Dancalia Rewind.2/Se Dio vorrà…

 

Se Dio vorrà….

Ci intendevamo in francese. Aveva la barba tinta di hennè. I riflessi del fuoco la rendevano incandescente. Aveva voglia di parlare, quest’uomo. Abituato ai bianchi. Guida afar famosa a queste latitudine. Aria astuta. Età indefinita. Non doveva essere troppo vecchio. Aveva lavorato anche in un documentario di un celebre regista francese. Si era avvicinato a noi e aveva voglia di parlare. Ci chiese di spiegargli perché la sua terra era a quella maniera. Il vecchio non si stupiva dei vulcani o delle microesplosioni dei geysers, ma era incuriosito dal nostro comportamento. Perché tanti bianchi venivano nella sua terra solo per vedere quei fenomeni? Lui era cresciuto fra la lava. Qualcuno si avventurò in spiegazioni geologiche. L’uomo annuiva, ascoltava, fissava il fuoco. Alla fine un altro disse: ‘Fra trenta milioni di anni, la Dancalia sarà un’oceano’. Ebbe in cambio uno sguardo perplesso. ‘Sarà scomparsa’, ripetè l’uomo che aveva letto i libri di geologia. Lo disse con gravità, come si annuncia un lutto.  Non aveva dubbi, con sé aveva la scienza. La guida si sfiorò la barba arancione con una mano, tirò leggermente gli ultimi peli, sistemò un rametto sul fuoco: ‘Insh’allah – disse – Solo se Dio vorrà’.

Le mani, le tue mani

Divagazione della memoria/1

Cerco comunque una risposta. Banale come tutte le risposte a domande ingenue e immense. Per alcuni anni, anni di guerra e ribellione, ho viaggiato sui confini fra Etiopia ed Eritrea. Ogni tanto appariva questo nome: Dancalia. Stava laggiù, lontano dagli altopiani, dalle montagne che proteggevano la rivolta di un popolo. Una notte (in Eritrea, a quei tempi, si viaggiava solo con il buio per evitare di essere scoperti dagli aerei: guerre di altri secoli) ci fermammo sul ciglio di un dirupo. Non vi era nessuna luce verso il vuoto. In questo panorama nero, un fuoco lontanissimo ardeva a mezz’aria. Là dove non avrebbe dovuto esserci nulla e nessuno. Là dove era la Dancalia. Sembrava un bivacco aereo, quel fuoco. Era un bagliore sospeso nel cielo. Era lontano? Era a poca distanza da noi? L’accampamento notturno di una carovana? Un villaggio afar? Un incendio in tempi di battaglie? ‘Non si è mai spento’, mi disse un giovane partigiano eritreo. Così raccontavano da quelle parti. La gente dell’altopiano ha sempre guardato con timore a quel fuoco perenne che usciva dalla Terra. Non ne voleva sapere niente. Era un altrove ignoto. A volte, ai mercati dei primi villaggi dell’altopiano, salivano, con i loro dromedari, quegli uomini magri che là abitavano. Portavano sale. Destinato a essere scambiato con vestiti e teff. Li avevo intravisti anch’io.

 Quella notte mi addormentai guardando il piccolo cerchio rosso che ballava in quell’orizzonte nero. Non c’era luna. Dancalia divenne un nome che cominciò a girare nella mia testa. Già, i nomi dei luoghi….

 

La pentola, mi sono sempre piaciute le pentole

 

Dov’è la Dancalia?

Commetto errori. Se entrassi nel bar del mio paese e provassi a chiedere dov’è la Dancalia, credo che mi guarderebbero perplessi. Mi direbbero che non hanno mai sentito quel nome. Qualcuno, spiritoso, mi consiglierebbe di chiedere ai vecchi che stanno fuori, in piazza, sulle panchine. Attenzione, potrei davvero aver migliore fortuna: al mio paese vive un vecchio signore che ha fatto il fotografo per l’aeronautica militare durante gli anni della colonia italiana in Etiopia e lui, ci posso giurare, sa benissimo dov’è la Dancalia.

Sono scorretto e ignoro una geografia di scatole cinesi e di nomi da inganno. La Dancalia è un frammento della regione degli afar. Subito un passo indietro: siamo in Africa orientale. Siamo ai confini fra Etiopia ed Eritrea, stati fratelli e nemici come fratelli. La regione degli afar è un colossale triangolo geografico. La base sono le coste del mar Rosso: cinquecento e passa chilometri,  dal porto di Massawa in Eritrea ai vulcani di Gibuti. Uno dei vertici del triangolo è in una gola che cerca di imprigionare le acque dell’Awash. A proposito, questo fiume è l’unico corso d’acqua perenne di tutta questa immensa regione.

Sulla punta del triangolo, per una coincidenza fra geometria, geografia e volere degli uomini, sorge la più celebre stazione dell’unica ferrovia etiopica e la città che prende il nome proprio dal fiume. Awash Town è uno degli snodi delle strade che scorrono per la Rift Valley (Awash non è distante da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia: appena 160 chilometri). Afar, issa, qualche clan oromo sono le genti, in perenne contesa fra di loro, di questi territori aridi e desertici per gran parte della loro estensione. La regione degli afar è vasta 156mila chilometri quadrati, varca i confini di tre stati (Etiopia, Eritrea e Gibuti), si allunga fra il 15° e il 12° parallelo Nord.

Per noi italiani, per chi è vissuto in Etiopia, la Dancalia corrisponde alla regione afar. I dancali sono gli afar. Non è proprio corretto, ma è quel che si crede. La Dancalia, in realtà, è la depressione settentrionale di questa terra, un altro dei vertici del triangolo geografico. E’ vasta 50mila chilometri quadrati. 10 mila sono sotto il livello del mare. La sua geografia è racchiusa fra le catene montuose delle Alpi Dancale (la separano dal mar Rosso) e le pareti dirupate dell’altopiano etiopico. La Dancalia è il fondale di un mare, un deserto di sale che raggiunge spessori variabili da mille metri a tre chilometri. La depressione sprofonda per almeno 120 metri sotto il livello del mare.

Bar

Personaggi e interpreti/ Tessema, Asfaw, Khadir

Alcuni personaggi. Sono quasi certo di stare commettendo un torto verso qualcuno. Penso, anche, che nessuno leggerà mai queste pagine. So che non è vero: qualcuno le leggerà. Non loro. Non Tessema. Non Asfaw. Nemmeno Khadir. Però dimentico altri uomini e donne che questa storia ha almeno sfiorato. Ne sono apparsi molti nei giorni del viaggio. Nelle prime pagine dei testi teatrali vengono indicati i personaggi e gli attori che ne sono protagonisti. Al cinema, il cast al completo, invece, appare solo alla fine. Qui non so, non so che storia sia questa, ma, certo, non è il canovaccio per uno spettacolo teatrale. Magari spero che lo diventi. So, invece, perché l’ho visto, che vi è un palcoscenico naturale fatto di ciottoli e cieli appannati da foschie di calore. So che vi si muovono persone che meriterebbero di essere citate. Di molti non conosco il nome. Non ne ricordo il volto. Ma non sono comparse: sono loro la storia. Ora mi vengono in mente solo tre persone ben precise. Solo coloro che ci hanno accompagnato sotto il livello del mare. Sono uomini molto diversi. Tre africani. Di loro devo dire. Perché se il viaggio è diventato anche azione teatrale e ha scomposto il mio cuore si deve alla loro interpretazione. Non se ne abbiano a male i compagni di viaggio venuti con me dall’Occidente. Non sono comprimari. Ci sono. Saranno citati, credo. Ma non qui.

Tessema ha la voce della gente dell’altopiano. Un sussurro. In Etiopia, a differenza dell’Africa occidentale, si parla a voce bassa. Non ci sono parole di tuono. Non si disturba la natura. Se non con le guerre. Quando si parla è come se si fosse in una chiesa. L’altopiano è il regno del sommesso e della penombra. Tessema è gentile. Deve sposarsi e non si sposa mai. Dice che non ha soldi a sufficienza. Fa l’autista e il meccanico. Quando deve riparare una macchina si infila una tuta blu. Ha occhi d’acqua. E, ogni volta che arriva in un villaggio, gioca con i bambini. Fa tenerezza, Tessema. Parla portandosi una mano al mento e i suoi occhi guardano altrove. Come tutti qui, parla molto a segni: gesti di gola, alzate di sopracciglio, piccole rotazioni di testa. Tessema riconcilia con il mondo.

Asfaw è un eccellente autista. Grande, grandissima esperienza. Anche se quando l’ho conosciuto era appena andato a sbattere contro un’altra macchina. E’ un uomo saggio. Forse, gioca a fare il saggio. Sa che i turisti amano i suoi atteggiamenti seri. E’ basso di statura. E’ un hamer, Asfaw. Il suo popolo vive all’estremo Sud dell’Etiopia. Te lo dice e tu rimani sorpreso. Guardi meglio e riconosci in questo piccolo uomo, un po’ paffuto, i tratti degli hamer. Ma, finora, gli hamer li avevo visti solo a torso nudo, con bandoliere di cauri attorno al corpo e copricapi con le piume. E’ la gente che più amo nella valle dell’Omo. Belle ragazze, mercati affollati, pitture bianche sul corpo, collane appese al collo. Asfaw, invece, sembra un impiegato di banca. Gli stereotipi non muoiono mai. Chi è il diverso in Africa? Asfaw ha lasciato anni fa la sua valle africana. Cercava qualcosa. E’ venuto fino ad Addis Abeba. Ha fatto l’insegnante di scuola-guida. Utilizzava una vecchia 600 italiana. E’ come se un pastore delle montagne sarde avesse deciso, di colpo, di andare a vivere a Londra. L’inglese di Asfaw è perfetto. Guida con maestria. Sa condurre i turisti. Spiega: ‘In questo paese dovremmo sentirci etiopi e non gente di una tribù’. Credo che lo dica con convinzione. Un uomo delle terre umide, Africa nera d’Etiopia, ci guida verso una depressione desertica. E’ lui il primo autista, il capogruppo, quello che sta al volante della prima auto del convoglio. Lo guardo, quasi si nascosto, mentre fissa l’asfalto davanti a noi. Ho un sorriso lieve di sorpresa. Avere un hamer come guida in terra afar mi piace. Scompiglia l’Africa. L’idea dell’Africa che abbiamo noi bianchi.

Khadir è un ragazzo. Afar. Saccente e bullo come un afar di città. E’ cresciuto in un villaggio sui costoni dell’altopiano. Famiglia di peso nella geografia delle nobiltà afar. Khadir ha studiato a Macallè, capitale del Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia. Ha lasciato presto le campagne. Non ci tornerà. Khadir parla un buon inglese, sa poco delle storie Afar, ma non è una colpa. Mi basta guardarlo mentre appare sulla porta della nostra casa di Addis Abeba: scarpe nere a punta, jeans, linda camicia bianca. Roba di marca: qua ti vendono una maglietta e poi ti chiedono se vuoi il logo di Dolce e Gabbana o di Kelvin Klein. Non indossa la futà, Khadir. Almeno in città esibisce pantaloni e scarpe lucide di cera. Solo nei villaggi del deserto lo vedrò rimettersi questa gonna a tubo, fabbricata con stoffe indonesiane o pakistane, che ogni afar della Dancalia considera il suo abito migliore. Un pastore afar pensa che i pantaloni siano poco virili, ama sentire  liberi i suoi attributi maschili. E, quando ha caldo, si arrotolata il tubo fino a lasciare scoperte ginocchia ossute e gambe magre e nervose. Ha l’aria furbetta, Khadir. Un accenno di barba sul mento. So che andrà bene. Che farà un buon lavoro. Ne sono certo.

Il cast non è completo: c’è anche un cuoco oromo. Questa gente ha nomi che stridono sui denti, ma danno soddisfazione a essere pronunciati. Lui si chiama Erpasa. Abbiamo già viaggiato assieme. Sa scegliere le capre giuste. So che non soffriremo la fame, anche se dovremo battagliare per cambiare menù almeno qualche sera. A volte si impigrisce: questa volta ha deciso di portarsi dietro un aiutante. Un ragazzetto silenzioso di quattordici anni. Non corre rischi Erpasa, ma sa sorprenderti quando, dopo una marcia di mezza giornata, tira fuori dallo zaino una pentola con una pasta al pomodoro. E ti convince che è un piatto eccellente.

Bella banda scombinata. Begli attori. Un amhara degli altopiani, un hamer dei bassopiani, un oromo che è cresciuto sulla scarpata fra i due territori e un afar nato sul ciglio di questo altopiano. Il più vasto dell’Africa. Guide migliori non potevano esserci. E’ come viaggiare con la diversità a fianco.

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.