Dancalia Rewind.7/Ne accadono di storie ad Aysa’iyta

 

Preparazione della n’jera a Aysa’iyta

 

Dovrei almeno essere Conrad per raccontarvi dell’hotel Basha. E’ stato costruito lungo il crepaccio, ma questo non lo sai fino a quando non vi entri dentro. E’ a poca distanza della moschea e dalla spianata senza forma della piazza principale di Aysa’iyta. Non so come faccia a stare in piedi, quest’hotel. La sua parete esterna è reclinata come se una tempesta di vento le avesse tolto ogni equilibrio. Polvere e sabbia sono diventate una malta indistruttibile, migliore del cemento armato: sono un nuovo elemento che, saldato ai pali delle pareti, cercano di trattenere la caduta del muro esterno. Non viene voglia di entrare: l’ingresso è scuro, buio, degno di un vampiro. O di un oscuro monastero. Ricordate? Gli etiopi amano la penombra. Si vede che il proprietario non è afar. Sta lì, come d’abitudine, seduto dietro al tavolo della cassa. Un uomo magro, diffidente, sospettoso. E’ un migrante di altri anni, Assefa. Lo intuisci. Dallo sguardo sfuggente, rapido, inquisitorio. Viene da un paese a oriente di Addis Abeba. Ha piccoli baffi curati con attenzione maniacale. Era uno dei mille, piccoli funzionari dei tempi della tirannia di Menghistu. Ha rimpianto del suo potere. Non voglio sapere perché non potesse più rimanere nelle sue terre così lontane. Deve aver pensato che questo era il luogo più remoto dell’Etiopia. Non lo avrebbero mai trovato nelle regioni degli afar. E deve essersi portato via un po’ di soldi con i quali rifarsi una vita. Mi immagino i giorni della sua fuga. Conserva i gesti a scatto di chi si illudeva di avere potere. Perfino nelle terre afar si possono intuire i terremoti politici che hanno attraversato questa terra: accanto al Basha Hotel, vi è una splendida casa in muratura. Anche questa è sospesa sul canyon del fiume. Abbandonata da anni. A volte mi sono trovato a sognare che avrei potuto comprarla e che avrei potuto venire a vivere ad Aysa’iyta. Appartiene a una famiglia dell’elite afar. Parenti del sultano. Gente di potere ai tempi di Hailè Selassié. La loro sfortuna fu a rovescio e precedette di anni quella di Assefa: Menghistu segnò la loro disgrazia. Lasciarono quella casa da ras di provincia. Nessuno, per quel che ho chiesto, sa dove siano finiti. Passeggio per un po’ davanti alle sue mura cadenti.

La cucina del Basha Hotel

 

Omaggio al Basha Hotel

 

Foto di gruppo al Basha Hotel

 

Quando dormivamo sulle terrazze del Basha Hotel

Può entrare solo una persona per volta al Basha Hotel. Bisogna scansare il piccolo gallo che razzola nell’ingresso, inciampare in un letto, rendersi conto che sopra c’è un vecchio raggomitolato e poi rivedere un po’ di luce in una specie di saloon-veranda. C‘è un immenso frigorifero. Che funziona anche da bancone del bar. Geografia di sedie, tavolinetti bassi, panche e poltroncine dai legacci di plastica. Qui sta il televisore. Una soffusa musica dell’altopiano. Ancora un passo: un cortile di cemento, le tettoie di lamiera dei portici, le camere senza finestre, scale che slittano nel fango verso i cessi che altro non sono che una fetida buca e, infine, felicità pura, il terrazzo sospeso sull’Awash. Pensi di botto che qui vuoi vivere. Questo è il luogo nel quale ti vuoi fermare. Ordini una birra senza alcool, vedi le ragazze che cominciano a trascinare il tuo letto, tessuto con pelle di capra, fin sul terrazzo e non hai più pensieri. Non stacchi lo sguardo dal corso del fiume, dalle nuvole di polvere dei pastori che tornano verso le loro capanne a cupola, ascolti grida e chiacchiere che il deserto amplifica e stai in pace con te stesso. Vi è la delizia di una tregua mentale al Basha Hotel. In cucina c’è eccitazione. La cena diventa affare serio con tutti questi bianchi in giro. Appare una signora dall’aspetto autoritario. Si dirige verso il fuoco e lo alimenta con altra legna. Il gallo, per prudenza, si mette al sicuro sopra un tetto.  

Pastore afar

 

Gente di Aysa’iyta

 

Gente di Aysa’iyta

 

Gente di Aysa’iyta

 

Gente di Aysa’yita

Le tre infermiere

E’ strano questo racconto. Contradditorio. Segue piste sue. Non voglio dirvi dei nostri guai notturni ad Aysa’iyta. Della corsa all’ospedale con Alex che rantolava di dolore per una colica. Abbiamo avuto paura, quella notte. Ci siamo trasformati in medici, infermieri, veterinari, portantini. Abbiamo affrontato siringhe, cessi intasati, fleboclisi. Ma io vorrei parlarvi delle infermiere. Dovete avere un animo leggero per queste pagine. E disposto al perdono. E’ notte fonda, silenzio dell’Africa, animali che frugano fra i rifiuti, tremolio di braci nella piana. E i lamenti di Alex, compagno di viaggio. Prima sono sussurri, poi diventano invocazioni. Sta così male che decidiamo di portarlo all’ospedale. Aysa’iyta nella notte. Strade immobili. Nemmeno un movimento. Il cancello dell’ospedale è aperto, Tessema va a cercare qualcuno. E da un unico materasso di gommapiuma appoggiato sul pavimento di una stanza, si alzano tre donne con occhi pieni di sonno. E allora siamo noi, gli autisti prima di tutto, a svegliarci di colpo. Ci dimentichiamo perfino di Alex e abbiamo pensieri solo per loro. Non è così vero. Scopriamo che questo non è un ospedale. E’ un progetto di qualche cooperazione che ha costruito le mura, dispensato un po’ di lavori e poi se ne è lavata le mani. Sulla carta tutto è perfetto. Immagino l’inaugurazione in pompa magna. E l’orgoglio stanco dell’agenzia internazionale che nei suoi depliant potrà esibire la sua generosità. L’ospedale è un edificio a serpente, una sfiancata cattedrale in una periferia di una città senza forme. Non c’è un solo medico qua. Sono scomparsi i camici bianchi che sventolavano il giorno del passaggio dell’ambasciatore (era venuto fin qua di malavoglia per quella inaugurazione). Ogni tanto, da Addis, spediscono in questa solitudine un giovane appena laureato. Si chiede cosa abbia fatto di male per essere stato mandato fra questi mandriani. Si guarda intorno e se ne va. Le medicine sono accatastate in un deposito privo di luce. Si intuisce il movimento di alcuni topi. Ma ci sono le tre infermiere. Loro sono nate qua attorno. In qualche capanna. Ma, destino ribelle, non sono state dietro alle capre. Che è la sorte quasi inevitabile per le ragazzine nate nei deserti dancali. Hanno studiato. E, a occhio, non devono essere sposate. Visitano Alex con cura. Test della malaria, indagano il suo addome, decidono per una fleboclisi d’urgenza. Sali e zuccheri. Approviamo. C’è un veterinario fra noi. La scena ha i toni della tragedia e della commedia demenziale. Stendiamo Alex su una panca, non ci sono letti. Vado a cercare il guardiano e gli affido il nostro amico. E poi mi perdo anch’io con le infermiere. Siamo tutti attorno a queste ragazze. Insomma, in uno strampalato paese dell’Africa, trenta e passa gradi di notte, un amico ammalato, un ospedale senza letti, senza cessi, senza medici, due autisti neri e due turisti bianchi fanno capannello attorno a tre infermiere vestite di lustrini. Giovani e belle. Abiti con perline. Un velo avvolge il viso rotondo di una delle tre. Seni dritti e grandi. Sorrisi splendenti. Pelle morbida. Occhi che ora trovano scintillii. Il sonno è passato. Questa è una storia da raccontare, pensano. Ve la immaginate questa scena notturna ad Aysa’iyta? Di cosa si parla? Prima si fa i seri, si parla della situazione sanitaria, dei loro studi, del nostro paese. Poi: ‘Assomigli a un attore importante’, dice una delle infermiere. Guarda con interesse. Ride. Esplora. E’ la farmacista. Domanda successiva: ‘Cosa pensate di questo posto. Non c’è niente’. Nessuno risponde. La possibilità di un visto sarebbe ben accolta. ‘Vorrei studiare a Londra’. Ecco, le chiacchiere si impantanano. Si ruota attorno agli squilibri. La notte è dolce, ma le strade si divaricano. Dopo un paio d’ore, Alex si è ripreso, andiamo via. Destino dell’Africa: i bianchi passano, non si rendono conto, fanno intravedere, se ne vanno. Ma qui regnano fatalismi. L’infermiera il suo tentativo lo ha fatto. Adesso torna a letto. Il materasso diviso con le sue amiche. La farmacista riapparirà la mattina dopo al Basha Hotel. Saluta Alex. Si informa. Prova ancora a pilotare le parole verso il sogno di un visto per l’Italia. E’ elegante. Vestita di bianco. In bilico su tacchi alti. Il velo a incorniciare il volto, ma il seno ben tirato ed esibito. Alex le dà retta. Scambio di indirizzi. Un rito. Promesse che non saranno mantenute. La farmacista sposerà un poliziotto, un dipendente pubblico. Forse un cugino. Sarà una buona infermiera. Avrà casa a Semera, la nuova capitale. Se ne va. Strizzata nei suoi pantaloni. Subito si ferma una mobylette. Come se fosse un appuntamento. Il motociclista non dice nulla. La donna sale sulla sella. Afferra la schiena dell’uomo con una mano. Si stringe, quasi si aggrappa alla sua vita priva di muscoli. Le gambe della ragazza sono dallo stesso lato. Un’accelerata. Una piccola sbandata. Via, verso la piazza. Piccole libertà di Aysa’iyta. Un nuvola di polvere. Scompaiono in fondo alla strada. Solo ora mi rendo conto che non ricordo il tuo nome, giovane infermiera. Non ne trovo traccia nei miei quadernetti.

Mercato di Aysa’iyta

 

Mahumud, il mercante di chiodi

 

Mercato di Aysa’iyta

Martedì, giorno di mercato

E’ giorno di mercato ad Aysa’iyta. I nomadi, mercanti del sale del lago Assal, sono arrivati fin dalla notte prima. Ora dormicchiano sui sacchi ai confini del grande spiazzo invaso dalle venditrici. Devono essere afar bianchi, questi nomadi. Io non riuscirei a riconoscerli dagli afar rossi. Ve ne devo raccontare la storia, prima o poi. Vendono sale tritato. Sta dentro sacchi a cilindro lunghi e stretti. Legati con sottili foglie di palma. Una vecchia ha i denti verdi di chat. Protesta contro di me, sputando saliva melmosa. Mercato tranquillo. La donna offre otri ricavate dalla pelle di capra. E’ nervosa. Ci sono cumuli di arance protetti da teli. E’ la plastica cinese a dare colori al mercato: secchi, scatole, catini, scope, ciabatte. Vassoi in smalto. Tutto made in China. Strade dei sarti: si cuce sempre in Africa. Calzolai che incollano suole e fabbricano sandali da copertoni schiantati dal sole e dal tempo. Stoffe indonesiane o pakistane per modellare le futà. Il mercato si disperde in mille rivoli. Occupa una sorta di radura fra le case, passano i dromedari, i teli sui quali sono poggiate le merci si allungano fra le baracche, giovani vendono cd fasulli. Passeggio a lungo. Senza pensieri, senza ricordi. Fingo di parlare con dei vecchi. Compro un rasoio, alcuni chiodi, un braccialetto di conchiglie. Sto lì davanti a una ragazza, avvolta in un velo rosa, che tiene fermo un pollo con le mani. E’ accovacciata sui talloni, un braccio sfiora il viso, la bocca ha un disegno così serio da far trasparire pensieri che non smettono di vorticare. Niente di tutto questo: la giovane donna aspetta che qualcuno le faccia un’offerta per il pollo. Per un po’ rimango seduto di fronte a lei. Alla fine compro delle arance da un uomo che sembra suo padre.

Moschea di Aysa’iyta

 

Ibrahim

 

Moschea di Aysa’iyta

La moschea di Aysa’iyta

L’uomo è in piazza. Seduto. Altri uomini accanto. Lo zucchetto bianco dei musulmani. Il bicchiere del tè per terra. Il cielo ha il colore della lamiera, la notte non vuole scendere. Un ragazzo mi ha accompagnato fin da lui. Mi immagino che sia l’imam. Cerco di spiegarmi. Vorrei visitare la moschea. ‘Sei musulmano?’, chiede senza guardarmi. Incertezza: ‘Sto studiando’. Risposta imbecille. L’uomo mi guarda. Senza alzarsi. Fa capire che va bene. Il ragazzo mi riporta sotto l’ombra del minareto. Mi invita a entrare nella moschea. Una sala dalle pareti imbiancate, stuoie e tappeti, un leggio dove è poggiata una copia del Corano, un vecchio che dorme. Mi siedo. Mi rialzo. Mi piacerebbe inginocchiarmi rivolto verso la nicchia che indica la Mecca. Voglio salire sul minareto. Un guardiano spinge avanti suo figlio. Aprono la porta. Piume di piccione ovunque, fetore di escrementi di uccelli. Salgo i gradini che si attorcigliano. La scala è breve. Il minareto di Aysa’iyta è tozzo, panciuto, dall’aria solida. Solo il balconcino di legno è marcio di anni. Mi affaccio all’apertura. La città è più grande di quanto immaginassi. Il fiume fa una sorta di ansa. Il paesaggio sa di polvere. I cespugli spinosi, le acacie, la cima dei pochi alberi rinsecchiti sembrano chiazze di un Arlecchino in un panorama biancastro. Sono sul minareto. La prima volta che passai di qui era dipinto di celeste. Adesso è verde. Ridiscendo. Esco con lentezza. Un ragazzo si avvicina. Ha l’aria elegante. Camicia bianca, jeans, sandali ai piedi, un quaderno arrotolato in mano. ‘Da dove vieni?’, chiede a bassa voce. Appaiono altri ragazzi. Tutti giovani. Ben vestiti. Qualche bambino si intrufola. ‘Italia’. Annuisce. ‘Cosa pensi dei musulmani?’. Cosa rispondereste voi? Noi, bravi e saggi intellettuali aperti sul mondo, non siamo preparati alle domande più essenziali. ‘Li guardo con attenzione’. Che diavolo vuole dire? Cerco parole in inglese. ‘Mi interessa questo mondo’. Annuisce ancora. ‘Cosa pensi degli Stati Uniti?’. ‘Non mi piace la guerra in Iraq, se è questo che mi stai chiedendo’. ‘Mi chiamo Yusuf’. Strano, il nome è apparso dopo qualche domanda. ‘Penso che dovremmo conoscerci di più fra noi europei e voi africani’. Non sono fiero di me, sto dando risposte come un abbecedario melenso di buone intenzioni. Siamo qui in piedi. Io sono un europeo di mezza età, carico di macchine fotografiche, soddisfatto di essere entrato nella moschea di un posto che mi piace senza che ce ne sia una sola ragione e tu sei uno studentello afar che indossa una camicia bianca invece di essere a badare alle vacche come fanno quasi tutti i tuoi fratelli. Ora mi osserva con curiosità. ‘Sì, credo che potremmo provare a conoscerci meglio’. Non sono sicuro che abbia detto proprio così. ‘Io mi chiamo Andrea’. Ripete il nome. Facciamo qualche passo. Siamo su un piccolo margine. Ma non lo oltrepassiamo. ‘Credi che il tuo paese possa capire la nostra gente?’. Cosa sei, Yusuf? Un piccolo leader politico o stai esercitando il tuo inglese?  Cercavo i nomadi e mi trovo un ragazzo saputello che vuole una qualche risposta. Il margine non si muove. Mi saluta all’improvviso. Senza parole. Allunga la mano. Se ne va. Non ha chiesto un visto, non ha chiesto un indirizzo. Lo guardo mentre, seguito dal gruppetto degli altri ragazzi, volta la schiena e si dirige verso la moschea. L’altoparlante sta chiamando per l’ultima preghiera del giorno. Yusuf sparisce dietro la porta di legno del cortile della moschea. Un cane passa rapido e non mostra alcuna curiosità. Gli uomini si affrettano. Questa sera, contro ogni legge delle terre dei tropici, l’arrivo della notte è stato lento. E’ come se il sole non fosse tramontato. Si accende il lampione che illumina di sghimbescio il minareto. Cerco di tenere con mano ferma la macchina fotografica. Uno scatto. Nella notte di Aysa’yita.

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Un pensiero riguardo “Dancalia Rewind.7/Ne accadono di storie ad Aysa’iyta

  • 8 Marzo 2019 in 16:17
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    mi piace ri-leggerti Andrea, fa sempre un po’ bene e un po’ male, non lascia mai indifferenti

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