I capelli di Gioconda

I capelli di Gioconda

Il libro ha la copertina celeste. Tendente a un azzurro indefinito, un colore che quasi sfuma. Un uomo e una donna si abbracciano. Non si vedono i loro volti. L’abbraccio ha qualcosa di disperato, come un saluto consapevole di una futura, lunga assenza. Come un addio. L’uomo veste una divisa verde oliva. E’ un militare, un guerrigliero. Il libro è il primo di Gioconda che mi sono trovato per le mani. Il primo che lei ha scritto, quando cominciò a lavorare sulle parole, quando rallentò il tempo della Rivoluzione e pensò a quanto correva sotto la sua pelle. Quando ci furono i giorni per i romanzi e non la fretta lenta della poesia. Fino a quel momento, Gioconda era stata istinto, impulso, abbandono. Aveva quasi quarant’anni. Provò a sedersi, a cercare un ritmo che fosse un blues. Guardò con occhi diversi le acque del lago e, per una volta, non volle scalare vulcani. Raccontò di un albero, di un arancio. Strano, come le sarà venuto in mente una pianta così domestica? Fino a quel giorno avrei giurato che si sarebbe arrampicata su uno di quegli alberi immensi della foresta tropicale, quegli alberi che aveva visto negli anni del río San Juan. No, il suo primo albero fu un arancio abitato.

Non mi piace questo inizio del capitolo dedicato a Gioconda. Ne ho cercati altri, senza trovarli. Per ora mi accontento.

Un altro libro, stesso editore. Le edizioni e/o, Est-Ovest, nei loro primi anni, erano belle e povere. La carta si consumava nelle dita. Quasi si sbriciolava. Formato piccolo e tozzo, assomigliava a un Bignami. La copertina aveva colori da ciclostile. Credo che tutto fosse voluto, ben studiato. Quando ebbi in mano il secondo libo di Gioconda, lei era una donna che camminava verso i cinquant’anni ed era, forse lo è ancora, troppe donne assieme. Meglio: avrebbe potuto essere molte altre donne. E qualcuna di esse lo è stata. Ed è fuggita da loro. A volte si guarda a osservarle e si ‘sente in colpa’. Per la sua felicità rispetto a loro.  Un piccolo atto di presunzione.

Anche nella copertina di questo secondo libro vi è un abbraccio. Non è disperato, è felice, sereno, complice. Lei si mostra, i capelli non possono passare inosservati, la clandestinità era impossibile per Gioconda, e lui è un uomo dall’aria guascona, bello, italiano, norteamericano, forse anche francese, sicuro di sé, affascinante. Un reporter. Una volta chiesi a Carlos se era vero che l’avesse corteggiata recintando a memoria Les Illuminations, lui mi guardò (è ben più alto di me), mosse una mano e disse: ’Aussitôt après que l’idée du Déluge se fut rassise/Un lièvre s’arrêta dans les sainfoins et les clochettes mouvantes et dit sa prière à l’arc-en-ciel à travers la toile de l’araignée’. Non sono sicuro che abbia recitato proprio questi versi, non ci metto le mani sul fuoco. Certamente recitò. Sono andato a vedermi come comincia il poema di Rimbaud e forse sì, Carlos si era tirato dietro il giovane Arthur come trappola per baciarla. Posso capire che Gioconda lo abbia guardato con curiosità e che, da subito, cominciasse a pensare che quest’uomo poteva essere l’ultimo. Com’è che dice? Così: il porto finale delle mie tempeste. Deve essere stata lei a decidere la copertina dell’edizione italiana di Il paese sotto la pelle.

La sedia a dondolo

Ricominciamo: ancora una volta è Salman a dirmi: ‘E’ una poeta di straordinaria bellezza’. Mi raccontò: ‘Una volta, all’epoca del mio viaggio, la ascoltai leggere le sue poesie fra le macerie del Grand Hotel. Capivo che si poteva innamorarsi subito di lei: ‘Rios me atreviasan/montañas horadan mi cuerpo/y la geografia de este pais/va tomando forma en mi. Gioconda ha il corpo del Nicaragua, si arena nelle parole, le cerca, le ribadisce, ricopia, cancella, toglie, scolpisce. Alla fine si arrende. Fa un elenco geografico: mette tutto dentro, i coni vulcanici ‘belli e minacciosi’, i laghi ‘smisurati’, gli alberi ‘dalle cime ribelli e intricate, le nubi, simili ‘alle donne di Rubéns’, i tramonti ‘più belli del mondo’ e i temporali violenti. Se Carlos le recita poeti maledetti, lei gli racconta del río San Juan, dell’epopea inarrestabile dei cercatori d’oro, di notti umide, dei canti notturni di uccelli malinconici, di voli di lucciole. In fondo è semplice: gli alberi, i vulcani, le grandi piogge degli inverni tropicali mettono addosso alla gente la voglia di scrivere. O di ascoltare chi scrive e legge le sue poesie. ‘In Nicaragua crediamo ai poeti’, sentì dire Gioconda al bar l’Equilibrista, giù sulle banchine del porto di Las Luces. E senza il loro piccolo paese i nicaraguensi si sentono perduti come i bambini di Peter Pan: ‘Senza il Nicaragua la mia vena si esaurisce. Ho bisogno dei suoi odori, del vento, della sua energia. La pioggia mi ha aiutato a scrivere poesie’. No, non riesco a seguirti, posso solo ascoltarti, fare il cronista, io non sono nato nella tua terra. Ma anche io l’avverto sulla mia pelle, riconosco il calore dell’aria del tuo paese, mi piace il suo sudore, l’umidità della terra. Io devo scrivere di te, Gioconda, e usarti senza pudore per guardare il Nicaragua. Il paese stordisce, tu stordisci. Se ne accorsero subito i comandanti delle Rivoluzioni. Erano selvatici, si sentivano toccati dalla gloria e nessuno, nessun uomo, è capace di uscire immune dalla leggenda: il potere è la canna del fucile e Gioconda era come una cerva che ti passa davanti mentre sei a caccia. Gli occhi dei capi diventano sangue e pensarono che quella pelle di donna appartenesse a loro per diritto rivoluzionario. Non sapevano con chi avevano a che fare.

Il presidente Ortega se ne invaghì per il tempo di una cena a Cuba, incurante di Rosario, sua moglie, seduta accanto a lui: si mordeva le unghie in continuazione. Henry, allora compagno di Gioconda, era impenetrabile. Il leggendario lider  máximo della rivoluzione panamense, Omar Torrijos, la fece condurre nella sua camera da letto (‘Il generale ti vuole’, le disse una ragazza dalle labbra scarlatte) e le si presentò in pigiama (non ce lo vedo, quest’ufficiale machista in pigiama). Disse parole da scolaretto: ‘Puoi dormire accanto a me. Se non vuoi, non ti toccherò’. Fidel, altro lider máximo, se la divorò con gli occhi: ‘Dove ti hanno tenuta nascosta i sandinisti?’, le disse, e l’arpionò con lo sguardo. Mi piace Gioconda quando scrive che il Comandante sembrava Mosè sul monte Sinai. Un superuomo alla guida di un popolo. A fine serata, una guardia avvicinò Gioconda: ‘Vieni, Fidel ti vuole parlare’. E si ritrovò in una casa disabitata, dall’odore di chiuso e di salsedine. Fidel era più abile di Omar e non azzardò approcci da bullo. Aspettò. Capì che il fascino della sua uniforme non avrebbe fatto cedere quella donna e allora svicolò e si mise a discutere di politica. Al prossimo incontro (‘Ah, la poeta’, si limitò a dire), Gioconda, per lui, aveva perso ogni interesse. ‘Modesto’, Henry Ruiz, uno dei nove comandanti della direzione sandinista dopo la Rivoluzione, era il suo amante nel tumulto della guerra e del trionfo: dopo la vittoria, smise la divisa da guerrigliero e indossò gli abiti mimetici e camaleontici del dirigente. Invece di danzare per la felicità, le disse subito, senza guardarla, che lei sarebbe stata la sua donna, ma non avrebbero vissuto assieme. ‘I miliziani di Somoza trattavano così le loro donne’, si infuriò Gioconda, ma in piazza la gente era ebbra di libertà e allora lei e il comandante si morsero con ferocia disperata proprio sotto il tavolo delle conferenze del tiranno. Managua era un tripudio rivoluzionario. E loro due erano ‘sull’orlo di un precipizio’.

Carlos y Gioconda

So tutto questo perché Gioconda ha sempre fatto uno strip-tease pubblico della sua vita. Ha infranto ogni regola della società nicaraguense. Fin da bambina, a quanto ne so. Ha messo il suo corpo bellissimo in mostra. Ha scopato sulle scrivanie degli uffici, su materassi gettati come invito ed esca ben visibile in una stanza, ha fatto all’amore nelle foreste, su pavimenti di legno e lo ha scritto, lo ha raccontato, lo ha fatto capire anche quando, all’ultimo momento, ha avuto una reticenza, un pudore, un silenzio. Se qualcosa la imbarazzava, lei vi si buttava dentro a capofitto. Per questo Gioconda è una scrittrice. E una sovversiva.

Gioconda si è guardata allo specchio proprio quando le donne smettono di farlo: Esta mujer de pechos en pecho/y caderas anchas que, por mi madre y contra ella,/me gusta ser. Fianchi larghi e petto sodo. So tutto questo, so tutto quello che lei racconta di se stessa mentre sto entrando nella grande sala degli incontri alla Casa de los Tres Mundos, a Granada, la sua città, la città di una solida e pomposa borghesia barocca. Non sapevo che lei fosse lì, ma avrei dovuto immaginarlo. C’è una brezza leggera, le case dei ricchi sono costruite per afferrare ogni refolo di vento (questa era la casa dei Cardenal, in Nicaragua ci si incrocia sempre, non vi sono mai storie parallele, ma intersezioni continue). Non avverto il caldo, sto bene, cammino con leggerezza. Vedo i ventagli agitarsi, le pale dei ventilatori girare su loro stesse. E subito dopo vedo i suoi capelli. Cosa pretendevi dagli uomini-avvoltoi che giravano attorno alla tua carne, Gioconda? Come potevi illuderti che gli uomini del potere, anche se rivoluzionario, soprattutto se rivoluzionario, fossero diversi? La prima volta ti ho visto dietro al tavolo dei poeti, e oggi non saprei ricordarmi nessun altro fra coloro che dovevano essere accanto a te. Capisco le gelosie delle donne e la bramosia degli uomini. Fino a ora ti ho pensato in una città. Ma tu sei la foresta. A settanta anni, sei un bosco aggrovigliato e orgoglioso, un’età quasi perfetta. Al primo sguardo ho pensato a una medusa. Ma poi ho visto la selva sulle sponde del río San Juan e ho capito che i tuoi capelli sono quell’intrico di liane, rami, foglie che sfiorano le acque del più bel fiume del mondo. Avresti dovuto farti fotografare accanto a Sandino (chissà che sguardi avrebbe avuto lui?) e allora i tuoi capelli e il suo cappello ben calcato sarebbero stati il simbolo doppio della Rivoluzione. ‘Magnifica, la lussuria’, ascolto gridare Rimbaud che appare come un fantasma luminoso su un palcoscenico tropicale che non è il suo. Ci sarà pure un punto di incontro fra un bosco inestricabile e il vuoto, altrettanto aggrovigliato, di un deserto di lava. La foresta, i capelli di Gioconda sono lussuriosi. Una volta ho fotografato i suoi capelli vicini a quelli, neri e ricci, un altro intrico, di una fotografa messicana: le due donne, una dietro all’altra, erano una meraviglia, un groviglio, un’anarchia reale. Avevo voglia di toccarvi. Di accarezzarvi.

Rimasi a guardare Gioconda per un tempo lungo. Ora, negli anni della sua tarda giovinezza indossa abiti larghi, comodi, capaci di nascondere un corpo morbido. La pelle del viso non è invecchiata. Questa donna sta in un punto di equilibrio. Vedo la gloria sociale della sua famiglia. E vedo la Rivoluzione. Non si scrolla di dosso nessuna delle donne che è stata e che continua a essere. Il nostro primo incontro fu maldestro. ‘Vengo dall’Italia, sono un giornalista, possiamo vederci?’. Non credo che le sfiorò nemmeno l’idea di concedermi uno sguardo, diciamo che girò il culo e se ne andò, inghiottita da un pulviscolo dei suoi amici: ‘Domani torno a Managua. No, non ho tempo’. Fine dell’incanto. Durò meno di un minuto, era tempo di conoscere Melisandra.

Gli occhi di Gioconda

Melisandra era la donna del fiume. Solo quando la rividi, capii che lei sarebbe stata una delle chiavi di volta di queste pagine. Una guida attraverso la foresta. Lei mi avrebbe fatto intravedere qualche possibilità. ‘Giovane, snella e forte’. Capelli corti, no, non poteva essere Gioconda. Il viso? Sì, ora lo so: intrigante e strano, ‘un po’ uccello e un po’ felino’. Sì, è lei, allora. La vedo che s’incammina, all’alba, le nebbie del fiume, il gioco delle farfalle, la garzetta indifferente, la vedo fuori dalla città. Ne ascolto i racconti di passione, amore, sesso: si erano rincorsi per la piccola stanza. Un gioco che credo fosse abituale. Lei non voleva fuggire. Dopo le risa spaventate, si lasciò catturare, reagì lasciando l’impronta dei suoi denti sulla spalla dell’uomo, aggredì il suo bacino con le gambe, non si capiva più chi stava sequestrando chi. Lui fu capace di slacciarle i pantaloni, lei tirò indietro il corpo ad assecondare i suoi gesti bruschi. Joaquin aveva visto crescere quella donna, ora l’avrebbe vista andare via. Avrebbe potuto essere suo padre. In qualche modo lo era stato. Un amore che era anche un incesto. Una ribellione. La prima. La più forte. L’uomo infilò la testa fra le gambe di Melisandra, lei si fermò come sorpresa da uno stupore. La furia si placò, allentò la presa, tenne le mani sui capelli dell’uomo. Lo accarezzò, voleva essere lei a guidare il tempo dei suoi movimenti. Lui avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, non aprì le mani, semplicemente le dischiuse e l’uccellino che si era poggiato sulla finestra, incurante del trambusto dell’amore, volò via. Con un filo di paglia nel becco. Sì, devo seguire Melisandra, non visto, se solo voglio vedere la città che i poeti non hanno saputo costruire.

Pordenone

Raphael, giornalista norteamericano, usa le stesse armi di Carlos. Tira fuori poesie. Io cosa potrei recitare a memoria in mezzo alla selva? Su una terrazza, in una notte tropicale, luci del paese sull’altra sponda del fiume, puoi provare con  ‘to strive, to seek, to find e not yeld’. Lottare, cercare, trovare e non cedere mai. Azzardo coraggioso ed eccessivo. Come Rimbaud, in fondo, recitato mentre passeggiavate su una strada deserta e mal illuminata di Managua. Raphael non era Joaquin, era Carlos, era ben educato: chiede permesso, ma è già sulla porta, si trincera dietro a un imbarazzo, ma è già oltre la soglia: ‘Posso toccarti?’. Poesia, buio, la cortina scura delle palme come ricamo contro il cielo più chiaro, finestre spalancate, casa di legno, due materassi sul pavimento. ‘Rotolarono per terra come amanti che si ritrovano dopo anni di assenza’. Avidità, tenerezza, gioia. ‘Fecero l’amore in tutti i modi possibili’ e, alla fine, lei lanciò un grido.

A Venezia

Decenni più tardi, i capelli a criniera di Gioconda sorrisero di gusto. A lei piaceva lanciare gridi, farsi trovare dove nessuno l’avrebbe immaginata. Quel giorno in cui mi aveva respinto (beh, ero in una folta schiera di machos mandati a rane, pensai rapidamente) le misero in mano un paio di robuste cesoie. Lei stava guidando una marcia folle e sonora, un carnival poetico, la danza di una folla che ballando coltivava immaginazione. E’ il giorno in cui i poeti, ogni anno convocati a Granada (città davvero che ti attorciglia), lasciano i microfoni e si agitano come ragazzini incuranti del gran caldo. Il carnival poetico è quello che rimane di un sogno. Non è certo poco. I vecchi amici sandinisti si fanno il sangue cattivo e hanno bava alla bocca, quando vedono passare i poeti. Loro non amano i ricordi, la memoria si è cristallizzata in un’epica tronfia e vuota e ora mal tollerano che un corteo di poeti voglia attraversare la città festeggiando, ballando e bevendo birra Toña. Il sindaco aveva ordinato di chiudere la Calzada, la strada della movida di Granada, con delle catene: il carro poetico, tirato da due cavalli neri, non poteva passare di lì. I poeti non esistono più, hanno fatto già perdere troppo tempo. Allora Gioconda afferrò le cesoie, le alzò verso il cielo e, con qualche fatica, tagliò la catena. Chi altro avrebbe potuto farlo? Il presidente Ortega avrebbe visto la foto di Gioconda sul giornale del giorno dopo, un sorriso largo e gli occhi puntati verso l’obiettivo. Il presidente avrebbe cacciato subito il ricordo di quella cena a Cuba in cui cercò vanamente di portarsela a letto. E avrebbe gettato via il giornale.

Gioconda y Carlos

Già, questa è una storia di poesia, di amore e di guerra. Una storia antica. Le parole accerchiano Gioconda. Molti dei poeti che conosco, seduti sulle loro sedie, cominciano a storcere la bocca. Sono accigliati. Ti spiegano con severità: la poesia non s’improvvisa, non è una semplice ispirazione da liceale. Lei scosta i capelli con il gesto di una mano, fra le dita dell’altra c’è una penna, anzi un lapis. Immagino la sera di Managua, minaccia pioggia, cielo in tumulto. Questa volta Gioconda non lascia fuggire le parole, non le guarda come se fossero ‘chicchi di mais’ sgranati da una pannocchia. Questa volta le cattura, non lascia che svaniscano. Le tiene strette mentre in macchina torna a casa dell’agenzia di pubblicità dove ha trovato un lavoro e un amante. Le parole le sono saltate addosso come ‘conigli’, lo hanno sempre fatto, e lei sempre le aveva lasciare andare. Adesso, testarde, si sono aggrappate alle pieghe del suo vestito, si sono infilate nel reggiseno, fra le mutande, impigliate nei capelli. Per essere sicura le ripete di continuo mentre guida in preda a un’ipnosi. Guarda il semaforo che, maledetto, conta per lei gli infiniti secondi che impiegherà a diventare verde. Ha il finestrino aperto, un’imprudenza, ti dicono tutti, a Managua. Entra un insetto, la mano di un ragazzino, lo sguardo di un altro automobilista. Ogni cosa diventa parola. Arriva a casa a passo di marcia, attraversa porte senza aprirle. Siede al suo tavolo, senza salutare nessuno. Sua figlia la guardò scivolare via e rimase a bocca spalancata. Scrisse, scrisse, scrisse. Sei poesie. Si possono scrivere sei poesie di botto? Non so quali fossero, non mi metto in cerca, questo libro è pieno di storie imprecise, imperfette, appena accennate e poi lasciate. E’ un libro che non sa. Ma quelle poesie furono lette, amore, pelle, carne, corpo. Conosco Gioconda, ho imparato a conoscerla. E’ una sovversione gentile, è una tempesta che ti fa sentire terra. Le sue parole provano a graffiare il mondo. I poeti parlano di se stessi. Lei esplora, senza nemmeno sorprendersi, il suo corpo, mentre rilegge si accarezza la spalla. A volte gira la testa e si guarda in uno specchio.

Aspetta le parole per spiegarmi: ‘Non cerco la poesia. E’ lei ad apparire. Senza preavviso. Come in una magia. E’ una tempesta, un fulmine inaspettato, che saetta in un cielo sgombro di nuvole, è un temporale tropicale, sono parole naturali’. Ho un sospetto: c’è qualcosa di vero e qualcosa di troppo vero. Ma, lo ripeto, io non sono nato sotto il sole del Nicaragua. Salman dovette far pensare Gioconda: ‘Tutti poeti e nessuno che scrive un romanzo?’, le chiese. ‘Non c’è mai stato il tempo per i romanzi, il tempo per una poesia c’è anche facendo altre cose’. I due più grandi poeti del Nicaragua si becchettavano di continuo su questa storia: Ernesto Cardenal era un torrente in piena, scriveva su ogni foglietto che gli passava di fronte, trasformava una sfilata di negozi di pneumatici in un poema. Carlo Martínez Rivas, il più audace, il più grande, il suo eterno rivale, scolpiva i versi in anni e anni di riscrittura.

Festival Dedica

Tenete presente: è il Nicaragua degli anni ’70 del secolo scorso. Una giovane donna manda all’aria le regole non scritte della sua famiglia, della sua società. La niña bien aveva mangiato la mela, divelto senza saperlo recinti, era inciampata in un campo minato, il primo della sua vita, e, rialzandosi, aveva riso in faccia allo scampato pericolo. Il sesso avrebbe condotto alla Rivoluzione. Oppure stavano marciando assieme. E non sono nemmeno sorpreso da Pablo Antonio Cuadra, l’algido PAC, il direttore del Supplemento Letterario: non era difficile arrivarci, più arduo scavalcare il suo esame. Era un re indigeno. Alto e curvo, un hidalgo dagli occhiali spessi, il poeta più famoso di quegli anni. Lo abbiamo già incontrato: volava come un fantasma fra i giovani poeti scandalosi del caffè La India. Lo veneravano e lo temevano. Fu PAC a leggere le poesie di Gioconda. Credo sul serio che abbia solo detto: ‘Mi piacerebbe pubblicarle’. Quindi: gli piacevano. A quel principe altero piacevano quelle poesie! PAC era cattolico, conservatore, clericale. Un baciapile, insomma. Non avrebbe mai nascosto la sua ostilità per i sandinisti, nemmeno nei giorni del trionfo della Rivoluzione. Ma non nascondeva nemmeno il suo disprezzo per Somoza. Era stato in carcere. Forse sapeva leggere gli uomini, PAC. Sicuramente seppe leggere Gioconda. E sapeva che l’avrebbe messa nei guai, ma lei nei guai ci avrebbe corso tutta la vita. PAC pensò che li avrebbe attraversati con forza e che le sue parole erano davvero la Rivoluzione, la sola che avrebbe potuto e voluto combattere anche lui. Sapeva di darla in pasto alla gente della sua classe. Mi piacerebbe saper raccontare quella mattina, quel sabato, quando il Supplemento Letterario della Prensa lasciò le rotative e venne consegnato ai ragazzi che lo avrebbero venduto ai semafori: due pagine erano per Gioconda, le sue poesie erano stampate, la donna era uscita dal guscio, chiunque avrebbe potuto leggerle e sapere. E le lessero suo marito, sua madre, sua suocera, le zie, i vicini, le signore che sedevano davanti a lei nei banchi della chiesa, le cameriere del ristorante dove cenava suo padre, i suoi colleghi di affari. Perfino Somoza, credo, sia sobbalzato quando le lesse e chiese chi diavolo fosse quella poeta. Non era preveggente, il tiranno: non capì che si trovava di fronte a un nemico quasi più temibile di chi impugnava un fucile. Il sesso comparve nel mondo delle famiglie per bene del Nicaragua. Fu il tradimento pubblico verso la società. Gli uomini non ci capirono nulla e, naturalmente, non fecero altro che guardarle il culo mentre camminava. Credo che PAC sorrise alla messa della domenica, lui già sapeva. Le sue labbra non lo mostrarono, ma non poteva impedire al suo cuore, invisibile e inaccessibile, di divertirsi a guardare gli sguardi delle donne compunte e scandalizzate. Aveva presentato Gioconda senza enfasi, ma con determinazione: ‘Una nuova voce nella poesia nicaraguense’. Era ora. Poesia e Rivoluzione. Gioconda aveva poco più di vent’anni, un marito malinconico, un amante esuberante e una figlia piccola. E aveva appena conosciuto Camilo. Camilo Ortega, fratello minore di Daniel, futuro presidente del Nicaragua. Camilo le aveva raccontato di Joe Cocker e Jimmy Hendrix. Assieme avevano ascoltato With a little help from my friends e bevuto birra. Camilo non aveva un’auto e Gioconda spesso gli dava un passaggio fino all’Università. Alla fine, Camilo, sandinista, l’arruolò nel Fronte. Poesia e Rivoluzione. Se solo Camilo fosse sopravvissuto… Gioconda fa, con naturalezza, il passaggio del fiume, guada acque che si aprono mentre lei s’incammina: diventa sandinista, lo era già, la poesia non è stato un traghetto verso una nuova vita, ma un approdo, scosso dalle onde, certo, ma era il sentiero umido che bisognava percorrere. Camilo morirà in combattimento appena cinque mesi prima della vittoria della Rivoluzione. Il figlio maschio di Gioconda porta il suo nome.

Incontro Gioconda ogni volta che vado in Nicaragua. Ho sempre temuto, e continuo ad aver paura, di non andarci più. Spero sempre di rivederla, so che l’avrei rivista. Ci siamo salutati con un sorriso, non credo che mi abbia riconosciuto. Abbiamo più volte pranzato allo stesso tavolo, ma sono sempre stato in silenzio. Ho parlato di più con suo marito, con Carlos. Io mi sforzavo di parlare in spagnolo e lui usava l’italiano. Una sera lo vidi perdere la testa, danzava attorcigliandosi a un palo di metallo come una danzatrice di lap-dance: nessuno se ne stupiva. Gioconda, quando erano seduti uno accanto all’altro, gli accarezzava spesso una mano. Un ragazzo di stracci si avvicinò con la sua aria spavalda, le mise sotto gli occhi una cavalletta di filo di paglia e per un po’ si sedette accanto a lei e Carlos. Loro non mossero un dito.

Parole per Pordenone

‘Sai che non ricordo cosa dissi quando giurai la mia fedeltà al Fronte Sandinista, ma fu molto epico’. Vediamo la scena: un parco a poca distanza dal lago di Managua, il parque Piedracitas, un albero immenso dalla chioma a ombrello, un chilamate, un intrico di liane che ricordano i capelli di Gioconda, una macchina parcheggiata alla sua ombra. Fa caldo, è mezzogiorno, quasi non si respira nell’auto, ma le due donne, sedute sui sedili anteriori, non possono tirare giù i finestrini. Troppo pericoloso. Non so se lessero la formula del giuramento da un foglietto o se Leana conoscesse a memoria le parole. Leana Nuñez era il contatto di Gioconda nella catena clandestina del Fronte. Una donna piccola, minuta, dall’aria fragile. E con una pancia enorme. Erano entrambe incinte, non so come riuscissero a stare dentro quella macchina. Gioconda sorride: ‘I figli che dovevano ancora nascere furono i miei testimoni’. Si presero sul serio, fu un momento d’onore e fedeltà: ‘Giuro davanti alla Patria e alla Storia’. E anche davanti al Che Guevara. Gioconda pronunciò la formula in fretta. Non ebbe incertezze, ma non credo che le piaccia la retorica di quelle parole. Un giuramento è come un inno nazionale: alla fine dici cose che mai ti verrebbero in mente e il cuore, suo malgrado, si emoziona. Leana e Gioconda si abbracciarono premendo le loro pance una contro l’altra. Un uomo con una camicia bianca e una trombetta in mano si avvicinò e rimase a guardarle con qualche stupore. Avrebbe voluto vendere un gelato alle due donne. Non capiva perché tenessero i finestrini chiusi con quel caldo.

Leana non ha mai lasciato il Fronte. Fedele a Ortega, fedele al marito, il compagno Martin, presidente dell’Assemblea Nazionale quando venne cancellata ogni opposizione. Leana non se ne è andata con il naufragio della Rivoluzione, con la sua svendita al mercato del realismo, è rimasta anche quando i poeti furono cacciati a pedate da chi non credeva più che il mondo potesse essere un sogno. Che destino bastardo: le due donne, sedute in quella macchina, sapevano che avrebbero potuto essere uccise ogni giorno, potevano sparire da un momento all’altro. Erano gli eroi normali di una Rivoluzione impossibile. A loro non importava, facevano quello che pensavano fosse giusto fare. Venti anni dopo quel giuramento, Gioconda e Leana si ritrovarono su una sponda opposta. Gli uomini di quella lotta ora cambiano marciapiede quando si sfiorano per le strade. Non si guardano negli occhi. Non si salutano. Chissà se Gioconda e Leana si sono mai incontrate negli ultimi tempi. Quei figli presenti al parque Piedracitas ora sono grandi. Martin, il marito di Leana ha avuto funerali di stato e, per paradosso, leggo che è rimasto presidente dell’Assemblea anche da morto: nemmeno Miguel Ángel Asturias sarebbe stato capace di inventare una storia così.

Chi glielo racconta a chi è morto nella Rivoluzione? Ora non muoiono più i compagni, muoiono gli amici, i nemici e coloro che non sono più amici. Tutti noi ora abbiamo l’età per morire. E venti anni dopo il giuramento, Gioconda, poeta e scrittrice applaudita in mezzo mondo, rinuncia. Se ne va, dà le dimissioni e quando comincia a scrivere questa poesia non sa che è una lettera di dimissioni, non sa che è un addio straziante. Giocanda non sa quasi mai cosa accadrà dopo mentre scrive le prime parole: scrisse cinque pagine, raccontò la sua vita quotidiana, le rilesse e si accorse che il suo primo romanzo stava nascendo, era già nato. Ancora una volta, le parole, la scrittura, un foglio che con lenta velocità si riempie, sono la sua resistenza, la sua Rivoluzione, la sua forza. Nel 1990, il Fronte Sandinista aveva perso le elezioni, Gioconda era stata preveggente, da tempo avvertiva gli scricchiolii del sogno, ne era spaventata. La Rivoluzione ‘irriverente, magnanima, diversa’ si era sfilacciata fino a sbriciolarsi: e un giorno il popolo rifiutò i sandinisti, Gioconda era già ‘destituita’ dai suoi incarichi, una donna ‘polemica e difficile’ non serviva a chi pensava di essere dalla parte di una ragione assoluta. Gioconda se ne va dal paese, non vuole vivere il risveglio violento e sgraziato da un’utopia. Vuole ancora stare con i poeti. Vuole scrivere ancora. E si aggrappa alla parola etica. Vuole ancora cambiare il mondo: ‘E’ il mestiere al quale l’umanità si è dedicata da sempre’.

Il ridere di Gioconda

Venti anni dopo quelle parole magniloquenti ripetute in una macchina dai finestrini chiusi in un parco di Managua, Gioconda scrive un’altra poesia. L’ho cercata a lungo in spagnolo, non ho mai avuto il coraggio di chiedergliela. Ne ho trovato solo una traduzione in francese. Mi hanno raccontato che apparve sulle pagine del Nuevo Diario, senza alcuna spiegazione, né presentazione. ‘Vi è del dolore nei miei sogni/quando mi sveglio, vorrei dormire ancora/vorrei dormire giorno dopo giorno/non risvegliarmi/per non vedere i miei compagni/quelli di sempre/che ho tanto amato/come se non fossero più gli stessi/. Questi morti sono la mia famiglia. Il Fronte Sandinista è morto’. E’ questa la sua lettera di dimissioni. Se ne va, Gioconda. Se ne è già andato anche Ernesto Cardenal. Se ne vanno i poeti. ‘Non è importante che questo non interessi a nessuno/solamente a me, ora, qui, scrivo questo piangendo/io so quanto è importante per me scrivere questo/ammettere la morte di un sogno’.  Nessuna reazione ufficiale, nessuna risposta. Il giornale dei sandinisti, Barricada, si limitò ad annunciare che il Fronte si era liberato di alcuni elementi indesiderabili.

‘No, i miei morti, le mie morti non sono state inutili’. Gioconda ha pianto molto, ha riso molto. Ha osato essere loca, falible, tierna y vulnerable,/que se enamora/como alma en pena/

de causas justas, hombres hermosos,/y palabras juguetonas./Porque, de adulta, me atreví a vivir/ la niñez vedada,/e hice el amor sobre escritorios/–en horas de oficina–/y rompí lazos inviolables/y me atreví a gozar/el cuerpo sano y sinuoso/con que los genes de todos mis ancestros/me dotaron’. No, non mi pento di nulla. ‘No me arrepiento de nada’. E se ne va nella piazza di Granada, potrei giurare che si toglie le scarpe, cammina con il suo passo da leonessa e poi si siede al chiosco di una donna e, sola, elegante, quasi compunta, chiede che le portino un vigorón, yucca e chicharrones, avvolti in una foglia di banano. Un cibo da felicità. Mentre aspetta scrive qualcosa su un foglio.

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Chi ha dimestichezza con il Nicaragua e con i libri di Gioconda Belli non ha alcuna difficoltà a capire che io, dopo il primo tentativo, non ho mai avuto il coraggio e la voglia di intervistarla. Non ho fatto il mio mestiere. Mi illudo e penso che mangiare assieme (e assieme a molti altri), vederla coccolare Ernesto Cardenal in un momento difficile della vecchiaia fragile del grande poeta, fosse più importante del gioco sempre fasullo di una intervista. Dopo il primo disastroso tentativo di intervistarla, non volevo entrare nel ruolo del giornalista. Ma forse non avevo nessuna domanda da porle. Questo capitolo è scritto leggendo le innumerevoli e troppo spesso simili interviste di altri colleghi e colleghe. E poi ho letto e riletto, e alla fine copiato due suoi libri: Waslala e Il paese sotto la pelle. La prima volta che li lessi non ci avevo capito poi molto. Mi piacevano e basta. Ora so che sono molto di più di un buon libro.

 

Alcuni episodi, al solito, sono tratti dal delizioso libretto di Salman Rushdie: ‘Il sorriso del giaguaro’.

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