Dancalia Rewind.6/La polvere della Dancalia

 

Meglio mandare avanti una macchina. Tessema sa come comportarsi. I nostri permessi dovrebbero essere pronti, ma, a queste latitudini, è bene essere prudenti. La burocrazia è peggiore di un insabbiamento a mezza ruota. Bisogna raggiungere Semera. Tutto qui. Non è lontana da Millé. A Semera si atterra nel mondo reale. O, forse, in quello fasullo. Si confondono i piani in questa desolazione: le terre Afar sono davvero quelle degli stereotipi nomadi? Oppure l’unico, vero desiderio di un ragazzetto cresciuto pascolando capre nelle solitudini del Rift è quello di sentire il frusciare delle pale di un ventilatore seduto alla scrivania di un qualcosa che dicono si chiami ‘ufficio’?

Prendete un deserto di polvere e sassi calcinati dal sole. Una terra sfigata a tal punto da non riuscire a essere nemmeno brutta. Gli ominidi se ne sono andati da qualche milione di anni. Se qualcuno ancora si nascondeva in qualche crepaccio, sarà fuggito lontano. Cacciato dal rumore dei bulldozer e delle betoniere. Qui, in un paesaggio peggiore degli ‘orrori presunti’  dei territori lunari, è sorta Semera. E si è perfettamente adattata alla geografia sconsolata di questo angolo del Rift. Semera è un passaggio obbligato, il collo di un imbuto: qui ci sono gli uffici della nuova capitale della regione Afar. Voluti da uno sconosciuto Keynes africano, imposti dall’orgoglio nazionalista di politici Afar. Ignoro chi siano gli architetti, ma lì farei vivere qui per qualche mese. L’avvio di un viaggio in Dancalia non sono solo gli zaini o le taniche di benzina sul tetto delle auto, ma fogli di carta timbrati, protocollati e poi lasciati a marcire per terra. Solo che a Semera, nuova capitale degli Afar, non marcisce niente: possiamo solo sperare nei topi per vedere scomparire quei pezzi di carta.

Erta Ale cafè

Da Semera bisogna passare. Trovare l’ufficio giusto. E aspettare. I permessi dovrebbero essere dispersi in qualche stanza del Ministero del Turismo e, se ci saranno, è solo perché qualche afar-impiegato è su un libro-paga di un operatore turistico di Addis Abeba. Altrimenti ce lo sogneremmo di arrivare e ripartire in giornata. Con gli stipendi che prendono, anche i figli dei nomadi non resistono alle lusinghe di una corruzione spicciola. Non è nemmeno corruzione: è un microsalario per ottenere un foglio con su un timbro. E’ una mancia. Un contributo alla sopravvivenza in una terra senza una vera economia.

Erta Ale Cafè

Molti anni fa, quando passai di qui per la prima volta, non c’era niente. Un deserto che non appariva nemmeno un deserto. Non ne aveva lo splendore, né il senso del nulla. Non appariva nemmeno minaccioso. E nemmeno monotono. Era un non-luogo: vi si avvertiva la stessa inutilità di un centro commerciale in Emilia Romagna. E’ uno specchio, Semera. Anche qui rotolano dei soldi e i capi, che mai vivrebbero qui, pensano di aver costruito un bel giocattolo per i loro sudditi fino ad allora abituati a vivere in capanne. E’ un non-luogo di polvere. Ho cercato invano altri aggettivi: ogni volta che ripenso a Semera, mi viene in mente solo la polvere. Forse perché si è subito depositata, come un lenzuolo trasparente, su ogni finestra, sedia, tavolo, stipite di porta, davanzale, terrazzino di cemento della nuova città. A chi sarà venuto in mente, nel mese di luglio del 1995 (fa più fresco in mezzo all’estate in questo angolo d’Africa, è vero), di decidere che gli edifici del governo Afar avrebbero dovuto sorgere proprio qui? Perché quei notabili Afar si riunirono nel luogo più infame del Rift? Quali complessi equilibri clanici vi erano dietro a questa folle decisione? Forse Semera è il centro di una geografia politica a noi invisibile. Mi auguro solo che non sia l’incrocio di una Via dei Canti africana. Certo, Aysa’iy’ta, l’antica capitale del sultanato Afar, con il suo tozzo minareto e i suoi mercati affollati, era defilata rispetto al nuovo gioco degli affari etiopici, era lontana dall’asfalto della Assab Road, fuori dalle rotte dei camion, difficile da raggiungere per i grandi capi che oggi si muovono solo su land-cruiser. Forse quella città solitaria era troppo vicina a Gibuti e ai territori Issa. Forse ricordava i miseri tempi delle carovane in un’epoca di potenti motori diesel. Ma proprio qui, al centro della desolazione del Rift, dovevano mettersi a costruire palazzi dalle scale che si incrociano, edifici con l’ambizione da grattacieli e compound labirintici? Non c’è nemmeno il fiume a Semera. Nemmeno una pozzanghera. Da oriente, mentre l’asfalto azzarda una curva appena percettibile, vedi avvicinarsi, come un miraggio scombinato, questi palazzi già scrostati e pensi di aver sbagliato strada. Questa volta Brasilia non è riuscita molto bene. Leggo vecchie statistiche e sobbalzo: qui, nel 2005, vivevano poco più di ottocento persone. 702 uomini per 133 donne. Cosa facevano a sera tutti quegli uomini? Non c’è nemmeno un albergo a Semera, nemmeno un bar scalcinato. E nelle case mica potevi accendere i fuochi di un bivacco. La sedentarietà dei figli dei nomadi è noiosa.

Il barbiere

Ci aggiriamo per le strade di terra di Semera. Non troviamo gli uffici del turismo. Tessema si è perduto. Asfaw rallenta. Carichiamo su un giovane afar dall’aria addormentata. Un gruppetto di donne (le sole della città?) sta uscendo da un palazzo. Vanno verso una corriera. Parcheggiamo. Non ha colori Semera. E’ un grigio sbiadito che non ha mai conosciuto una goccia di pioggia. E’ la capitale dell’apatia. Mai trasformare i guerrieri in burocrati. I palazzi nascondono scale che conducono a terrazzoni aerei. Ad ogni piano ci sono decine e decine di stanze. Le pale dei ventilatori spostano polvere. Ritroviamo Tessema. E’ alle prese con fogli da far firmare. Inseguiamo impiegati che si sistemano di continuo le loro futà. Li guardiamo afferrare timbri e poi cercare, sotto una torre di carte, il tampone. E’ secco. E allora andiamo tutti in bagno dove cerchiamo di resuscitare l’inchiostro. Non c’è acqua. Dalla tasca tiro fuori una bottiglietta di acqua minerale. Verso il suo contenuto sul cuscinetto del tampone. Mi sporco un dito. Ma alla fine abbiamo le nostre carte. Gli impiegati sorridono e si rimettono a sedere sotto il ventilatore. Caccio con i piedi un insetto che giocherella con i miei sandali. Ringrazio. Ce ne andiamo sollevando una nuvoletta di polvere. Siamo buffi e scombinati. Dagli uffici ci guardano. Alcuni, ombre controluce, pregano su stuoie consunte. Scopriamo che a Semera non c’è nemmeno un posto dove bersi una birra. Volevamo festeggiare. Qui farei venire un antropologo: sta accadendo qualcosa qui, hanno fatto una città per gli Afar, l’hanno fatta senza gli abitanti, ma già ci sono tre università. E il rettore si affanna a mandare mail alle comunità Afar in Svezia per decantarne le glorie. Dalla polvere del Rift ai cieli gonfi di pioggia di un paese scandinavo. In Svezia ci sono comunità organizzate di Afar. Qui, a Semera, operai dai capelli crespi e imbiancati dalla calcina stanno costruendo i dormitori dei futuri studenti. Non andranno più in Svezia? Arriveranno anche le donne. Per riequilibrare la vita sociale. C’è una stazione di benzina a Semera. Si fermano eserciti di camion. Qualcuno aprirà un bar e, potete scommetterci, lo chiameranno Erta Ale. I nomadi avranno lavoro come manovali e meccanici. Un reddito e un occhio alle capre che meriggiano a piccoli greggi giù nella strade, all’ombra di mura già cadenti. Questi animali sembrano nutrirsi di sacchetti di plastica e di ossa delle loro sorelle. Gli urbanisti non sono necessari a Semera. Qui c’è tutto lo spazio che vuoi. La città si espande, gli uffici si moltiplicano. Ci si sposta, con lentezza strascicante, da una stanza all’altra, si consumano infinite penne Bic. Mi spazzolo i capelli con la mano. Stacco da una parete un manifesto turistico. Me lo porto via sotto gli occhi di un guardiano che ondeggia su una sedia protetta da un provvidenziale cono d’ombra.

Nomadi

 

Il ritorno del pastore

 

Il ritorno del mandriano

Aysa’iyta. Se gridi, avrai soccorso

L’antica capitale del sultanato nomade degli afar è una città fuori mano. Lontana. Cosa significa ‘fuori mano’ in questo vuoto che non  riesce nemmeno a essere deserto? La lontananza è una storia di punti di vista. Per un afar di Gibuti, Aysa’iyta sta nel luogo giusto. E’ la strada asfaltata che corre nel Rift a essere sbagliata. L’Assab Road ha seguito le tracce suggerite da ingegneri e geologi. Avranno avuto ragioni da vendere, ma a loro non sarebbe mai passato per la testa che le strade non sono solo massicciate, pietre, linee geometriche, asfalti che si sciolgono al sole o rilevazioni geodetiche. Le strade, a volte,  sono vie dei canti, ti direbbe un aborigeno australiano. E un afar cosa ti racconterebbe se una sera avesse lo strano desiderio di parlare? Ti direbbe che anche Aysa’iyta, in fondo,  non ha molto senso, ma, per lo meno, è stata costruita lungo la via carovaniera più diretta che allaccia Tadjoura, antico porto della costa del mar Rosso, al fiume Awash. Ti direbbe, appunto, che qui la terra ha un sussulto di fertilità. Qui ci sono pascoli, alberi da frutto, acqua a volontà.  Si possono coltivare orti. Perché proprio qui il più lungo e assurdo dei fiumi dell’Etiopia si impantana in lagune e paludi, non trova un passaggio fra sabbie aride e montagne di sassi e si trasforma in un lago di fango e melma che consente coltivazioni e, soprattutto, crea praterie per le mandrie di vacche e i greggi delle capre. Un afar di Gibuti ti dice che questa via è perfetta per il contrabbando e che Aysa’iyta è un buon mercato per sale e televisori ultrapiatti trafugati al porto di Gibuti. Gli ingegneri scuotono la testa e ti spiegano ancora una volta che è stato un bene che la strada per Assab passi ben alla larga (almeno sessanta chilometri) dalla capitale di un sultanato nomade.

La notte di Aisa’iyta

Questa città, in una terra percorsa da nomadi, appare un controsenso. Qui, per sopravvivere, bisogna camminare. Abele, il pastore, non capisce Caino, il contadino sedentario. Non può fermarsi. ‘La sete di un giorno annuncia la sete del giorno che segue’. Bisogna andare di pozzo in pozzo. Ma ai sultani del regno di Aussa, pur nati in queste solitudini, qualcuno aveva raccontato che un vero re deve possedere un palazzo. Decisero per questo di costruirsi una capitale? Ma l’idea del palazzo proprio non entrò nella loro testa. Fecero un villaggio senza una reggia. Il potere, per loro, avidi e oramai impigriti, non aveva bisogno di sfolgorii: era in un lampo feroce degli occhi. Mi immagino il sultano, con la sua barba arrossata dall’hennè che riceve gli esattori delle tasse che imponeva alle carovane, seduto fra cuscini e stuoie stese al riparo di quattro mura tirate su con la calce. Il sultano era soddisfatto. I suoi sgherri avevano fatto il loro dovere. Si limitava a contare sale e soldi. La città era quell’accampamento a un passo dal fiume.

La notte di Aisa’iyta

Dicono che siano stati gli italiani, nei cinque anni della colonia, a voler trasformare in città uno sperduto luogo di sosta lungo le carovaniere. Gli occidentali hanno bisogno di simboli per la loro vita sedentaria. Furono abili, gli italiani. Non c’erano glorie in queste solitudini, i militari lasciarono fare a gente sveglia, senza troppe stellette sulle spalline, gente che, bene o male, era affascinata dal vuoto delle terre afar. Vollero farsi benvolere da quei nomadi (in fondo potevano essere anche utilizzati per destabilizzare il vicino stato di Gibuti in mano ai francesi) e si dettero da fare per costruire una moschea dalle pareti imbiancate con la calce e tirar su un solido minareto dal balconcino di legno.

Nomadi

Per raggiungere Aysa’iyta, bisogna insistere: seguire, sfuggendo alla noia, l’asfalto della Assab Road fino a un bivio che annuncia la fine di una lunga giornata di viaggio. Un tempo non vi era alcuna indicazione: la prima volta che arrivai fino a qui, solo una linea di pali dell’elettricità piegava all’improvviso verso Sud, seguiva una vecchia pista carovaniera, offriva un appoggio imprevisto a famiglie di corvi dalle ali nere e si perdeva all’orizzonte. A volte il terreno cedeva e il palo si inclinava quasi a sfiorare terra: il filo dell’elettricità si tendeva, a volte si spezzava e, allora, Aysa’iyta si spengeva. Niente più frigoriferi, niente più luce, niente più ventilatori, la carne andava a male, i cibi si infettavano, le medicine marcivano nei depositi dell’ospedale. Quando arrivai la prima volta ad Aysa’iyta c’erano due generatori. Quello della clinica non funzionava (e nessuno se ne preoccupava). Quello dell’hotel Basha, ronfava alla grande. Se ne sentiva il ronzio fin dalla strada. I giovani della città si accalcavano di fronte al grande frigorifero dell’hotel per annegare il calore nella Coca-cola. Aysa’iyta, mi disse un commerciante, ha il più alto consumo pro-capite di Coca-cola. Grandiosità surreale delle statistiche e della globalizzazione.

 

Se Semera è una città fasulla (quante conseguenze sorprendenti ha avuto la decisione degli ingegneri di costruire la Assab Road ben lontana dal fiume Awash), Aysa’iyta è una metropoli. Sessantamila abitanti, un ospedale senza un solo medico, l’ufficio postale senza francobolli, alcune case erette da italiani che avrei voluto conoscere, l’esercito etiopico che sorveglia le frontiere con Gibuti e tiene a bada le velleità feudali dei discendenti di Ali Mirah, l’ultimo e detronizzato sultano afar d’Etiopia. E’ anche un grande mercato al martedì, mandrie di vacche che pascolano ai suoi confini, piccole carovane di dromedari che arrivano fin qua dai deserti di Gibuti con il loro carico di sale, granaglie e lettori di cd. Un giovane afar ci guarda mentre parcheggiamo le nostre macchine di fronte alla parete di legni storti e lamiere dell’hotel Basha. Mordicchia il suo legnetto pulisci-denti e non si avvicina di un passo.

Mercante di dromedari

Non si capisce la strana geografia di Aysa’iyta fino a quando non si attraversa il saloon da far west dell’hotel Basha. Non ha un vero tetto (non ce ne è bisogno), al più ci si mette al riparo di una tettoia di graticcio, il pavimento è in terra battuta, consolidata da un reticolo di tappini di bottiglia, le donne la bagnano di continuo perché non si sollevi polvere, il fuoco è sempre acceso per preparare all’istante la ‘njera. La penombra è il rifugio preferito degli etiopi anche a questa latitudine. Ancora due passi, un altro corridoio stretto e si sbuca in un cortile di cemento dove già stanno preparando i letti per la notte. Infine, oltre le lenzuola celesti stese ad asciugare, si raggiunge una terrazzina sospesa sul corso del fiume Awash. Ecco, adesso è chiaro: Aysa’iyta sorge su un balcone di roccia, sulla sponda di una scarpata, sull’orlo di un gradone, sul margine di una frattura che ha fatto compiere un sobbalzo al deserto.

 

Awash

L’Awash scorre ai piedi di questo precipizio. Manca la parete settentrionale, altrimenti questo sarebbe un canyon perfetto. Invece è davvero un improvviso gradino, come se il deserto si abbassasse di colpo di diverse decine di metri. Come se il terreno avesse ceduto sotto il passo di una creatura immensa. Aysa’iyta rimane in alto, si sporge nel vuoto, si affaccia sul fiume, le case in muratura si protendono sulla piccola, improvvisa falesia, alcune rischiano di precipitare perché la roccia si sta sgretolando. La nostra terrazza guarda il fiume e il deserto. I corvi volano, planano sui rivoli di rifiuti che cadono dalle case e che sono diventati piccole valanghe verso il fiume. Grandi uccelli ruotano in cerchio nel cielo. Il fiume, là in basso, è fertilità. Sta rallentando la sua corsa, come se intuisse che la sua fine è vicina. Sotto la terrazza dell’hotel donne e vecchi sono al lavoro negli orti, se ne sentono le voci e i richiami. Grandi palme e manghi come immensi ombrelli vegetali si godono le acque dell’Awash. E’ l’illusione di una bellezza, di un manto verde che si illude di contrastare il deserto. E’ un trionfo effimero. Cento metri verso Nord, altra sponda dell’Awash, il vuoto afar riconquista il paesaggio. Ingrigisce l’orizzonte. Ma, affacciati dalla terrazza dell’hotel Basha, si ha la sensazione che l’eden possa esistere anche in mezzo al nulla. Gli ibis hanno il volo bello e pesante. Con uno scrollone, un ippopotamo si immerge nell’acqua fangosa dell’Awash. Il cuore si intenerisce di fronte a questo paesaggio.

Quando si dormiva sul tetto…

Dunque, un balzo, uno strappo, un crollo tellurico del deserto ha deciso l’urbanistica di Aysa’iyta. Non so chi abbia scelto il nome di questa città, ma sicuramente voleva mettere sull’avviso il carovaniere. Vuol dire: ‘Dopo di qui, tu gridi ‘al soccorso’. Ho letto anche una versione più rassicurante: ‘Grida e qui troverai soccorso’. Fuori del cortile dove il sultano sonnecchiava avvolto nella sua ricchezza, guerrieri afar, guardie di frontiera degli incerti confini del suo potere, erano raggruppate in una sorta di ‘compagnia di allerta’. Si chiamava barr-afà. I clan che ronzavano attorno ad Aysa’iyta, tanto per renderci più complicata la faccenda, erano numerosi: erano pastori Karbuddà, Askakmali-k, Modaytò, Ulé’l…Insomma, Aysa’iyta era una terra di mezzo. Oltre i suoi confini, si correvano dei rischi. C’erano le paludi, le montagne, i rivali Issa, i banditi, gli spiriti, forse maligni, del deserto. E qualcuno si era messo in testa di organizzare pattuglie di soccorso in caso di guai o di minacce. Dovete  capire: queste sono state (e sono ancora) terre di razzie. Devo aver smarrita ogni capacità critica: mi piace anche Aysa’iyta, mi piace lo sgangherato e piacevole hotel Basha, mi piacciono le donne che stanno tirando zanzariere azzurrine sui nostri letti (non si dorme nelle stanze qui, io voglio il letto sulla terrazza), mi piace il tempo che non ha tempo.

Le ragazze del Basha Hotel

Schema di racconto che non riesce a trovare una trama/Il pastore e la polvere

Già, il tempo non ha idea del tempo in terra afar. Pulsa con intensità, eppure sembra non esistere. Perfino le leggi della fisica qui appaiono molto relative. Tutto si crea, tutto si distrugge. Sicuramente tutto si ripete. Come in un reply infinito. Che trasforma le giornate in qualcosa di elastico, flessibile, importante e indifferente. C’è un ritmo in questo tempo, ma non è roba per europei comprenderlo, né tantomeno seguirlo. Si arriva ad Aysa’iyta al tramonto. Con alle spalle qualche centinaio di chilometri. Ma lungo l’ultima pista, il cuore si rilassa. Stiamo per arrivare, la fatica del giorno è scomparsa, i sensi sono di nuovo allerta. Ansiosi, reattivi. C’è qualche sopita eccitazione a bordo della macchina. Si ride, si guarda il nulla cercando un segno, si parla a voce alta. La luce del sole prova a dare segni di vita creando  qualche colore, o almeno un riflesso. Un luccichio fa brillare la polvere che lo scalpiccio delle capre solleva come se fosse una scia. Sono venuto molte volte ad Aysa’iyta. Nel primo viaggio, il pastore era insolitamente veloce, la polvere era una nuvola in movimento, il sole era felice del suo lavoro: una striscia argentata quasi ondeggiava per il falso orizzonte del deserto. Il pastore aveva fretta di tornare a casa. Immagine perfetta della Dancalia. Un pastore, le sue capre, la polvere, il gioco di luce. Mi fermai e scattai una facile fotografia. Usavo ancora le pellicole, ma fui certo della suggestione di quello scatto. Rimasi a guardare il profilo del pastore che camminava spingendo il suo piccolo gregge di capre. Il mio tempo e il loro. Fui tentato di chiedere se potevo unirmi a lui per i chilometri che ancora mancavano. Rimasi in silenzio.

Ragazzo afar con i capelli imburrati

Ultimo viaggio, ancora gli ultimi chilometri. Ora so che Aysa’iyta è vicina. Fra un po’ apparirà  il pericolante arco di trionfo dell’ingresso al paese, l’edificio allungato dell’ospedale, l’asfalto in pezzi che ti dice che siamo arrivati. Il pastore è ancora lì. Come la polvere. Come il sole. Come le capre. Questa volta mi sembra che l’uomo abbia meno fretta. Non spinge le capre. Asseconda il loro passo. Sono loro, affamate ed assetate, a muoversi con più velocità, ma l’uomo è in pace con sé stesso. Ancora una volta, faccio fermare la macchina, scendo, ho la macchina fotografica in mano. Guardo la scena, i riflessi struggenti del sole. Abele che torna al suo focolare. Alzo la macchina fotografica come se fosse un’arma. Ma non inquadro. Rimango lì. Lascio che il pastore prosegua il suo cammino. Non lo fermo. Che vada, che raggiunga in fretta il suo accampamento. Mi appoggio con la schiena alla land cruiser. Asfaw non dice nulla. Il vento ci porta incontro lo zampettio delle capre e un belato tranquillo.

 

print

2 pensieri riguardo “Dancalia Rewind.6/La polvere della Dancalia

  • 3 Marzo 2019 in 10:50
    Permalink

    Deduco da questo bellissimo resoconto che non sia più possibile dormire sul tetto del Basha, è un peccato

    Risposta
    • 7 Marzo 2019 in 21:08
      Permalink

      Già, lo scorso novembre non era più possibile. Potremmo mettere su una colletta e poi gestire il più bell’albergo del mondo, un mese per uno…chissà se Assefa tornerà a Aysa’iyta…

      Risposta

Rispondi a Andrea Semplici Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.