Dancalia rewind.4/Mi sarebbe piaciuto vedere il leone…

Famiglia afar verso gli stagni di Bilen

E se il viaggio fosse finito? Ho incontrato Miki e ho ritrovato madame Kiki. Nomi simili, dovrei credere alle coincidenze. Niente Dancalia. Gli afar vivono benissimo senza che io vada a disturbarli. Ci sono troppi chilometri. Un libro lo scrivo anche se rimango qui ad Awash (brutto segno: uso nuovamente una grafia inglese, sono già ripartito). Alla fine riuscirei a parlare con Kiki e passerei giorni a fumare con Miki. Ha senso cercare altri orizzonti quando avverti che qui c’è una speranza di pace?

Nessuna risposta. I gesti diventano meccanici, sono già parte di un ingranaggio che ruota per conto suo. Senza pensieri, raccolgo le mie cose e mi affretto verso il cancello. Un vento di polvere spazza i binari. Mi hanno detto che da una settimana la ferrovia è interrotta. Nessuno sa dirmi se il treno ricomincerà il suo viaggio. Alcuni dicono di aver visto ingegneri francesi aggirarsi lungo i binari. Qualcuno sta già pensando che le traversine potrebbe essere utili come travi per una nuova casa. Andiamo. I sacchetti di plastica si impigliano nei cespugli di spine. Andiamo. Salgo in macchina, Asfaw è già al volante. L’auto balla sui binari. Il buffet è dietro di noi. Ritroviamo l’asfalto. Non passiamo nemmeno la notte al buffet, questa volta. Niente camera del Negus. Non sono solo, non posso rimanere. Bisogna raggiungere, nel bush, gli stagni di Bilen. Lì si è lontani dalla tensioni fra afar e kereyou. E’ acqua degli afar, siamo nel loro territorio. Per questo siamo venuti. Non mi volto indietro. Dovrei, vorrei farlo. Un afar non lo farebbe.

Ragazzo afar

Non mi sono voltato indietro. So che ho visto madame Kiki per l’ultima volta. Non so se quello che sto facendo sia giusto o meno. La macchina sfiora precari banchi di frutta. Una donna allunga un’arancia. Ne compro alcune. Ritardo il distacco. Ma siamo di nuovo sull’asfalto. Andiamo verso oriente. Nessun pensiero si affaccia a incrinare una malinconia impalpabile. Pochi chilometri. Qualche decina. Silenzio. Nessuno dice una parola. Asfaw non chiede, sa dove portarci. La deviazione dalla strada del Rift è ben visibile. E’ sorto un villaggio, qui. Lo hanno chiamato Andidu, ‘il taglio netto’, mi spiegano. Sono troppo stanco per chiedere. C’è un cartello, una pista, una donna afar seduta su una pietra ci guarda passare e non fa alcun gesto. Nemmeno volta la testa. La strada corre fra acacie spinose. Sta scendendo la notte. Una stella si illumina improvvisa. Asfaw taglia per il bush. Segue una luce che si è accesa in mezzo alla boscaglia. Mandrie di vacche stanno tornando verso i loro ripari. Il loro manto bianco-grigio vibra nel riflesso lunare. So che gli stagni di Bilen sono qui vicino. Ma Asfaw vuole raggiungere le capanne del lodge. Il nostro piccolo convoglio avanza a ventaglio. Uno degli altri autisti va a zig zag fra gli alberi. Alla fine spunta la radura del Bilen Lodge. Capanne sparse su un declivo. Luogo piacevole. Un’agenzia di Addis Abeba ha trattato l’affitto di un terreno con gli afar e ha costruito questo lodge a un passo da una foresta. Dicono che qualche leone vi si nasconda ancora. Non lo credo, ma fingo un’emozione. Il guardiano che ci ha messo sull’avviso è soddisfatto del suo avvertimento. Si sentono gli strepiti delle scimmie. L’uomo del lodge ha l’aria meticcia: è stanco e non ha nessuna voglia di essere lì. Ci accoglie con un bofonchio. Afar magrissimi si caricano sulle spalle le nostre valige e corrono verso le capanne. Noi dietro. Una ragazzina del villaggio si mette a preparare la cena. Non ho voglia di parlare. Guardo il cielo. Come sempre: un mosaico di stelle. Una famiglia di facoceri si avvicina alla nostra capanna, stridii e urla si inseguono nella foresta. Un popolo notturno è indifferente al nostro arrivo. Il generatore tace, i facoceri continuano a grufolare fra gli sterpi.

Lei…

Divagazione della memoria/2

Ricordo una vecchia fotografia. Degli anni ’60. Allora una massicciata attraversava le terre instabili della Piana del Sale. Gli italiani erano stati capaci di costruire una ferrovia mineraria nell’inferno del mondo. C’era potassio, o qualcosa del genere,  a Dallol, il più strano vulcano-geyser della Terra. Luogo dove la geografia diventa un Arlecchino geologico. A lato della massicciata, già priva di binari, si alzavano torrioni di sale. Alti venti metri, rosicchiati da erosioni eoliche e sbalzi di temperatura. Erano conosciuti come le colonne di Dallol. Volevo vedere queste bizzarre costruzioni della natura. Sapevo che niente era rimasto della vecchia ferrovia. Che il terrapieno dove correvano i binari era sprofondato e che, partendo dal confine eritreo, mai e poi mai avrei raggiunto le Colonne con le macchine. Ma ci avevo provato ugualmente.

E’ tempo di dirvi dei miei quattro tentativi di raggiungere il sale della Dancalia. Sono storie senza glorie, né brividi. Non hanno mai interessato le riviste di viaggi. Non mi sono mai sentito in pericolo, né ho corso seri rischi. Ma, senza dubbio, la Dancalia voleva mettere alla prova la mia volontà di arrivarci. Si mostrava, socchiudeva uno spiraglio e poi, facendo finta di altro, lo richiudeva. Mi lasciava fuori. Ho provato a raggiungerla da oriente, e poi da nord, infine da sud. Non vi ero mai riuscito. Ci credete se dico che non era un’ossessione? Era una storia che non si compiva. Tutto qui. I miei tentativi non erano ostinati. Capitavano. Eppure la Dancalia rimaneva irrisolta in fondo al mio cuore.

Agli stagni

 

La prima volta avevo fatto salire in macchina una guida di Adayto, stremato villaggio della Dancalia eritrea. Adayto è un nome diffuso: sta a spiegare che lì cresce l’albero dal quale staccare i rametti pulisci-denti. Allora Etiopia ed Eritrea vivevano in pace. O facevano finta di non litigare. La guida era un vecchio dall’aria astuta. Non promise nulla. Aveva occhiali dalla montatura pesante e i pochi capelli erano crespi. Era felice di farsi un giro in macchina. Conquistò il posto davanti della prima auto del nostro piccolo convoglio. Sfiorammo le rovine della ferrovia mineraria, macchinari diventati ruggine di sale, lo scheletro di un camion italiano, rottami sparsi come dopo un disastro aereo, C’è del fascino in questi reperti: sono oggetti di uomini passati di qui ottanta anni fa. In questa desolazione sono diventati paesaggio, natura, geografia del deserto. Noi li sfioriamo e ci rendiamo conto che hanno cambiato consistenza. Il radiatore del camion si sfalda non appena lo tocco. Pezzi di rotaia e denti di vecchie trivelle si sono mineralizzati.

Il vecchio ci condusse fino a una sponda. Il lago Karum (allora ne ignoravo il nome, le carte che avevo erano ambigue) stava nomadizzando. Non è un lago normale: a seconda di venti e stagioni cambia geografia. Ora ci stava sbarrando la strada per Dallol. Del resto, il vecchio non ci avrebbe mai condotto fin laggiù. Fece un gesto per fermare la macchina, andò avanti due passi e le sue ciabatte cominciarono ad affondare nella coltre salina. Poco più in là si stava aprendo il cerchio di una piccola voragine. Sul fondo, l’acqua ribolliva. Guardai verso l’orizzonte: il sipario dell’altopiano disegnava il confine fra terra e cielo. Forse laggiù c’erano le colonne di Dallol. Irraggiungibili. Il vecchio si accucciò: ‘Questo è la frontiera’, disse. Fra Eritrea ed Etiopia. Non potevamo oltrepassarlo. Non lo facemmo. Si alzò un vento di sabbia e polvere, pulviscoli di sale si misero a roteare attorno a noi come grandine impazzita. Sentii la pelle diventare carta vetrata. Quella sera dormimmo ai confini della Piana del Sale. Il vento si trasformò in tempesta. Faticammo, il giorno dopo, a ritrovare i nostri passi. Anche il vecchio appariva incerto nella nebbia di polvere e sale che ci avvolse per ore e ore.

La prima volta che arrivai in Dancalia

 

Secondo tentativo. Avevo i permessi, avevo una buona macchina, un autista disposto a guidare verso quelle terre che non conosceva. Questa volta venivo dall’altopiano. Imboccammo la pista che precipitava verso il bassofondo della Dancalia. Vedemmo scomparire i villaggi di pietra ed apparire le capanne a cupola degli afar. Un masso sbarrava la strada. Il soldato non volle sentir ragioni. I permessi erano carta straccia. Scritti da gente che non si muoveva dagli uffici. Un ufficiale dall’aria velenosa fu soddisfatto di poter cacciare un bianco da quelle terre. Gli italiani, in quell’anno lontano, erano malvisti su quelle frontiere. Nove turisti si erano appena fatti rapire in Dancalia. Il mio passaporto era una condanna. Passai alcune ore al posto di blocco. Senza alcuna ragione, speravo che accadesse qualcosa.  Non funzionò. Il soldato non ci  degnò più di uno sguardo. Mise un ragazzo con il fucile a sorvegliarci e se ne tornò sulla sua branda. A sera, passò, con nobile lentezza, una carovana di dromedari con il suo carico di sale.

 

Terzo tentativo. L’anno dopo. Più pirotecnico. Ero da solo e un italiano vecchissimo di Assab mi affidò a un autista dall’aria troppo furba. Mi avrebbe portato fino ad Afdera, fino alle sponde del lago Giulietti, tagliando per le pietraie della Dancalia interna. Partivo dal mar Rosso, come un esploratore di altri tempi. Ci spingemmo nel deserto di lava per tre giorni. L’autista masticava foglie di chat. Taciturno e annoiato. Non amava questa terra. Era un dancalo di Assab. Si chiedeva perché avesse accettato questo lavoro. Forse si addormentò, forse davvero i freni si ruppero: la macchina, in una discesa, prese velocità e lui non riuscì ad evitare un masso. Fu una comica: per dieci metri viaggiamo obliqui, come artisti di circo, due ruote per aria, le altre a raspare i sassi. Alla fine vinsero le leggi della fisica e ci ritrovammo stesi su un lato. Io protessi il volo delle macchine fotografiche, mi ritrovai addosso l’autista e polvere di lava in bocca. Nemmeno un graffio, tutto era accaduto al rallentatore. Nemmeno questa volta avrei avuto il dono della Dancalia. Non saremmo mai stati capaci di raddrizzare la macchina. La pista dove eravamo finiti conduceva a una postazione militare eritrea. Non sapevamo a che distanza potesse essere. Mi sedetti, mi massaggiai il gomito, guardai l’autista che cercava di recuperare le sue foglie di chat. Dopo una decina di ore, in piena notte, i fari annebbiati di un camion scossero il nostro torpore. Il camionista, un militare dai capelli brizzolati, scese, dette un’occhiata alla nostra macchina, si mise a preparare il tè e ci aiutò a rimettere la nostra land-rover su quattro ruote. L’autista non disse nulla, ma riprese la strada verso Assab.

 

Bellezza

Quarto tentativo. Pensavo che sarebbe stato l’ultimo e che sarebbe andato a buon fine. Con me c’era un fotografo, uno di quelli che non si arrende mai. C’era anche Daniela, lei stava imparando ad amare i deserti. Sarebbero diventati la sua vita. Pensavo: o arriviamo ora in Dancalia oppure non sarà mai più possibile. Partivamo da Sud, questa volta. Eravamo sulla strada principale per Afdera. Pista scassa balestre. In più di tre ore avevamo percorso poco meno di cento chilometri. La macchina rullava, l’autista era esperto. Un botto. E anche lui rimase come sorpreso. Una ruota ci passò davanti. Come un gatto che sfidava nella corsa la nostra auto. Ho un sorriso, mentre ricordo questo momento. Fu una scena da fumetto. Anche la nostra auto alla fine si accorse di essere rimasta su tre ruote, si inclinò, tentò di ribaltarsi, un colpo di volante la fece sussultare, cosa stavano frenando i suoi freni? Ci fermammo. Intatti. Guardammo la ruota correre ancora per un centinaio di metri. Il semiasse si era spezzato in due. Viaggio finito. Ma questa volta eravamo stati previdenti: radio a bordo, potevamo chiamare i soccorsi. Avremmo atteso per due giorni. Nessuno, allora, passava per questa strada. Ma non rimanemmo soli.

Allo stagno

Non sperate in grandi dialoghi in questo libro. Gli afar coltivano l’arte del silenzio. Solo il momento dei primi saluti è flusso di parole. Quella notte, dopo l’incidente, apparve un pastore. Un ragazzo dal gran cesto di capelli e dal viso affilato. Una barbetta ispida gli incoronava il mento. Si era avvicinato al nostro fuoco. Stava lì. In piedi. Il nostro autista non ne capiva la lingua. Lui si accucciò. Io guardai le sue capre. Lui si alzò. Ne indicò una. Io feci un cenno con la testa. Meno di un’ora più tardi, il pastore allungava un braccio verso la mia bocca: mi stava offrendo un pezzo di fegato ben arrostito. La cena a base di capra durò quasi tutta la notte. Poi lui  si sdraiò vicino al fuoco. Solo al mattino, cielo bianco di vento, apparve una donna. Sua moglie. Bellissima. Un reggiseno bianco sotto uno scialle trasparente. Teneva in mano una cavezza di corda con la quale dava ordini a due dromedari. Il pastore si alzò, si prese due pezzi della capra, contò i soldi che l’autista gli porse. La moglie cominciò ad andare. Lui la seguì guidando il suo gregge con i movimenti di un bastone. Niente Afdera. Ma notte di Dancalia. Mi arresi: forse questa terra mi stava dicendo che dovevo essere contento così, le sue  divinità erano già state molto generose. Mi avevano avvertito, mi era stato concesso di intravedere. Poi avevano nascosto.

 

In cammino

Colpi di martello infrangono i silenzi e i sussurri della natura di Bilen. Solo al mattino, due uomini  si mettono a riparare un serbatoio dell’acqua. In realtà tappano la falla con degli stracci e se ne vanno. Gli ospiti possono farsi una doccia. Non si lamenteranno. I facoceri hanno approfittato delle pozzanghere, devono aver passato una bella notte. Il terreno davanti alla capanna è un campo arato. Sono sveglio da prima dell’alba. Ho camminato. Ho bagnato le scarpe. I piedi sono umidi. Mi piace. Gli uccelli sono volati via con le prime luci. C’è stato un momento di silenzio perfetto. Ho cercato di seguire le tracce dei facoceri. Sono arrivato fino a piccolo dirupo. Poi ho perso la pista. La nebbiolina del mattino se ne è andata. La foresta, oltre un acquitrino, sembra muoversi. Ho pensato a Macbeth. Ma qui gli alberi non fanno un solo passo in avanti. Si limitano a oscillare sul posto come maschere cinesi. Ho pensato anche ai leoni. Ai facoceri che sono scomparsi. In realtà non ho pensato a niente. Va bene essere qui, va bene così. Il rumore dei motori delle macchine fruscia da lontano. Stanno arrivando gli autisti. Il viaggio vive di vita propria. Le mie volontà non hanno influenze. Credo che mi sarebbe piaciuto vedere il leone.

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2 pensieri riguardo “Dancalia rewind.4/Mi sarebbe piaciuto vedere il leone…

  • 16 Febbraio 2019 in 2:02
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    Ho appena riletto (non per la prima volta) Dancalia 1,2,3 e 4. Sempre con il piacere della prima volta, ancora con un senso di pace che mi riconcilia con i miei simili che imperversano su fb, forse non durerà molto, ma meglio che niente…… Ora, sono le 2,25, è il caso di dormire, l’ospedale ormai silenzioso mi aiuterà. Grazie, Andrea. Spengo la luce….

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    • 19 Febbraio 2019 in 7:11
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      Gianni, un abbraccio…coltiva il senso di pace, ti prego. Con lentezza quelle pagine lontane troveranno questa strana, effimera vita.

      Risposta

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