Dancalia rewind.5/Nonna Lucy

Il passo degli afar

Non avete molte scuse quando sostenete di non aver mai sentito nominare gli Afar. Se qualcosa sapete di preistorie, dovete almeno una volta nella vita aver sentito parlare di Lucy. E’ stata, ed è ancora, una vedette internazionale. Proprio qui, poco a Sud di Millé, nei territori Afar, il più celebre dei nostri antichissimi antenati riemerse l’ultimo giorno di novembre del 1974. Per affetto e commozione, le venne dato il nome di Lucy. Per gli scienziati, fra inevitabili polemiche, era il primo esemplare di Australopithecus afarensis. Ci misero quattro anni a decidere chi era e cosa fosse. Ci ripensarono, litigarono, scoppiò un putiferio a base di articoli sulle riviste più prestigiose della paleoantropologia, si ruppero amicizie: tutto vano, quella piccola creatura, al di là delle baruffe scientifiche, era già stata adottata dall’opinione pubblica e nessuno avrebbe accettato ripensamenti. Lucy aveva deciso che le piaceva essere un australopiteco. Nome di origine greca: indica il Genere e sta per ‘scimmia del Sud’. Creatura sorprendente, il suo ‘cognome’ è un riconoscimento per un popolo antico: lei ha deciso di riapparire nella regione degli Afar. Ramidus, un altro australopiteco ancor più vecchio di Lucy, è conosciuto, da queste parti, come Kadda-Abba, il nonno.

Assab Road

Ma torniamo a quel pomeriggio arido di fine novembre: nel letto sassoso del fiume Hadar, il paleontologo americano Don Johanson, un ginocchio poggiato per terra, era fuori di sé dall’emozione. Non credeva ai suoi occhi mentre faceva passare da una mano all’altra il frammento dell’osso di un braccio: ‘E’ un ominide’, ripeteva come se stesse cercando dentro di sé una conferma. Era ammattito, Don. Il suo amico Tom Gray era come paralizzato dallo stupore: anche lui non sapeva dove guardare, girava su sé stesso mormorando: ‘Santo cielo, santo cielo’. In quei pochi metri di terra, ricoperti di ciottoli e sassi sfiancati dal sole, erano dispersi vertebre, pezzi di bacino, schegge di cranio, frammenti di costole. I due scienziati avevano trovato uno scheletro quasi intero di un nostro antenato. Alla fine dello scavo, furono capaci di ricostruire il 40% della loro creatura. Per simmetria fu possibile rimettere assieme il 70% del suo scheletro. Lucy, in altre parole, era quasi completa. Era la prima volta che accadeva nella storia dei cercatori di fossili: fino ad allora non era mai successo; gli scienziati, in quegli anni, si aggrappavano a reperti isolati e minuscoli per elaborare le loro teorie. Lucy era un’ominide, vecchia di oltre tre milioni di anni, progenitrice della famiglia dell’uomo, camminava in posizione eretta, non sapeva usare nessun utensile ed aveva un cervello minuscolo. In altre parole, era indefinibile, ma, credetemi, era di una simpatia unica.

Le vacche degli afar

Era un osso duro, nonna Lucy. ‘Divenne subito una star del firmamento antropologico’, mi disse una volta l’antropologo Alberto Salza. ‘Era diversa da qualsiasi altra cosa scoperta prima’, scrisse Johanson. Era robusta, resistente, forse meno agile di noi, ma era una trekker tenace, una camminatrice instancabile. Sapeva ancora arrampicarsi sugli alberi: era lei a scegliere quando camminare e quando appendersi ai rami. Lucy sfuggì alle polemiche fra scienziati, non fu rinchiusa in un laboratorio o dimenticata in un cassetto. Non sarebbe stato possibile: il mondo ne aveva bisogno e decretò la sua fama universale. Era la prova dell’evoluzione umana. Era donna, quasi certamente madre. Doveva avere più o meno trent’anni quando si accucciò sulla sponda del fiume Hadar e si lasciò morire. Da tempo soffriva di artrosi. Aveva un’età veneranda per i suoi tempi. Pensate: nemmeno nell’epoca dei romani questa era l’età media. Era piccola, appena un metro e dieci. E magra: non più di ventisette chili. E non era sola: qui, ad Hadar, viveva una ‘famiglia’ di ominidi. Attorno al luogo dove morì Lucy, sono stati ritrovati fossili di almeno una mezza dozzina di individui. Possiamo perfino immaginare la loro vita quotidiana. Non occorre, poi, molta fantasia: passavano le ore del giorno alla ricerca ossessiva del cibo, allevavano i piccoli e di notte si rifugiavano sugli alberi per dormire. Erano vegetariani ma, se capitava, non disdegnavano la carne. Lucy, se mai ha potuto seguire il destino delle sue ossa, deve essersi fatta grandi risate: ha riempito di dubbi le teste sovraccariche di informazioni degli antropologi, ha scatenato risse e gelosie; ancora oggi nessuno, anche se non ve lo dicono, ha chiaro dove Lucy si possa collocare fra i cespugli della nostra complessa genealogia. Da quando è riapparsa, questa nonna straordinaria possiede una vita propria. Ha perfino fatto una splendente tournè negli Stati Uniti. Si è esibita nelle decadenti sale del museo Bardo ad Algeri. E’ un mito struggente. Tutti siamo affezionati a Lucy.

Incontro

Nei registri della paleoantropologia, Lucy è conosciuta come AL 288-1. Vale a dire: Afar Locality, numero 288, fossile numero uno. Ora immaginatevi quella notte ad Hadar. Guardate quel campo, sperduto in un deserto di pietre, illuminato da fuochi euforici. Sappiate che gli Afar fecero buoni affari quella sera: vendettero a buon prezzo un bel po’ delle loro capre, le arrostirono sorridendo sornioni fra di loro. Offrirono ai paleontropologi, in segno di onore, il primo pezzo del fegato degli animali. Ma prima non dimentichiamo i francesi Taieb e Coppens, geologo il primo e antropologo il secondo: facevano parte della stessa spedizione e fu proprio Taieb a indirizzare i passi di Johanson in quel fiume fossile. I quattro scienziati, sudati e sporchi, ebbri di orgoglio per la scoperta di Lucy, si regalarono una sbornia formidabile. Ballarono per tutta la notte. La colonna sonora di quella felicità eccitata furono i Beatles. Avevano buoni gusti i paleoantropologi e si bearono nei suoni allucinati di Lucy in the sky with diamonds. Ora sappiamo che era una canzone splendida e innocente: non inneggiava all’Lsd, come sempre i nostri pensieri malevoli avevano creduto. John Lennon l’aveva scritta ispirato da un disegno di suo figlio. Raffigurava la sua amica di asilo Lucy avvolta in un cielo di diamanti. Una bambina donò il suo nome alla più antica delle sue nonne. Gli Afar guardarono con il solito silenzio le mattane dei bianchi. Gli operai etiopici che scavavano ad Hadar si fecero contagiare dall’entusiasmo: si inginocchiarono davanti a quelle ossa, le osservarono con occhi attenti e chiamarono quel loro antenato Dinquinesh. Cioè: ‘Sei meravigliosa’.

I ragazzi puliscono i camion

Ho girato attorno a Lucy (alla copia del suo scheletro) al museo Nazionale di Addis Abeba. E’ in piedi. Ancor oggi è come stupita per tutte le attenzioni che le sono riservate. Sembra dirti che lei non stava facendo niente di eccezionale. Le era venuto spontaneo camminare. A noi, uomini di oggi, piace pensare di essere i suoi discendenti. Grazie a lei abbiamo saputo di aver mosso i nostri primi passi nel Rift. Questa è un’altra ragione per la quale sono venuto fino a Millé? Sto qui, sui bordi del crepaccio dove le acque dell’Awash vorrebbero arenarsi pur di non disseccarsi nel deserto, e guardo verso Sud. Non ti vedo Lucy. Non sono mai stato ad Hadar. Immagino un cartello corroso dalla ruggine, sforacchiato dai colpi sparati da annoiati guerrieri Afar. Vedo il nulla. Il paesaggio è stremato, calcinato dal sole, non c’è ombra di vegetazione. Solo pietre. Hadar è un luogo celebre dove ben pochi sono davvero stati: il suo nome è una corruzione inventata dai paleontologi. Per i pastori Afar questo è Ad Da’ar, ‘il fiume bianco’. Riconosco il percorso di questo wadi fossile, se ne vede l’antico andamento sinuoso, si può camminare nel suo letto polveroso. Più che bianca, la sua sabbia, senza dimensioni, è priva di ogni colore. Ecco, ora, nella luce accecante del primo pomeriggio, percepisco un movimento. Lucy è stanca. Affaticata. Cerca un posto dove riposarsi. Guarda i suoi figli scorrazzare fra le erbe. Si siede all’ombra di un’acacia. Il riflesso dell’acqua attira la sua ultima attenzione. Morì in pace, Lucy.

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