Una notte durata 12 anni

 

Mi porto dietro, come una tartaruga, le storie che mi sorprendono, che mi emozionano. Vorrei tenerle tutte addosso.

Credo che mi sarebbe piaciuto raccontare del cinema. Mi sarebbe piaciuto ancor di più ‘fare del cinema’.

‘La notte lunga 12 anni’.
Sì, mi piacerebbe anche conoscere Álvaro Brechener, 43 anni, regista uruguayano. Ha una bella faccia, una birra con lui. E’ nato negli anni della dittatura che, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, strinse in una gabbia l’Uruguay. Negli anni della sua infanzia si consumava, nel suo paese e in quel Latinoamerica, un orrore. E ora, nelle sale italiane, sta viaggiando questo film. Film attorno a tre prigionieri tupamaros, tre guerriglieri che combatterono il governo dei tiranni, furono sconfitti e vennero sepolti in celle senza luce per dodici anni. Una noche de doce años, quasi cinquemila giorni.

Sto cercando di convincere i miei amici ad andare a vedere questo film. Mi rispondono: ‘Non voglio più vedere angosce’.

E allora a me è venuto voglia di dire che questo film racconta, sì, della prigionia straziante di tre uomini, racconta di come i militari uruguayani, sadici e feroci, abbiano cercato di far impazzire questi tre prigionieri. Li hanno trasformati in ostaggi. Li hanno rinchiusi in celle che erano tane per topi. Eppure…

Eppure i tre uomini non solo sono sopravvissuti oltre ogni privazione e umiliazione. Non solo hanno resistito. Pepe, Mauricio e el Ñato hanno avuto voglia di vivere. Dodici anni senza ‘niente’, senza nemmeno la speranza, senza un materasso per terra, senza un foglio di carta, senza un tavolo, senza un pitale, senza…eppure…

Pepe ha spiegato al regista: ‘Sono tantissime le mattine in cui mi sveglio e rimpiango la mia cella’. Non ha senso. Eppure lo ha: Pepe, Mauricio e el Ñato sono stati capaci di difendere, ogni oltre limite, la loro dignità. E quella cella è stata una sorta di cammino attraverso una libertà che nessuno avrebbe mai potuto togliere loro. C’è riscatto, resurrezione, passione in questo film. In una storia di una reclusione priva di ogni umanità, c’è la libertà. Profonda, insopprimibile, personale e collettiva allo stesso tempo. Non è un film disperato e non solo perché alla fine i prigionieri torneranno liberi (ma molti dei loro compagni sono ‘caduti’) e non solo perché Pepe diverrà presidente dell’Uruguay, perché Mauricio sarà uno scrittore e un poeta, non solo perché el Ñato sarà ministro della difesa (cioè a capo di quei soldati che lo hanno torturato), ma soprattutto perché hanno saputo aggrapparsi alla vita. Hanno capito, fino in fondo, quanto spaventosa e meravigliosa è la condizione umana. Non sono diventati pazzi, hanno parlato con gli scarafaggi e hanno sentito voci terribili, ma non sono impazziti.

Questa non è una recensione, anche se avrei voluto che lo fosse.
Voglio solo ricordare la discesa da calciatore con una palla invisibile di El Ñato nel carcere: è la felicità di un bambino che sogna un pallone che non c’è, ma che segna il più bel gol del campionato (ho quasi immaginato, la partita a tennis dei mimi alla fine di Blow Up).

Vorrei ricordare la difesa tenace del diritto ad avere un pitale di Pepe. E alla fine quel contenitore di plastica diverrà un vaso per i fiori. E spunterà una piantina.

Vorrei ricordare il balzo di sopravvivenza che regala un ritaglio di giornale recuperato, con rischio, da un secchio di merda. Inchiostro marcio, ma leggibile. Per poter leggere che è morto Pompidou o gli Abba hanno vinto l’Eurofestival (e comunicarlo, con il tocco delle dita, un alfabeto morse, ai compagni rinchiusi nella cella accanto). La sopravvivenza è un giornale sporco di merda.

Vorrei ricordare il soldato che rischia molto per far sentire la cronaca di una partita ai prigionieri. L’umanità dei gesti, dei gesti insignificanti, e densi di significato.

Vorrei ricordare il sergente che chiede a Mauricio di scrivere una lettera alla ragazza che ama. E in cambio gli regala un sorriso, un gesto della testa e una sigaretta. Mauricio immagina…

Vorrei ricordare i militari che scalano tutta la linea di comando incapaci di decidere se il prigioniero possa essere liberato delle manette che, legate a un tubo, gli impediscono di piegare le gambe e cacare.

Vorrei ricordare la voce di Silvia Pérez Cruz che canta una versione immensa di The sound of silence. Racconta Álvaro di averla ascoltata in un bar mentre cercava di scrivere la sceneggiatura del film. A volte capita, a volte accadono momenti di perfezione. Era quello che Álvaro stava cercando: capire come era possibile ‘essere nell’oscurità e trovare in essa una rivelazione, imparare ad ascoltare il silenzio.’ Leggete le parole de ‘Il suono del silenzio’ e tenetevi dentro per un po’ la voce di Silvia.

Vorrei ricordare la madre di Pepe che aspetta vanamente sotto la pioggia. E dice: ‘Tornerò, tornerò, tornerò’.

Vorrei ricordare i raggi di sole che, qualche volta, riescono ad arrivare fino agli occhi dei prigionieri.

Mi porto dietro, come una tartaruga, le storie che mi entrano dentro.

A fine film, io e Greta abbiamo chiesto a una signora anziana se le fosse piaciuto il film. Mi ha corretto: ‘Piaciuto non è la parola esatta. Non potevo immaginare…’. Non poteva immaginare i pericoli che stiamo correndo. Nemmeno noi, credo. Non abbiamo vissuto l’orrore. Possiamo immaginare la forza dell’umanità.

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