Cronache di qualcosa che sta accadendo/Sintomi

Trasformare le piccole storie personali in un post. Che scorrettezza. Sono storie di distrazione, di abbandono, di un tornare sui propri passi. Lasciare dietro per poter essere un’altra volta…o, forse, è più allarmante. Un sintomo.

La neve a Matera è arrivata con gentilezza, se ne è andata con lievità. Il ghiaccio si diverte, si nasconde fra le rughe delle chianche, diventa un velo e aspetta le caviglie.

‘Stringa il pugno’. Non lasciano scelta, braccio destro poggiato sul bracciolo, pugno destro. Ago, sangue, appena un po’, bel colore scuro. Lo guardo con la coda dell’occhio. Provetta. ‘Tenga pigiato’. Cotone, cerotto.

Esco.

 

Primo passaggio perduto.

Lo zaino rimane dentro assieme all’infermiera dai capelli ricci. Giro sempre con uno zaino. Perché, mi dico, potrebbe venirmi voglia di leggere un libro. Accade raramente. Ma a volte accade.

Tre passi indietro oltre la porta a vetri. Una storia facile, facile, non degna di cronaca. Recupero lo zaino. Ho perso una casella nel gioco dell’oca. Niente di grave.

 

Secondo passaggio perduto.

Un percorso breve. Laboratorio, verso il caffè. Dove è rimasto il foglio necessario a ritirare il risultato delle analisi? Quante tasche ho? Quattro nella giacca, due nel maglione, quattro nei pantaloni. Esplorazione. Il foglio non c’è. Smarrito nei dieci passi in equilibrio sulle chianche. Tornare indietro. E’ gentile e sorridente, l’amico dietro al bancone: ‘Nessuno problema, ti stampo un’altra copia’. Per tutta la mattina sfioro con le dita quel foglio, lo smarrisco altre quattro volte, ma solo perché non metto la mano nella tasca giusta.

 

Terzo passaggio perduto.

La mia preziosa penna. Già smarrita prima di Natale. Lasciata a gozzovigliare vicino al piatto dove si era distesa una grande cotoletta milanese. Mai più riapparsa, la penna. A volte Sant’Antonio si stanca di starmi dietro e questa volta ha deciso che sono cazzi miei (è uscita così, di getto, scusami). Uso la penna per scrivere le chiacchiere arrabbiate di quattro signori chiusi in una microstanza in attesa che l’ufficio postale apra le sue porte. Non capisco una sola parola di quello che dicono, però mi diverto. Apre l’ufficio e io devo tenere in mano la penna, assieme a giornale, agenda, bollettino da pagare, libro di poesie. Sembro sempre un venditore ambulante. Sportello 002, sono il primo. Devo trovare il numero del bancomat. Dove l’ho scritto? Voi dove conservate i vostri cento e sette pin? Riesco a pagare, sono in ritardo di venti giorni sulla scadenza. Questo mi viene in mente mentre digito il pin su una macchinetta. Pigio il tasto verde, il display dice che sono stato ‘corretto’. Una volta tanto. Almeno qualcuno mi dice: ‘Hai fatto una cosa bene’!’.

Sono fuori, cammino un po’, mi viene in mente una cosa, quando accade questo e non sono pigro,  annoto il pensiero su un taccuino che ho sempre nella tasca della camicia (ho solo camice con taschino e sono sempre a righe o quadretti). In genere poi dimentico tutto. Il taccuino, rosso brillante, c’è, e la penna? La penna stilo, penna Aurora con cartucce Pelikan (non si sono inchiostri Aurora a Matera) la mia preziosa penna che fa immagine del giornalista-con-la-stilografica, no, non c’è. Palpo vanamente e nervosamente il taschino. Flash back? Lasciata al bar? Lasciata al laboratorio di analisi? Lasciata in libreria? Ma quante cose ho fatto fra le sette e le otto di un mattino con ghiaccio per terra? Panico, insomma.

No, ho ricopiato le parole dei quattro vecchi (ehi, qui si dice ‘grandi’) davanti all’ufficio postale. Sportello 002, dunque. Sarà lì, allora. Accelero i miei passi strascicati. Io strascico i piedi. Consumo le suole. Spingo nuovamente la porta a vetri. Avanzo verso lo sportello con il cuore che cerca di calmarsi. Ho elaborato questa strategia: do tempo a ogni dolore, sette minuti, soffro per sette minuti e poi la pianto lì, un dolore grande e vero può durare fino a mezz’ora. Poi deve smettere anche lui. L’impiegato delle poste, lo sportello 002, mi conosce. Mi vede che vado verso di lui, fruga con una mano sotto il banco e alza, con un sorriso gentile (o da compatimento? O trionfante? O da presa in giro?) il luccichio argentato della mia penna.

‘Lei mi salva la vita’.

Avrei dovuto dire: ‘Voi mi salvate la vita’.

 

Qualcosa sta accadendo, sì, ma è troppo tardi per accorgersene. O per rimediare. Tutto questo è accaduto in un’ora, nel raggio di una piazza dalle pietre rese insidiose dal ghiaccio.

 

Vorrei avere lezioni di musica.

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.