno. I colori cercano di brillare. Gli olivi si arrampicano sui terrazzamenti. I ragazzi della Calabria, arrivati dal Nord, si siedono al sole, cercano il calore che non trovano a Milano, chiudono gli occhi, appoggiano la schiena a un muro e lasciano andare i pensieri. ‘Da due mesi, non vedevo il sole’, mi dice Giampiero.

Lezione di intaglio

 

Chitarra

Vincenzo osserva le mani di una ragazza attorno alle corde dello strumento che ha costruito. ‘Fammi vedere il tuo gesto, così capisco cosa posso costruire per te’. Vincenzo è un liutaio. ‘Ho rischiato di fare il commercialista’, ricorda. Come faccio a dirgli che io ho un diploma di ragioniere. Ha capito in fretta, Vincenzo, meno male per lui, oggi ha bottega a Lamezia. Mi fa toccare il dorso di una lira, strumento antico della Calabria. Liza bizantina. So (ho letto) che l’ultimo concerto pubblico di un musicista di lira era avvenuto negli anni fra le due guerre. Strumento scomparso negli anni ’70, leggo ancora. Ma, nelle montagne, vi era chi ancora suonava, chi costruiva la sua lira, chi accordava in Sol maggiore (ricopio, non so cosa voglia dire). E ora il liutaio Vincenzo costruisce le lire e viene a Conflenti a fare i corsi. Parla come un romanzo orale. Mi dice del legno di ciliegio canadese: ha un suono ‘caldo, pastoso, rosso’. Vincenzo è certo che i colori influenzano sul suono. Mi spiega, con minuzia, dei canali linfatici dell’olivo di Siderno. Mi dice dell’anima: che non deve toccare né il ponte, né il piano armonico. Si raccomanda: la venatura del legno non deve spezzarsi nella costruzione dell’archetto. Diffida degli strumenti costruiti a macchina. ‘Devi sentire il suono con le mani’, mi spiega e mi invita a toccare la cassa armonica. Mi parla di abeti rossi, di legno di risonanza, di aceri, di sambuco. Legno, budello, canna e cuoio: sono i materiali della lira. Vincenzo sceglie legna da alberi da frutta: ‘Il loro suono ha una bella armonia’. Gli strumenti sagomati a macchina non hanno anima. ‘Bisogna costruire strumenti capaci di un suono adatto alla estetica di ogni musicisti’. Vorrei avere un filo per seguire i sogni di Vincenzo. Lo guardo mentre si mette a suggerire l’intaglio a una ragazza che cerca di scalfire il vuoto di un triangolo su una tavoletta di legno.

 

Francesco a lezione di zampogna

Alessio scrive per me: ‘Ppe chistu sta catarra/avia stu nitnnu/ca avia li cordi di pur di cunnu’. Dai, traducete…

Gioco di corpi

Arriva Raffaele. E’ lui a riconoscermi. Ci incontrammo ad Aliano, qualche anno fa. Discutemmo del festival de ‘La luna e i calanchi’. Ci si ritrova fra queste montagne. Ci si ritrova fra la gente che gira per i suoni. Raffaele è venuto qui con cuoche e gente che sa di cibo. Cucina sociale. Ragazzi dei paesi che vanno di casa in casa, di festa in festa, di cucina in cucina a proporre cibi e storie di cibo. Qui sono venuti con farina, vino, olio, uova e miele. E miele di fichi, una sciccheria. Una conca nella farina, il vino scuro, il giallo-tramonto delle uova. L’impasto. Il ritaglio degli gnocchi che diventano dolcetti, si trasformano in turdilli calabresi. Da friggere e intingere nel miele. Una delizia scintillante, ‘calorie attive’. Lascio la parola a Raffaele: ‘Qui, a Conflenti, ritrovo il mio modo di pensare il mondo. Qui mi fregano: penso spesso di andare, di partire, di fuggire, poi vedo gente che sorride e viene da ogni parte d’Europa a cercare qui quello che io non riesco a trovare. E allora mi fermo ancora, indugio, mi ripiglio la mia parte di speranza, mi do un’altra possibilità, mi convinco che posso ancora regalare bellezza e sostanza ai miei sogni e rimando il mio viaggio’. Provo a arrotolare la pasta, mi incaglio nel tavolo, ma avverto l’impasto sotto le dita. Prendetemi in giro: un fragile emozione. E il rimprovero-suggerimento: ‘Non devi accarezzare l’impasto, spingi e allarga’. Mi ritiro, con un timore.

Farina

 

Turdilli da friggere

E fuori ci sono due ragazzi belli come la luce che annodano corpi in equilibri da contorsioni. Devono avere sceneggiatori, occupano il paesaggio, attirano gli occhi. E gli orecchi si distraggono con una danzatrice di flamenco che suona la lira con serietà calabrese. E più lontano vagano suonatori di zampogna. ‘Le labbra sono un appoggio’, dice Christian che, faccia contro il muro, suona come se fosse a Gerusalemme. Remigio insiste sullo stesso suono con tenacia. Una ragazza prova il frusciare delle canne. Francesco cammina in su e in giù stringendo al petto la sacca della zampogna. Le zampogne sono sinfonie di calabroni. Suonano nell’attesa dei fiori.

Francesco e il suo perro

E poi c’è Francesco. Che viene da Bova. Con le sue lire e  i suoi legni. Il suo cane è un corista, si mette su una sedia davanti al suono del suo padrone e prova a seguirne gli accordi. Ci riesce, prima di distrarsi. Si merita gli applausi e una danza improvvisa. Suona una banda pilusa, la fanfarra: zampogna, pipita, cassa e rullante. Sono davvero i giorni del Natale.

Lello e il grano

Lello impugna, come una bandiera, spighe di grano Cappelli e di grano Timilia. E’ la pasta che mangeremo. Gruppo del Seme che cresce di Catanzaro.

Arrivano, e arrivano per me, Antonio e Teresa. Arrivano dall’Aspromonte. Da quanto tempo non ci vediamo? La mia prima Calabria, mille e trecento anni fa. Fili che, fragilissimi, resistono agli anni, alle assenze, alla distanza. Fili forti, insomma. Arrivano per un’ora. Duecento chilometri per vedersi negli occhi, lacrime sul confine delle palpebre, lasciano un n’duja. Loro ricordano di me…Rimango a guardarli andar via. Con le mani in tasca.

Intaglio

 

Braciere

 

Un lume per nostri cammini

 

Il paese vecchio

 

Ci sono i poeti che scrivono sui muri di Conflenti. Franco Costabile lascia poesie aeree: ‘Splende la piazza/già tranquilla//di cielo e di botteghe/ma quei ragazzi/andati al Venezuela/hanno lasciato/la loro ombra lungo i muri’. ‘Sono con due cuori. Uno che dice: va!. L’altro che dice: che vai a fare!’, vedo Saverio Strati camminare per i vicoli del paese con addosso le sue incertezze. ‘Noi dobbiamo crederci e, soprattutto, volerlo’, si affaccia a una porta Carmine Abate e spazza via i dubbi. Mi accompagnano fra i vicoli del paese vecchio, Conflenti si mostra a chi fa qualche passo in più. A chi scavalca il confine della fonte Pometta. ‘Un tempo erano due comuni’. Dieci famiglie vivono a Suprani, il paese ‘superiore’. Ci sono i presepi nelle cantine. Gente con passione e fede ha lavorato per giorni e giorni al mistero del presepe. Ci sono le patate con i peperoni, e il vino, un bicchiere in un vicolo, un grande seduto su una sedia di plastica, mi incoraggia: ‘Mangia, mangia’. Compro un biglietto della lotteria. Posso vincere un maiale di ‘circa un quintale’. ‘Vivo?’. ‘Vivo’, mi risponde la ragazza.

Presepe contadino

Poi è il tempo della chiesa della Madonna di Loreto. Fredda come la Groenlandia. Persino Sonia, che viene da Bolzano e studia la musica, trema. Ci sono le voci degli NtinnaNti’  che salgono una sull’altra, si aspettano, si ricongiungono, si trovano, si fermano. Portano le mani all’orecchio. Canti polivocali. La voce sola di Anna Maria. Alessio manda la testa all’indietro, Chiara è sempre di profilo, Giuseppe la guarda. L’altro Giuseppe cerca gli occhi delle voci che cantano al suo fianco. Chiedo significati: ‘In calabrese per rafforzare un concetto si usa ripetere la prima parte della parola. Per dire “parla, parla”, si dice parra, pa. Gli Ntinnanti sono quelli che cantano. Ntinna Nti’ significa canta, canta. 

Alessio

 

Giuseppe y Giuseppe

 

Chiara

 

Anna Maria

 

Giuseppe e Chiara

 

Nadia

 

Vincenzo

 

Zi’ Vincenzo

 

Matteo

E poi le zampogne. Non ricordo i nomi di tutti i  musicisti. Mi dicono dei suoni diversi. Credo di afferrare questa diversità Ogni paese ha il suo modo di suonare. Biodiversità dei margini. Gianluca ha le mani gelate e voglia di chiacchierare e voglia di suonare. Matteo (sbaglierò tutti i nomi, immagino) ha vestiti di eleganza, appare come un suonatore di città, poi ha occhi che brillano quando invita sull’altare della chiesa zi’ Vincenzo. Tu scendi dalle stelle. Bellissimo. Un altro Vincenzo avrà mezzo secolo meno di zi’ Vincenzo, ha l’aria da studente fuori sede e già costruisce zampogne. Altri, molti altri a suonare. Le mie scuse, sono un pessimo cronista. Don Adamo, parroco da decenni: ‘Credeteci. Siete venuti in una chiesa fredda come una grotta. La vostra fatica diventa gioia quando sentite l’accordo. Credeteci’.

La danza dei Giganti

La festa non ha alcuna intenzione di finire. C’è la notte e il freddo, il vino e ancora pasta, le trippe, la gente del rione di Sant’Andrea. Ci sono i presepi da esplorare di nuovo. Alessio si mette a guidare i Giganti. Danzano Mata e Grifone, la donna prosperosa e bella, dalla pelle bianca, e il saraceno scuro. Sono altissimi, ruotano su loro stessi, si scontrano, si amano, fuggono, si ritrovano, si sfiorano. I tamburi danno il ritmo della danza.

La danza in piazza

 

La gente di Sant’Andrea

Nella piazza, una panca di gente del paese. I ragazzi portano i piatti del cibo. Braci in un bidone per scaldarsi. Piazza di case senza abitanti. Un tempo, raccontano, qui era carcere, le case furono costruite attorno alla prigione. Paese aggrovigliato, tre piani, la legnaia in basso. Guardo i grandi, magri e silenziosi, seduti al lato della piazza. Il piatto sulle ginocchia. Gli organetti suonano felici, le zampogne si gonfiano, i ragazzi hanno il sudore della danza. Sono accaldati e felici. Felici e Conflenti. Io batto i piedi dal freddo. Una famigliola si gusta la pasta, mi offrono vino, i Giganti fanno altri giri. La festa non finirà. La ruota della danza, il cerchio di un corteggiamento, il maestro che invita. La notte a Sant’Andrea.

 

 

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4 pensieri riguardo “Felici e Conflenti.2/Se decidi di rimanere qui…

  • 3 Gennaio 2019 in 23:13
    Permalink

    Conosco conflenti a memoria la mia mamma è di conflenti ho avuto modo di vedervi e sentirvi danzare e suonare alla Madonna di conflenti ad agosto

    Risposta
    • 4 Gennaio 2019 in 19:51
      Permalink

      I ‘ragazzi’ saranno felici. E ‘conflenti’…

      Risposta
  • 4 Gennaio 2019 in 6:13
    Permalink

    Il racconto di Andrea Semplici è meraviglioso. È stato come essere stato lì attraverso la lettura. Forse qualcosa di più. Una condivise di visioni e racconti di vita polare. Suoni, tradizioni e vita sociale. Conosco bene questi momenti, ma non ho mai saputo raccontarlo così.

    Risposta
    • 4 Gennaio 2019 in 19:50
      Permalink

      Grazie, Sandro…sono belli i tuoi complimenti. Questo cerco di fare: parlare, magari anche in maniera strampalata, di quello che mi attraversa mentre ‘guardo’. Ti confesso: una volta tanto vorrei ‘partecipare’. La tua, la vostra terra è davvero un dono. Non immagini quando vi sia grato.

      Risposta

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