Al gioco degli alberi…

Elzéard Bouffier, un pastore solitario delle montagne della Provenza, cominciò a sotterrare ghiande nel primo decennio del ‘900. Allora aveva già compiuto i cinquant’anni. Le montagne attorno a lui erano desolate, disboscate, deserte. Elzéard pensò che quella regione sarebbe morta ‘per mancanza di alberi’. Fu allora che decise. ‘Non avendo occupazioni più importanti’ (sua moglie e suo figlio erano morti e aveva lasciato la fattoria in pianura), il pastore volle provare a far risorgere gli alberi in quelle terre in agonia. Per oltre trent’anni piantò migliaia e migliaia di alberi, molti non ce la fecero, ma moltissimi altri crearono una vera foresta. Crebbero querce, faggi e betulle. Gli aceri, no: non riuscirono a sopravvivere. Quelle montagne si ripopolarono, le sorgenti ripresero vita, i contadini tornarono a coltivare segale e orzo, ad accudire orti di cavoli e porri. Alla fine anche gli aceri trovarono il coraggio di crescere. Un solo uomo, taciturno e ostinato, era riuscito a rendere quella terra ‘un posto dove si aveva voglia di abitare’. Lo scrittore Jean Giono ha raccontato la storia di Elzéard in un piccolo libro.

Sto al gioco di Marzia. Matta è un albero. Anche se ha tre strisce sulla fronte, tre strisce sulle guance e una sul mento. E’ un albero. E sorride un po’ strano. E sta lì, portato dal vento, figlio del vento della Sardegna, a un passo da piazza del Duomo di Milano. E’ un albero che vende poesie. E, in cambio, chiede una moneta. Che cos’è un albero? E forse Marzia è matta davvero: cerca gli alberi a Milano.
Io ho un’idea sballata della sua città: non credo che vi siano alberi, in anni lontani vi ho vissuto bene, ne ho un buon ricordo, ma non ho mai fatto caso ai suoi alberi. E poi: gli alberi urbani sono alberi? O sono solo ologrammi creati da abili architetti per non mostrare quanto cemento hanno usato? Oppure sono naufraghi dimenticati che i passanti frettolosi non degnano di un solo sguardo? Marzia mi ha insegnato ad avere nuovi occhi. Avrei voluto avere lei come maestra, una ‘maestra degli alberi’. Marzia, come una guida allegra e scanzonata, mi ha condotto in una città-foresta. E allora ho pensato a una magnolia: non l’avevo mai vista, eppure lei a ogni primavera cercava di farsi notare, gridava, metteva su i suoi abiti migliori, tirava fuori fiori rosa come penne di pavone. Ti diceva: guardami ora, ma poi guardami anche quando questa bellezza non ci sarà più e ci sarà la maturità verde delle foglie. La stagione dei fiori è brevissima. La magnolia era apparsa all’improvviso nello slargo di un marciapiede sotto casa mia, una strada stretta a San Frediano, quartiere di Firenze. Non le avevo prestato molta attenzione fino a quando Marzia non me l’ha indicata.

Forse Elzéard era passato anche di lì. Non so chi abbia piantato la magnolia, so che una notte vi erano solo lastre di pietra e il mattino dopo vi era l’alberello. Forse il seme era stato capace di trovare un varco nel marciapiede. Negli anni è cresciuto e, finalmente, dopo aver ascoltato i racconti di Marzia, l’ho visto. Ecco, questo piccolo libro (sono le poesie che Marzia ha comprato da Matta? Oppure le ha davvero scritte lei?) compie questo miracolo. Ti aiuta a vedere, ad ascoltare, a incontrare, a scoprire che a Milano ci sono gli alberi. E che alberi: un grande bosco che sa raccontare storie. E’ bene andare in montagna, a cercare vecchi pini e faggi grandiosi, è bene passeggiare per colline fra gli olivi, ma poi basta avere orecchi attenti e un briciolo di tempo per ascoltare le storie degli alberi che, più ostinati dei mattoni, vivono in città. Appena fuori delle nostre case. Dice Tiziano Fratus, uomo radice, scrittore che racconta degli alberi: ‘Sussurrano le loro storie, la storia delle loro cortecce, la storia delle loro fronde, la storia delle loro radici’. Lui cerca alberi-monumenti, Marzia annaffia piccoli e fragili alberi di città. Ma anche loro hanno una voce per farsi ascoltare oltre i rumori del traffico. Questa non è un’illusione da poeti, è davvero così. Nei boschi basta poco per cullare la sensazione di stare ascoltando una favola o un racconto: gli alberi, nella foresta, sono romanzi. In città, gli alberi diventano poeti, musicisti jazz, clown che sanno regalarti un sorriso. Devi solo fermarti, forse solo alzare gli occhi per un frammento di tempo. E vedrai un Albero Regina, un Albero Madre, un gelso che si è lasciato cadere, un Albero Magico e un Albero capace di conservare i tuoi segreti. E ancora: tigli che fanno il girotondo e alberi che cantano. Marzia è così generosa che ti racconta anche di Ginko, l’albero che è nato con la Storia, che ha conosciuto i dinosauri e che, alla fine, è arrivato sul suo tavolo, racchiuso in un vaso. Ma siamo matti: Ginko ‘è fatto per stare nei boschi’. E allora l’albero lascia il vaso va in un parco, vive con le tempeste e i giochi dei bambini, muore, rinasce, lascia semi, e torna nel vaso in attesa di una nuova resurrezione. Marzia aspetta un germoglio. E il gioco della vita ricomincia.

Era Erri De Luca, vero? Sì, era Erri a scrivere che un albero ‘è un’alleanza fra il vicino e il perfetto lontano’. Adesso so perché i ragazzi di piazza Taksim, a Istanbul, hanno dato battaglia per seicento alberi. Alberi di città. Era una storia di libertà. Marzia davvero mi riconduce alle parole di Erri (gli alberi fanno questo: intrecciano i loro rami, si cercano, anche e soprattutto a Milano) che a sua volta mi passa un foglietto con su un verso di Marina Cvetaeva: ‘Oltre l’attrazione terrestre esiste l’attrazione celeste’. Gli alberi, come le maree e il vento, contrastano la legge della gravità. Vanno verso l’alto, in ‘direzione ostinata e contraria’, scalano il cielo, riscrivono leggi della geometria e anche se guardano i grattacieli di Milano dal basso, lo fanno con orgoglio. E con una certezza, un seme alleato del vento e di Marzia, alla fine si ritroverà sul tetto quel palazzo alto trecento piani e dopo un po’ ci sarà un germoglio. Sopra agli alberi, solo il cielo.

Mi è venuto anche un dubbio leggendo le poesie di Marzia, mentre lancio un’occhiata felice al melograno sul mio terrazzo e all’avocado insistente che mostra le sue foglie verdissime dentro un vaso (mi chiede anche lui di essere trapiantato?). Il dubbio è questo: l’Albero è femmina? Albero Madre, Albero Donna, Albero Regina. E’ importante il genere grammaticale di un albero? Non so, mi piace questa idea dell’Albero Femmina. Mi piace ascoltare l’albero che canta, mi piace la sessualità degli alberi, mi piacciono gli amori improvvisi degli alberi, mi piace il pensiero che gli alberi possano viaggiare, sposarsi, muoversi. Ma poi li trovi sempre lì. Mi piace l’idea degli alberi in città. Il vicino e il lontano. Assieme.

Quanta gente ho incontrato seguendo gli alberi in queste pagine, erano rimasti come semi rannicchiati in qualche angolo del mio corpo, sono saltati fuori come nuove piante: Elzéard, Erri, Tiziano, Fabrizio. Alla fine mi faccio ingannare da Marzia, dopo avermi guidato per le strade di Milano, mi conduce, a occhi bendati, su una montagna. Questa volta va fuori città, lontana dal Nord dell’Italia, andiamo a Sud, ai confini fra Lucania e Calabria. Copritevi bene, spesso c’è vento lassù, spesso fa molto freddo. Serra di Crispo, monti del Pollino. Abbiamo avuto lo stesso pensiero, io e Marzia, quando li abbiamo visti: entrambi, per un momento, avremmo voluto diventare alberi, avremmo voluto essere pini. Pini straordinari: vi dico il loro nome scientifico, Pinus leucordemis, pino-corazza. Pino Loricato. Albero Magnifico, corteccia come pelle di elefante. Forme contorte, corteccia sbiancata dal tempo, forme solenni. Albero Immortale. Accade sempre così: lassù gli uomini vogliono diventare alberi, rimanere per sempre, vogliono, come loro, essere testimoni del tempo. Non accade, non può accadere: come si arriva, si va via. Si voltano le spalle a quegli alberi che hanno il coraggio di vivere sul crinale di una vetta e si torna al paese, alla città. Loro rimangono. E qualcosa di indefinibile, forse inganno di poeta, entra dentro al corpo di chi ha visto quegli ‘esseri supremi’. Ecco, ora avete davvero nuovi occhi: i tigli girotondano ancora una volta, il ginko è felice di ritrovarsi nel parco, il gelso si rialza, Elzèard guarda, con un sorriso impercettibile, la sua foresta in Provenza, Erri sta andando a prendersi un altro albero nel vivaio dell’amico suo, Marzia esce per andare al lavoro e saluta i suoi alberi, il pino loricato amoreggia con la magnolia di via della Chiesa a Firenze; Matta – un albero? – compone poesie per questo amore impossibile. Eppure questo amore accade.

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