Etiopia, un aereo

Aeroporto di Addis Abeba

Gli aerei di Ethiopian Airlines sono stati una delle mie case. Negli anni, decine di voli notturni da Roma verso Addis Abeba. Lo saranno ancora negli anni a venire. L’Etiopia è una delle mie terre, la sua compagnia aerea mi ha aiutato nel mio lavoro. In Etiopia ho conosciuto Paolo Dieci. Molti anni fa. Fu la sua ong, il Cisp, a far muovere i primi passi della mia vecchia guida a quel paese, furono i cooperanti di quell’organizzazione a togliermi dalle secche nelle quali mi ero arenato. Una storia vecchia, eppure così ben presente nella mia memoria e nel mio cuore. Ho un debito di gratitudine verso il Cisp.

Messaggi, telefonate, parole con amici che vorrebbero essere abbracci in una domenica in cui un aereo, quell’aereo, è caduto. Sulla mia pelle, una sensazione che non so raccontare: io conosco le sale di attesa dell’aeroporto di Addis Abeba, so quali corridoi Paolo ha percorso dopo essere sceso dall’aereo notturno da Roma, posso dirvi di cosa hanno parlato quei passeggeri che si sono ritrovati assieme in un aeroporto e in un destino. Conosco, senza conoscerle, Virginia e Maria Pilar. So del loro entusiasmo, bravura, saperi. Conosco i settanta e più anni di Carlo e Gabriella, andavano in Sud Sudan per una speranza, per un futuro. Conosco, senza conoscerle, ognuna delle vittime di quell’aereo. Gli italiani e gli stranieri. Mia figlia ha preso quell’aereo, per le stesse ragioni, con gli stessi desideri di Virginia e Maria. Io ho preso quell’aereo. E continueremo a volare. Continueremo a pensare che non cambieremo il mondo, ma che qualchecosa dobbiamo pur fare. Non si può rimanere immobili, bisogna prendere quegli aerei. O camminare, qui, in Italia.

Leggo uno dei messaggi di Paolo, scritto dopo lo sgombero dei migranti da Castelnuovo di Porto, una delle pagine nere di un governo nero: ‘Dolore assoluto. Assieme ai migranti sta morendo la nostra società. Reagiamo con la forza della ragione e con umanità prima che sia troppo tardi’. Lo immagino mentre sta scrivendo queste parole. Ripetetele ad alta voce, che vi senta chi vi sta vicino: ‘Assieme ai migranti sta morendo la nostra società’.

Scorrete, maledizione, la lista dei passeggeri di quell’aereo. Accade sempre questo dopo un dramma contemporaneo: ricordate l’incendio della Grenfell Tower a Londra? Settantanove vittime in uno stesso grattacielo. Si chiamavano Rania, Marien, Abdul, Marco, Gloria, Nura, Amalahmedin, Zainab, Farah, Anthony, Mohammed…possibile che non si capisca quello che è sotto i nostri occhi? Accadde lo stesso quando ci accorgemmo di chi si trovava nelle Twin Towers in una mattina di settembre di diciotto anni fa.

Trovo insopportabile che Il Giornale titoli ‘Strage della bontà’. Gli uomini e le donne saliti su quell’aereo non erano buoni, erano persone normali che credevano nella possibilità di un mondo migliore, più giusto, più saggio. Erano persone tenaci, capaci di lavorare per gli altri.

Non erano solo italiani, non sapremo mai le storie di Abdul o di Karl, di John o di Kant. Ma io non conosco i nomi di chi è morto nell’aereo caduto sulla collina di Bishofu, pochi chilometri da Addis Abeba (a Bishofu, come in tutto l’altopiano etiopico, i campi erano stati arati, i contadini stanno aspettando la stagione delle piccole piogge), ma so che sono uomini e donne di trentadue paesi diversi ed erano seduti uno accanto all’altro: un marocchino e un israeliano, cinesi vicini a canadesi e a uno slovacco, inglesi che parlavano con francesi e le ragazze italiane che chiacchieravano con qualcuno che parlava spagnolo. Ecco, questo è il mondo. Il mondo che ci è attorno, basta volerlo vedere. Le tragedie, ingiuste, feroci, spesso colpevoli, ci rivelano quelle che non vogliamo vedere: che il mondo è già cambiato. Immagino quell’aereo e so che nessuno di quegli uomini e di quelle donne si sentiva fuori posto. Si vive e si muore assieme. E’ un mondo meticcio, capace di incrociare pelle e lingue, religioni e storie diverse. Ce ne accorgiamo se vengono abbattute le Twin Towers, se brucia un grattacielo-trappola a Londra, se cade un aereo internazionale.

Paolo Dieci mi affidò, alcuni anni fa, un lavoro, il mio ultimo lavoro per la cooperazione internazionale. Non riuscii a portarlo a termine. Ma fu una piccola avventura nel mondo che è stato, ed è ancora, la mia vita. Parlammo di Etiopia. Delle nostre storie. Leggo i nomi degli amici che oggi lo ricordano. Sono storditi, feriti, con addosso un dolore insanabile. So, con certezza, che riprenderanno gli impegni e il lavoro di Paolo, di Virginia, di Carlo, di Gabriella, di Matteo, di Sebastiano, di Rosemary.

So che gli amici di Paolo continueranno a volare.

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