Matera, la prima volta…

‘Rari turisti’

Sto affacciato sui Sassi di Matera. Su una linea di confine. Fra piano e precipizio, fra la città nuova e le antiche case, fra il belvedere degli archi di piazza Vittorio Veneto e i ragazzi che (indifferenti al panorama da emozione?) qui si rifugiano per baciarsi. So che sotto le pietre della piazza c’è il vuoto di un’immensa cisterna. Matera è cresciuta sul vuoto, sui ‘buchi’ scavati per secoli nel tufo. Questo affaccio è la frontiera fra i rumori da passeggio di una città di provincia (lo struscio serale lungo il corso e la piazza) e il silenzio perfetto delle pietre scoscese del Sasso Barisano. Si sentono i gatti fare le fusa nei Sassi. I passi di chi scende di corsa e il respiro affannato di chi sale sono come un ritmo improvviso di tamburelli. Sto guardando, per la prima volta nella mia vita, i Sassi di Matera e so di essere nei guai.  So di essere in bilico fra tentazioni.

Matera, la chiesa dell’Idris

 

piazza Vittorio Veneto

 

Piazza Vittorio Veneto

 

Cartapesta

‘Matera è una città perfetta – mi avverte il libraio Giovanni Moliterni, 48 anni – Qui si è contagiati dalla lentezza e da una pigrizia priva di sensi di colpa’. Passo da un belvedere all’altro. Dal balcone di via Ridola sul Sasso Caveoso a quello di via san Biagio sul Sasso Barisano. Cammino sullo sperone di roccia e storia che divide i due strapiombi dei Sassi. Qui, nella seconda metà del 1200, venne costruita una cattedrale imponente. Cerco di capire come, sulla soglia di un profondo canyon, di una gravina che spezza la prateria della Murgia, gli uomini del Medioevo siano stati capaci di costruire una città a tre dimensioni. Una impressionante e sapiente città verticale, ‘sprofondata a mezzo busto nella roccia’. Matera è una città invisibile. Italo Calvino, in fondo, l’aveva già descritta nella sua geografia fantastica: una città-ragnatela, ‘sospesa sull’abisso’. Le strade selciate, le piazze, i terrazzi sono il tetto delle case sottostanti. Gli uomini hanno trasformato un baratro scosceso in una spettacolare urbanizzazione. In alcuni punti del burrone conto fino a dieci piani sovrapposti di case e grotte-abitazioni. E’ una città rupestre vasta quasi trenta ettari. Sono state censite 2997 case. 1641 sono trogloditiche. Ricavate, cioè, nella roccia. Centinaia e centinaia di cisterne sono state scavate per raccogliere ogni goccia di acqua piovana. Erano architetti straordinari i pastori dell’antica Matera: i Sassi, come lì chiamò un cronista arabo nell’ultimo Medioevo, sono ‘democratici’. Nessun palazzo, nessun muro, nessun lamione (gli ambienti costruiti che prolungavano le case-grotta) ostruisce il panorama sulla gravina e sul tavolato della Murgia. Il sole era un diritto di tutti. Nei Sassi, in un Medioevo grandioso, hanno convissuto, fianco e fianco, ricchi e poveri, notabili e pastori, uomini del potere e umili contadini. Non c’è il mare a Matera, ma la città antica è magnetica come la casbah di Algeri. E quando ci si affaccia dai palchi sovrapposti del doppio teatro dei Sassi si è sopraffatti dalla bellezza.

Peppino

 

Cava del Sole

 

Vedevo cose diverse…

Ci voleva uno scultore, un artista-artigiano, grande e grosso e con una barba ribelle, per costringermi a essere meno distratto e banale. I Sassi di Matera sono nei dettagli. Roberto Di Trani, 43 anni, scolpisce (anche) comignoli e prese d’aria. Li trasforma in piccole-grandi opere d’arte. I comignoli diventano soli, nodi, figure antropomorfe. Le prese d’aria sono labirinti di pietra. Roberto mi obbliga a cambiare punto di vista, mi fa alzare lo sguardo fin sopra i tetti, mi fa chinare fino a pochi centimetri dal selciato dei vicoli per osservare la meraviglia di un particolare. Dice: ‘Questa città fu costruita da pastori-manovali che sapevano e amavano fare le cose bene’. Roberto è figlio di un pastore transumante che trovò lavoro come un custode in un museo diocesano: suo padre ha scolpito, nella sua vita, oltre duemila oggetti in legno. E non ha mai voluto venderne uno. Peppino Mitarotonda, 69 anni, non era figlio di pastori, ma erede di una famiglia importante: ha scelto l’arte, l’Accademia a Brera per poi tornare nella sua città a raccontarla con cronache disegnate sulla maiolica. I suoi lavori sono gioiosi. Ancora una volta i dettagli: le ‘targhe’ delle strade dei Sassi sono opera di Beppino. Che spiega: ‘Siamo stati sedotti dalla Magna Grecia’. Terra di meraviglia, questa: cinque secoli prima di Giotto, uno sconosciuto monaco affrescava le pareti di un oratorio rupestre sospeso sul baratro di una gravina: la Cripta del Peccato Originale è un capolavoro della storia dell’arte. Ed è figlia di questa civiltà di pietra, in bilico fra Oriente e Occidente, che per nove millenni, senza interruzioni, ha abitato nelle grotte di Matera.

Marco e i cucù

 

Cattedrale

 

Sassi, 2007

Michelangelo Pentasuglia, 74 anni, lavora la cartapesta. La sua arte è ingenua e leggera. Costruisce le scenografie sante del carro che, ogni 2 luglio, viene trainato in processione da otto muli. E’ il giorno della Madonna della Bruna, protettrice della città. Michelangelo costruisce sculture che saranno distrutte nell’assalto finale al carro da parte dei materani più sfrontati e coraggiosi. Rituale di brutalità, notte di follia. L’arte di Michelangelo e degli altri maestri della cartapesta dura lo spazio di un corteo religioso.

Michelangelo

Passo una settimana a Matera e incontro scultori, cartapestai, ceramisti, musicisti, pittori, orafi, fotografi (ma anche nuovi contadini, giovani cuochi, organizzatori di concorsi letterari…). E’ come se i figli dei contadini si fossero trasformati in una moltitudine di artisti.

Musma

 

I fianchi e il tufo

Visito il Musma, orgoglioso museo di arte contemporanea incasellato fra gli ipogei e le architetture barocche di un nobile palazzo dei Sassi.  E, dono di Matera, in una notte di libertà sento il ritmo di organetti e tamburelli vibrare fra i vicoli di tufo e mi ritrovo, impacciato e maldestro, a ballare la tarantella nell’osteria Malatesta. I musicisti dei Terragnora, gruppo che va alla ricerca della storia popolare delle terre della Basilicata, sanno far muovere gambe e anima. Fra vino e formaggi, fave e cicorie, questa gente del Sud mi farà capire il loro amore profondo per questa terra. Altro che migrazioni: i giovani qui vogliono stare, torna anche chi ha fatto anni e anni al Nord. E la ragione è semplice: ‘Non ti stanchi mai di passeggiare per i Sassi’, mi dice, con astuzia, Raffaele Pentasuglia, 27 anni, un altro, giovane scultore di cartapesta.  E’ vero: non ci si stanca della bellezza della antica Matera. Questa città verticale non ha bisogno di colori. Bastano il bianco e il grigio della calce, le patine del tufo, l’ombra e la luce. Tagli netti di oscurità e colpi di biancore accecante. E il suo sole ‘ferocemente antico’,come scrisse Pasolini mentre qui girava il suo Vangelo.

Souvenir

 

Nei Sassi si sentono i gatti fare le fusa…

 

Non smetto di sorprendermi

 

Negozio per turisti

Le parole dei cronisti-viaggiatori si sono sempre attorcigliate quando hanno cercato di descrivere la città invisibile. Guido Piovene vi arrivò negli anni ’50 e scrisse che ‘i Sassi hanno l’attrattiva dell’inverosimile’. Settanta anni prima, un archeologo francese, François Lenormant, era certo di essere entrato in ‘un circolo magico di pietre e di sole’. Ma due pagine di Carlo Levi (in Cristo si è fermato a Eboli), negli anni ’40, inchiodarono Matera all’immobilità dell’ ‘inferno di Dante’. Nei Sassi, allora, vivevano quindicimila persone.  La città-ragnatela era collassata. I suoi equilibri medioevali si erano spezzati. Matera, in quegli anni, era la città della miseria. Simbolo reale dell’estrema povertà contadina. Era una ‘vergogna nazionale’. Qui vennero De Gasperi e Togliatti. Furono scritte leggi speciali per sfollare i Sassi. Venne proibito di abitarci. In quindici anni, fra il 1952 e il 1967, la città antica fu svuotata dei suoi abitanti. Era più della metà della popolazione di Matera. Fu l’ultimo, grande esodo urbano avvenuto in Europa. E i contadini, trasferiti nei nuovi quartieri popolari, progettati dai migliori urbanisti italiani, non vollero mai più rimettere piede nei Sassi. Che rimasero deserti, abbandonati, saccheggiati. La città di pietra rischiò davvero di crollare su sé stessa. Il riscatto è stato lento, difficile, contradditorio. ‘Eravamo i figli della miseria oppure i discendenti di una grande storia? Noi volevamo conoscere le nostre radici’, ricorda Michele de Ruggieri, 78 anni, primo presidente dell’associazione La Scaletta, gruppo di intellettuali meridionalisti che, alla fine degli anni ’50, cominciò a battersi per la salvezza dei Sassi. Nel 1969, il fratello di Michele, Raffaello de Ruggeri, avvocato, figlio di una famiglia importante, si compra una casa nella città antica. Ci va a vivere due anni dopo. E’ come se un pioniere fosse tornato in una terra abbandonata. A metà degli anni ’70, un rione di Sassi, le Malve, avvinghiato attorno allo sperone roccioso dell’Idris, si ripopola all’improvviso. Diciotto famiglie occupano le sue case deserte. ‘I nostri padri, i contadini, se ne erano andati, ma noi volevamo rimanere’, ricorda Raffaele Stifano, 50 anni, oggi ‘guida turistica autorizzata’. Raffaele ha un orecchino alla Corto Maltese e un amore di pietra per la sua città. ‘Non eravamo abusivi, ma residenti storici’, dice ancora, con orgoglio ribelle, Raffaele Stifano. ‘Dobbiamo anche a loro la salvezza dei Sassi’, riconosce Mario Tomaselli, 78 anni, un vecchio pilota di aerei che, nel dopoguerra, scelse di vivere a Matera.

Via San Biagio

 

Rupestre

 

Inevitabile

Dovevano passare altri venti anni (e l’arrivo dei soldi di leggi speciali) perché Matera cominciasse sul serio la sua nuova resurrezione. La ‘vergogna nazionale’ divenne, nel 1993, patrimonio mondiale dell’umanità. Le luci cominciarono a riaccendersi nei Sassi. Vennero avviati restauri di prestigio. Strano destino: pattuglie di avvocati, architetti, medici, possidenti terrieri, professionisti vennero a vivere nelle vecchie grotte dei contadini. Una ricca borghesia meridionale scese dai quartieri alti della città nuova per tornare nella case dei poveri. Sono quasi tremila, oggi, i nuovi abitanti dei Sassi. Alberghi di lusso e raffinatezze hanno ritagliano stanze nelle antiche stalle, negli ipogei, nelle case-caverna. Pub e ristoranti hanno sfrattato i vecchi ciddari, le cantine del vino dei contadini. In una grande cisterna si può perfino giocare a golf. Una grotta è stata trasformata in un vascello pirata. In un palazzo hanno aperto un call-center. Sono quasi ottantamila i turisti che ogni anno passano almeno una notte a Matera. Dove troveranno un nuovo equilibrio i Sassi del terzo millennio? La città-ragnatela di Calvino si chiamava Ottavia: la  vita dei suoi abitanti ‘sospesi sull’abisso’ era ‘meno incerta’ che altrove perché sapevano ‘che più di tanto la rete non regge’.

 

 

 

 

 

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4 pensieri riguardo “Matera, la prima volta…

  • 16 Gennaio 2019 in 13:17
    Permalink

    Bellissimo Andrea. Un magnifico racconto della “tua” Matera!

    Risposta
    • 16 Gennaio 2019 in 22:47
      Permalink

      Un vecchio articolo, Bobbie. Mi prendo lo stesso i complimenti…forse è tempo di ritirare fuori le storie antiche, erano migliori. Grazie

      Risposta
  • 16 Gennaio 2019 in 20:29
    Permalink

    Non metto di sorprendermi, Andrea Semplici ha distillato nei suoi scatti e nei suoi pensieri la bellezza, il fascino, la storia di questa città,
    Grazie Andrea

    Risposta
    • 16 Gennaio 2019 in 22:50
      Permalink

      Ciao, Elena, una storia vecchia di dodici anni. Vorrei farti incontrare i ‘ragazzi’ e le ‘ragazze’ che conobbi allora. Perché ho continuato a tornare a Matera? Fu una notte all’osteria Malatesta a mettermi sulla cattiva strada. Ora sono attirato più dalle periferie…ma non ho le capacità che avevo allora…grazie, mi fanno piacere le tue parole…

      Risposta

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