1. Dancalia/Cambiare punto di vista

Sei tu a scrivere la storia, – mormorò – e io verrò a leggerla’

Jean Baptiste Adamsbger

 

Dove tu passi un’orma ti segue

il vento alza la sabbia e la cancella

ma allo stesso tempo

porta il tuo odore alle narici

di uomini che non sai

in luoghi che non puoi dire

 

Hai meditato sulla saggezza

del passo del cammello?

(Giuseppina)

 

Il ritorno del pastore afar

DISINCAGLIARE LA NAVE

 

E’ un buon inizio. Grazie, Greta.

‘Mio padre…vicino e lontano allo stesso tempo…un vagabondo potenziale’. Poi, in uno spigolo della pagina, ‘Torna presto’. Il disegno è una strada. Forse un fiume che scende verso valle. Le sue acque sono limpide, le sue sponde sono fiorite. L’Awash, invece, ha il colore della terra che, ogni giorno, strappa agli altopiani. Perfino nell’irruenza delle cascate non riesce a diventare trasparente. E’ un fiume che deve fertilizzare un universo. Scende da uno dei tetti del mondo, l’Awash, e risale a ritroso il Rift, si è incanalato a rovescio nella ferita provocata dal colpo di rasoio che, milioni di anni fa, spezzò l’Africa orientale. L’Awash è rassegnato al suo destino, ha rinunciato a scorrere verso Sud. Punta verso oriente. Non segue la corrente vulcanica che si dirige verso le regioni più interne del continente. Ha ambizioni, questo fiume: non si accontenta di diventare lago, vorrebbe vedere il mare ma, pochi chilometri dopo le sue sorgenti, ha subito intuito che non riuscirà a raggiungerlo. Allora ha deciso che è meglio darsi da fare mentre ancora può scapicollare: il suo corso è irrequieto come un puledro che ancora non ha conosciuto la doma. E’ una furia che non porterà a niente, ma i cavalli di razza si ribellano anche se non possono scavalcare i recinti. L’Awash sa che non può sfuggire al suo destino, ma è un fiume testardo e cerca di portar via più terra che può a quell’altopiano che lo imprigiona. Spera, credo, che quelle montagne, quei dirupi che sfiorano il cielo e si nascondono dietro le nuvole, alla fine, crolleranno su loro stessi. Solo allora, finalmente, potrà aprirsi la strada verso una misteriosa libertà.

Incontriamo l’Awash dopo aver lasciato alle nostre spalle la conca di Addis Abeba. Gli spiriti del fiume ci accolgono in silenzio. Senza alcun segnale. Nessun oracolo da interpretare. Non ci degnano di alcuna attenzione. Non ci mettono sull’avviso. Non siamo più padroni della nostra strada: adesso è il Rift a guidare il nostro cammino, le sponde di quelle montagne vietano ogni orizzonte e indicano una direzione obbligata ad Asfaw. Le sue mani sono salde sul volante del grande fuoristrada. La discesa dalla capitale dell’Etiopia verso il Rift è stata continua, ma impercettibile. Un piano inclinato. Una strada facile, affollata della gente che va a piedi. Donne, uomini, famiglie. Qualche carretto tirato da bassi cavalli dalla folta criniera. L’Africa, insomma. E noi, con le nostre macchine potenti, non siamo altro che una pallina che rotola e che non può, e non vuole, più risalire. I covoni del teff, il cereale di questa terra, sono segnavia d’oro sotto i raggi del sole. E’ il tempo della pula e gli zoccoli delle vacche calpestano le paglie disperse sulle radure davanti alle capanne.

 

Ho aperto il quadernetto rosa solo dopo la partenza. Un’abitudine. Un rito. Il blocco aveva i quadretti piccoli, la spirale su un fianco, una mela viola in copertina. Da sempre viaggio con questi fogli. Lì sopra prendo gli appunti. Il diario è un’altra cosa. Come da copione, il diario doveva essere aperto solo a sera e avere una copertina rigida e nera. Lì dovevano finire i pensieri pesanti. Quelli destinati a rimanere. I fotografi, quando devono raffigurare, in uno scatto, l’idea del viaggio compongono un’immagine retorica di questi taccuini. Non hanno molta fantasia. Mi avevano regalato un moleskin

Trebbiatura

e e avevo deciso di usarlo. Era nuovo. In questo viaggio taccuino e quadernetto stanno assieme. Un gesto laico. Ora sono pigiati nella tasca di destra dei pantaloni verdi. Sul taccuino scrivo con grafia minuscola e illeggibile. E le pagine non finiscono mai. Scrivo poco. Ma ora Greta aveva aggiunto un incantesimo. Lei, ogni volta che parto, anche adesso che ha più di vent’anni, mi regala un disegno sulla prima pagina. Così lo trasforma in amuleto, in un talismano. A volte è successo che ci dimenticassimo questo rito e il viaggio ha avuto come un pungiglione, una punta di apprensione. Lasciavo allora una pagina bianca che, al ritorno, lei avrebbe riempito. In questo viaggio ho confuso le scritture e, alla fine, non mi ci sono più orizzontato dentro. Moleskine e blocchetto con le mele viola sono diventati tutt’uno.

Di solito apro il quadernetto da cronaca solo dopo che l’aereo che mi sta portando via dall’Italia si è deciso ad atterrare. Vi è come il bisogno di un’altra aria in questo gesto quasi scaramantico. Ma questa volta ho atteso un paio di giorni in più. Forse perché non mi sento in viaggio quando arrivo ad Addis Abeba. E’ una città dove sono a casa. Non avevo ancora letto le parole di Greta. Adesso, mentre la strada scende inesorabilmente verso il Rift, sono lì, in bella vista e non posso più ignorarle. Sono rimasto a lungo con questa pagina aperta in mano. Nessun pensiero per la testa, i miei occhi guardano fuori dal finestrino. I contadini stanno facendo volare il teff. La mia mente è in un luogo dove non riesco a seguirla.

Non so cosa sto facendo: vorrei dire che questa è una storia personale. Che non c’entra nulla con l’ostinazione di voler raccontare un semplice viaggio in Dancalia. Ma non è così. Almeno non credo. Molti mesi dopo, ho riaperto il quadernetto e le parole della Greta sono ancora lì. ‘Mio padre…vicino e lontano allo stesso tempo…un vagabondo potenziale…’. La mia testa se ne va nuovamente. Oltre la linea dell’altopiano. Ricordo: un ragazzo dagli abiti laceri fermò il suo gesto, le stoppie del teff vennero afferrate da un refolo di vento. Lui alzò lo sguardo verso le nostre auto troppo grandi. Rimase con il rastrello sospeso per aria.

Farsi belli

Perché un viaggio in Dancalia

Non ci sono vere ragioni. La domanda non ha molto senso. O ne ha troppo. Queste pagine sono incerte. Vorrebbero raccontare. E, forse, consigliare. E’ qualcosa che sta a metà fra il racconto e la guida. Vorrebbero aiutare a partire per un luogo che gli stereotipi inchiodano fra gli inferni della Terra. Hanno senso i numeri? La Dancalia è figlia di un cataclisma geologico. Facile a dirsi, più difficile immaginarselo: si spezzò la Pangea, la penisola arabica si ribellò all’unità con il continente africano. Il magma esplose dalle viscere del pianeta: accadeva trenta milioni di anni fa, 350mila chilometri cubici di lava (l’Italia, se questo evento accadesse oggi, ne sarebbe sommersa da uno strato spesso un chilometro) emersero dal cuore di fuoco della Terra. Nacque allora questa meraviglia geologica: l’Africa scricchiolò, una lama affilata, lunga più di ottomila chilometri, cercò di tagliarla in due. Questa ferita è il Rift. La Rift Valley.

La Dancalia è il punto di accesso di questa immensa faglia: è il luogo più fragile del nostro mondo, il fuoco è appena sotto i nostri piedi, sta lì a cinque chilometri di distanza dalle suole delle nostre scarpe. Una crosta che viene sottoposta a scrolloni di ogni genere. La Dancalia, depressione a cento e passa metri sotto il livello del mare, è il solo territorio del pianeta dove si avverte (e si vede) il pulsare del cuore della Terra. Quando calpesteremo la Piana del Sale, cammineremo su un fondo oceanico. In questo momento stiamo viaggiando verso una ferita che sta separando due continenti per far entrare le acque di un nuovo mare. Negli ultimi duecentomila anni, il mar Rosso è riuscito almeno tre volte a spezzare la diga di rocce vulcaniche che gli sbarravano la strada per il cuore dell’Africa. 80mila anni fa credette di aver vinto la sua battaglia geologica con le pietre e le sabbie: niente da fare, quella immensa pozzanghera si è prosciugata senza essere capace di diventare mare. Braccio di ferro rimandato: dovranno passare ancora duecentomila anni e, insh’Allah, il mar Rosso sbriciolerà nuovamente la resistenza dei basalti delle montagne e invaderà la Dancalia. Il deserto di sale tornerà a essere il fondale di un oceano.

La cura dei cammelli

Questa è una terra in movimento. Se avete spirito da teologi, qui fate ancora in tempo ad assistere alla Genesi. La Creazione non è ancora terminata. La Dancalia è un cantiere. Qui, e anche in Islanda, riconosciamolo, il pianeta sta ancora formandosi. I geologi vi mettono sotto il naso foglietti con numeri che siete incapaci di valutare: in una settimana, dal 7 al 14 novembre del 1978, sugli scogli di Gibuti, la Terra si aprì. Ferite larghe almeno due metri creparono quella crosta di lava. Dalla pancia del nostro pianeta emersero 43 megatonnellate di basalto, si formarono nuvole spaventose. Sei miliardi di metri cubi di gas. Era un parto, la fine tumultuosa di una gravidanza, la nascita di un nuovo vulcano. Il cono dell’Ardoukoba, alto 40 metri e con una circonferenza di 300 metri, nato in sette giorni, oggi  fa parte della geografia di quella regione, si specchia nelle acque del mar Rosso. Quarant’anni fa non c’era.

Mercato del Tigray: i cedri

Sono numeri che non comprendo, non so a cosa possano corrispondere, ma se osservo la falange del mio dito pollice vedo, con i miei occhi, quanti sono due centimetri. Più difficile misurare quattro millimetri, ma ci posso arrivare, immagino. L’Africa, in questo gioco di faglie che si incontrano e si scontrano, sta salutando la penisola arabica: se ne allontana di due centimetri all’anno. Non è il solo movimento geologico che scuote questa terra: in altra direzione qualcuno sta approfittando della cicatrice della Rift Valley per tagliare in due, con forbici colossali, il continente africano. Sono buone forbici e chi le sta adoperando ha pazienza: vi sono duemila metri di spessore di rocce basaltiche da segar via, ma, anno dopo anno,  i dirupi contrapposti degli altopiani etiopici si stanno divaricando alla velocità di 4 millimetri. I geologi hanno calcolato queste misure solo nel 1997. I nostri occhi hanno già perso molte sequenze di questo spettacolo: Africa e Arabia stanno allontanandosi una dall’altra da almeno diecimila anni. Potevamo (lo possiamo ancora fare) sederci sugli scogli di lava del mar Rosso e goderci la deriva di un continente almeno da ottomila anni prima dell’era cristiana. Se ce la faccio ad arrivare ad ottanta anni, la terrazza sulla quale amo dormire ad Aysa’iyta, vecchia capitale della regione afar, si sarà spostata, rispetto all’Arabia,  di sei decimetri. Dovrò riavvicinare il letto al muretto se voglio continuare ad avere lo stesso panorama sul fiume.

Carovaniere

Queste sono ragioni ed alibi sufficienti per venire fino qui?  Ha un senso fare migliaia di chilometri per camminare sull’orrore perfetto di un vulcano in eruzione? Non lo so. Non me lo chiedo più da tempo. E’ come domandare a un alpinista perché scala montagne. Conosco la risposta: è un gesto gratuito, innocente, anche se nasconde punte di vanità. Arrampicarsi verso una cima non ha fini nascosti, è un’azione limpida, ‘affranca dal dovere di essere utili’. Non ci sono vere ragioni per andare in Dancalia. Ho una mia risposta molto personale, ma la uso per convincermi e per dare un tocco di romanticismo. Un po’ vera, un po’ voglio che sia vera, un po’ vi faccio credere che sia vera. Io ho tentato, con testardaggine e insuccessi, di arrivare più volte in Dancalia solo perché un giorno, sulle coste del mar Rosso, là dove onde azzurre accoglievano una colata di lava nera, mi trovai di fronte un pastore afar. Era giovane, magrissimo, spigoloso, muto. Come sempre accade, era apparso all’improvviso. Aveva gli occhi da uomo della notte. Non c’era nessuno là attorno e dal nulla spuntò questo ragazzo con uno stecchino fra i denti e un pettine infilato fra i capelli arricciati. Un grosso pugnale ricurvo stava appeso alla cintura. Era appoggiato a un bastone. Come faccio a spiegarvi che rimanemmo lì per quasi un’ora. Senza dirci nulla. Le sue capre erano pazienti, c’era erba fra quei ciottoli di lava. Indossava una maglietta rossa e un tubo di stoffa sbiadita faceva da gonna. Si accucciò sui talloni. Io mi sedetti. Non so quanto durò. Non riesco a raccontarlo. Forse sembravamo due perfetti imbecilli. Ma io, come posso spiegarvelo? Sentii un senso di amicizia che, in Africa, non avevo ancora provato. Ho ancora addosso la sensazione superba di aver stretto un patto di sangue con quell’uomo che mai avrei rivisto. Se ne andò. Il suo bastone a tracolla delle spalle, i suoi passi erano ondeggianti, le capre in fila dietro a lui. Non ci eravamo detti una sola parola. Quale, poi? Un cenno con gli occhi quando decise di alzarsi. Non si voltò mentre si incamminava verso il sole che stava tramontando. Ho ancora in mente la sua ombra che tremola contro il cielo. Ecco, vado in Dancalia per un debito di gratitudine verso quel pastore afar. Non lo riconoscerei nemmeno se lo incontrassi nuovamente. Vado in Dancalia perché gli afar sono riusciti a trovare una nicchia nel mio cuore e nei miei pensieri. I vulcani, la lava, i paesaggi estremi sono solo (non è poco) il fondale di un palcoscenico di una umanità straordinaria.

Mi guarda

Ho trovato un’altra ragione

Ogni cammino conosce deviazioni. Anzi: cerca deviazioni, il viaggio non vuole finire e allora si prendono altre strade per evitare di arrivare troppo in fretta alla meta. E’ così, credo, che ho trovato Ander. Un ragazzo giovane. Mi ha regalato altri occhi. Anche lui è andato in Dancalia. Anche per lui le mete sono un alibi. Ander deve darsi una ragione, un motivo, un filo conduttore. Poi lo smarrisce e nei suoi diari quasi non esiste più. Ha animo da collezionista, Ander. E’ basco, ha il carattere imperioso ed entusiasta dei baschi. Lui, per una certa parte della sua vita, ha raccolto ‘sotanos’. Come posso tradurre questa parola? Non sono le cantine, non sono i sotterranei. Sono le depressioni, i luoghi più ‘bassi’ del pianeta, i più ‘profondi’ fra le terre emerse. All’opposto di uno scalatore di montagne, Ander ama sedersi, per qualche tempo, in quei deserti salini che ricoprono terre al di sotto del livello del mare. E lui, una sera, con la sua bella ingenuità, come soprapensiero, mi ha regalato un’altra ragione per andare in Dancalia. ‘Ho capito che in questa terra si trova a disagio chi cerca il viaggio come ozio. Chi separa il tempo delle proprie abitudini da quello del disorientamento. La Dancalia, con il suo caldo torrido e snervante, è l’opposto di una vacanza. Se vieni qui cercando avventure, non riuscirai ad andare oltre la tua superficialità. Che ti apparirà insopportabile. Il sole bianco e rovente, l’indifferenza degli afar, la monotonia di un deserto privo di colori ti faranno sentire nudo e impotente. E il tuo equilibrio, fisico e mentale, rischierà di andare in pezzi. Devi difenderti in Dancalia. Devi mostrare, soprattutto a te stesso, di avere un’anima di poeta. Si viene qui per cambiare punto di vista’. Ander finisce la sua birra, annota qualcosa nel suo quadernetto nero e guarda il mare. Siamo lontani dal nostro deserto di sale. Stiamo parlando come se ci conoscessimo. Forse mi sto specchiando nella nostalgia del giovane basco.

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