Dancalia Rewind.8/Il coccodrillo e il contrabbandiere

Guadare l’Awash

La strada è un filo teso. Una sorta di argine. Una massicciata che corre verso il confine con Gibuti. La raccolta del cotone è finita. Fiocchi svolazzano nell’aria. Incrociamo un camion carico di sacchi. Vacche che vagano. Pochi villaggi. Questa è la fine confusa dell’Awash, qui il fiume non fa un solo passo in più, ma, fiero delle sue acque, le sparpaglia per gli avvallamenti che annunciano il soprassalto delle montagne che separano l’Etiopia da Gibuti. Questa strada dovrebbe essere una diga. Proteggere i campi di cotone e di cereali. Difendere gli orti dei villaggi. Ma l’acqua è più paziente e testarda della terra. Sa scavare sotto le pietre, sa minare ogni fondamenta. La strada è affondata, è crollata, si è sgretolata, è diventata fango. Il fiume si è aperto una breccia, ha allagato la savana, spezzato un cammino. Passeranno anni prima che si cominci a pensare di ricostruire la strada. Oltre questa frattura, ci sono solo accampamenti isolati, nomadi solitari e bivacchi di contrabbandieri.

Le paludi del fiume Awash si ingrossano a ogni stagione delle piogge. Le sue acque invadono le terre a nord della strada, sommergono le acacie e i pascoli delle vacche. La strada interrotta si è trasformata in una nuova economia. In una strategia di sopravvivenza. E’così che conosco Ismail. Quattro ossi in croce, sembra un Cristo ingobbito, ma i suoi occhi hanno i lampi di un predatore, i suoi calzoncini gialli si vedono da lontano. Ha un vecchio fucile a tracolla e fa il guardiano del guado che ora separa i due capolinea della strada spezzata. Ha costruita una zattera, Ismail: è lui a garantire il passaggio delle merci da una sponda all’altra. Due ragazzini aiutano le carovane che devono passare queste acque. I dromedari non amano guadare i fiumi. Allora bisogna scaricare la loro gobba. Sistemare le merci (sale, granaglie, elettronica, riso, televisori….) sulla chiatta di paglia e spingerla in quell’acqua fangosa. Un filo ne indirizza la breve rotta. Ismail e i ragazzi hanno un lavoro precario. Da qui passano i contrabbandieri che risalgono da Gibuti verso l’Etiopia. Vogliono rivendere il loro bottino al mercato di Aysa’iyta.

Interno afar

Una carovana, una decina di dromedari, è sull’altra sponda. Lavoro lento. Le merci sono già a terra. I ragazzi stanno caricando la zattera. Voli di ibis in cerca di cibo. La strada è come un istmo in mezzo alla palude. Il guado è largo non più di cinquanta metri. I carovanieri, due contrabbandieri magri e spinosi come un cactus, stanno cercando un passaggio sicuro per i loro animali. Con i piedi e una pertica tastano il terreno sommerso dall’inondazione. Poi cominciano a spingere in acqua i dromedari. Che sembrano rimanere indifferenti. Gli uomini, come i ragazzi, hanno raccolto i loro abiti (la futà, la maglietta, il pugnale) in una sorta di fagotto: se lo mettono sulla testa e scivolano nel fiume. Ismail spiega: ‘Un carico di riso’. Fa dei conti: ‘Lo hanno pagato almeno mille birr. Duecento chili. Lo rivenderanno a dieci birr al chilo’. Un guadagno del cento per cento. Meritati per i giorni di viaggio sotto il sole che scortica lungo le piste che provengono dal lago Assal. Ismail dice di avere 61 anni. Un bianco non potrà mai capire la vera età di un nero. Altri sacchi: zucchero e mais. Niente sale. Merci acquistate in qualche spaccio clandestino (e alla luce del sole) a Gibuti. Forse hanno complici che lavorano al porto che, ogni tanto, trafugano qualche sacco.

Il coccodrillo come scorta

I ragazzi, dopo aver caricato la zattera, camminano dentro al guado. Sono fuori dall’acqua solo con la testa. Avanzano in punta di piedi. Con una mano tengono in equilibro i vestiti, con l’altra non mollano la zattera. Usano il filo teso come una carrucola. E nessuno, né noi, né loro (forse?), si accorge di un tronco che non è tronco. Noi lo scopriremo solo molto tempo dopo. Guardando le foto. Un coccodrillo sorveglia, da pochi metri di distanza, i gesti degli uomini. Non fa un solo movimento, non provoca una sola increspatura, nemmeno un piccolo gorgo. Spuntano gli occhi e il naso. Invisibile a noi, quasi in posa per la macchina fotografica. Si limita a osservare. E’ tranquillo. Non so quando sia scomparso, a un certo punto i ragazzi riemergono dal guado, si asciugano i pantaloncini che non si sono tolti e cominciano a spostare i sacchi. Ora andranno nuovamente ricaricati sui dromedari. Ma, nella tranquillità della stanza dove sto scrivendo, vorrei occuparmi del coccodrillo. Possibile che nessuno lo abbia visto? Che sia stato così indifferente? Che i ragazzi siano stati inconsapevoli? Vorrei tornare lì, riavvolgere la pellicola di questo film, riaccendere le luci su questa scena, incrociare le pupille del coccodrillo che non riescono a non essere feroci. Ingrandisco la foto fino a quando i pixel non la trasformano in un quadro cubista. Quasi mi piace. Sarebbe un buon ricordo: un quadro che non esiste per un coccodrillo che non voleva né farsi vedere, né aveva fame.

E’ la foto che più amo, lui è Mohammed

Torno sulle sponde degli acquitrini dell’Awash. Guardo i carovanieri. Hanno movimenti lenti ma, in realtà, sono velocissimi. Ricaricano gli animali in pochi minuti. Hanno corpi protetti da infiniti gri-gri, talismani sacri, piccoli astucci di pelle con dentro versetti del Corano. L’islam, da queste parti, come altrove, si incrocia con le credenze delle Afriche. Confonde invocazioni, preghiere e giorni di digiuno. Mi sfilano davanti agli occhi dodici sacchi di zucchero. Non dico nulla. Un afar apre il sacco e mi mette nel palmo una manciata di zucchero grezzo. I due uomini, sfuggiti anche loro alla pigrizia del coccodrillo, sono professionisti. Finiscono in meno di un’ora, fanno due chiacchiere e ricominciano il loro cammino senza bussole. Se ne vanno. In questo racconto c’è sempre qualcuno che se ne va. Sono già un puntino sull’orizzonte.

 

Le donne afar

Afar bianchi, afar rossi/2

Chissà se è vero? Gli afar ‘bianchi’ sono quelli del Sud. Di Gibuti. Sono i figli delle sabbie bianche della baia di Tadjoura. Gli afar ‘rossi’, mica necessariamente amici dei ‘bianchi’ (anzi, tutt’altro, così a naso), è la gente dell’entroterra, vivono lontano dal mare e nomadizzano lungo il corso del fiume Awash. Calpestano terre dai riflessi rosso-intenso. Khadir mi guarda con un sorriso incerto. Vorrebbe saperne qualcosa, ma in realtà, a lui, giovane afar, questa storia di ‘rossi’ e di ‘bianchi’ non dice un granchè. Sa che esiste questa divisione, ma non gliene importa nulla. Sa che deve mostrarsi interessato perché così vuole la ‘cortesia’ verso le bizze degli occidentali. Ma lui è cresciuto a antropologiche. Io l’ho trovata in un libro di racconti e mi è piaciuta. Poi ho sfogliato un paio di pagine di un francese pignolo fino alla pedanteria, ma anche lui non è che abbia fatto breccia nelle mie incertezze. Per capire gli afar, bisogna essere afar.

Come sono seri gli afar

‘Asahyammara sono ‘le genti che sono davvero rosse’, ‘Adohyammara sono gli afar ‘davvero bianchi’. Antropologi, eruditi, improvvisati sociologi della solitudine, superbi esploratori, saccenti studiosi coloniali si sono accapigliati attorno a questa classificazione del mondo afar. I rossi sono i ‘nobili’, i bianchi sono i ‘plebei’. No, non è così: gli uni sono diretti discendenti di popoli originari del Corno d’Africa, gli altri hanno antenati arabi. E se, invece, i ‘bianchi’ fossero le ‘genti del levante’, mentre i rossi abitassero il ponente? Lungo le coste del mar Rosso si indossano abiti più chiari, lunghe jallabie bianche, adatte ai climi di fuoco. Chi vive nell’entroterra, invece, ha vesti più scure. Un po’ troppo fragile questa spiegazione. Insomma, alla fine, questa classificazione non è né territoriale, né sociale, né antropologica. Clan afar si sono fatti belle guerre per il controllo del sultanato Awsa e per le fertili terre dell’Awash. Come dire: rossi e bianchi sono due grandi fazioni rivali. Clan afar si sono combattuti in scaramucce continue per almeno due secoli. Ma alla fine si sono mischiati gli uni con gli altri. E chi ha provato a raccontarne le storie ancestrali si è smarrito in un groviglio clanico inestricabile. Khadir si disinteressa di quello che sto dicendo. Alza le spalle. Si scusa: ‘Non ne so niente. E’ una storia vecchia’.

Una volta, un capo afar si mise alla testa dei suoi guerrieri impugnando un piccolo bastone. Era lungo non più di un metro e mezzo e vi aveva legato una treccia di stoffa bicolore. Bianca e rossa. Era il segnale della sfida. Era l’inizio di una razzia, di una battaglia contro clan rivali. Khadir drizza la sua attenzione e si mette a intagliare un bastone. Non trova i due pezzi di stoffa. Rimedia con un fazzoletto rosso con su stampati fiori bianchi. Prova a camminare fra le capanne del piccolo villaggio dove abbiamo cominciato questa discussione. Nessuno lo segue. Allora fa una piroetta su sé stesso. I bambini applaudono. Una donna si ferma e ne approfitta per poggiare a terra la tanica gialla colma di acqua. Khadir allarga le braccia e alza verso il cielo il bastone. Sì, mi piace credere a questa strampalata storia delle terre rosse dell’Awash e della sabbia bianca di Tadjura. Sono le stesse terre e le stesse sabbie che,  per mesi, calpestò Arthur Rimbaud.     

Il mercante e il suo fucile

 

La foto e il kalashnikov

Il capovillaggio è il capo della famiglia. Un uomo magro, la barba brizzolata e ben curata, lo sguardo assente. Come se attendesse il banchetto quotidiano di chat. Capelli crespi. Indossa solo un paio di pantaloncini troppo larghi. In certi momenti la sua pelle afferra un raggio del sole calante e scintilla come una pietra lucida. Ci viene incontro quando scendiamo dall’argine e ci dirigiamo verso un villaggio di burra, le capanne tonde degli afar. Gombodò, si chiama Gombodò questo posto. Non so cosa voglia dire. E’ accerchiato dalle paludi dell’Awash. Le sue burra non seguono alcun criterio, sembrano montate a caso. Sono una decina e sorgono qua e là per la radura. Come un campeggio disordinato e improvvisato. Come se i suoi abitanti dovessero passare qui solo una notte. Le burra sono stuoie gettate su intelaiature di rami piegati a cupola. Il fumo traspira, il fuoco è acceso in ogni capanna. Le vacche dalle lunghe corna sono chiuse dentro zeriba di spine, ruotano su loro stesse brucando ghiotte foglie di canna. Un ragazzo le sorveglia. Adocchia una vacca che solleva la coda e si appresta placidamente a cacare. Lui accorre con fretta rassegnata, allunga la mano, raccoglie la merda che rotola sul suo braccio. Non si sporca il buon cibo delle vacche. Il ragazzo deposita lo sterco verdastro in una piccola piramide di altri detriti animali. Una volta seccato servirà per accendere il fuoco serale.

Capovillaggio

Mohamed Hassan cammina come un airone inquieto. Non sa come interpretare la nostra visita. Khadir lo rassicura. Cosa gli dirà? Che i bianchi sono così: fanno cose senza vere ragioni. Le donne girano al largo. Anche i bambini ci guardano con qualche spavento. Non si avvicinano. Mohamed ci conduce verso un altro argine. ‘Coltiviamo miglio e mais, ma il fiume è più forte di noi’, dice l’uomo. Parla di inondazioni. Di piogge cadute in altre terre: l’Awash raccoglie le loro acque e le trascina fino a qui. Gombodò è un villaggio mobile. ‘Ogni due anni dobbiamo andare da un’altra parte’, spiega Mohamed. L’acqua fa crollare un argine, filtra attraverso il fango, trasporta alberi e marciume e invade la radura del villaggio. Divora i raccolti della famiglia di Mohamed. C’è un escavatore accanto alle capanne. ‘Una volta sono venuti quelli del governo. Hanno smosso un po’ di terra. Hanno lasciato qui quella macchina e ci hanno detto di sorvegliarla’, dice ancora l’uomo. Questa volta agita le mani. Non sono ancora tornati. Sono passati molti mesi. Mohammed si siede di fronte alla sua capanna. Una donna passa più volte davanti a lui. Il capo vuole una fotografia. Sembra che ci siano due poteri in questo villaggio. Devo credere a chi mi ha spiegato che le società afar sono matriarcali? Non capisco. Saranno cinquanta persone in tutto. Ora i bambini si affollano attorno a noi. Ma sono silenziosi. Anche Mohamed non dice più nulla. E’come svuotato di ogni energia. Ha poggiato le braccia sulle ginocchia e le mani penzolano senza forza. C’è una baracca all’ingresso di Gombodò. Costruita con mattoni disseccati e un tetto di lamiera. Dentro ci sta un ragazzo che, da quando siamo qui, non si è spostato di un centimetro. Se ne sta poggiato a una finestra-bancone. Ma, per tutto il tempo passato con Mohamed, giurerei che non ha staccato gli occhi dai nostri passi. Non fa parte del clan. E’ un commerciante. Il suo è un negozio. Roba da non capire per gente come noi: un giovane mercante, dallo sguardo di serpente, si installa in un solitario villaggio famigliare. Villaggio migrante, a sentire Mohamed. Certo, il guado sulle paludi non è lontano, ma quanta gente passerà mai di qui? E un contrabbandiere si ferma a comprare sigarette o detersivo in una botteguccia come questa? Ne avrei cose da chiederti, ragazzo. Chi sei? Come sei arrivato qui? Ma hai occhi di chat, arrossati e umidi e non mi piace il tuo sorriso quando mi avvicino. Frugo con gli occhi nel tuo negozio. Non manca nulla. Ma quante cose potrà mai comprare la famiglia in mezzo alla quale hai deciso di vivere per un po’. Sul tavolo ci sono carte da gioco. Come se la nostra visita avesse interrotto una partita clandestina. La bottiglia di coca-cola è a metà. Il ragazzo cambia posizione, ora ha i gomiti appoggiati al bancone-finestra. Un ragazzino, con una moneta, chiede delle gomme da masticare. Alzo la macchina fotografica. Ecco, spunta un ak-47. Lucido, nero, metallico. Un khalasnikov ben oliato. Con il manico reclinabile. Riabbasso la macchina. Ma il ragazzo voleva solo mettersi in posa. Assume un’aria torva, fa un cenno con il sopracciglio, avvicina la bocca alla canna del fucile. Ha una sua temibile bellezza questa scena. Non cercherò risposta alle mie, inutili domande. Fotografo.

Bastoncino pulisci-denti

Le migrazioni/3

‘Adal’, dice Tessema. ‘Danakil’, risponde Khadir sottovoce. Ecco: la gente dell’altopiano, per secoli, ha chiamato Adal la gente di questi deserti. Khadir, invece, ha ricordi arabi, usa un altro nome. Afar mette d’accordo tutti. Ma è storia contemporanea. Le cronache antiche sono una matassa confusa. Avvolta nelle nebbie. Non se ne scorge né il capo, né la coda. Gli Afar non hanno avuto storici. Come se cronisti e geografi, antropologi e amministratori coloniali avessero voluto ignorarne l’esistenza. Nella grande storia dell’Etiopia quasi non compaiono: eppure, per secoli e secoli, sono stati un vicino pericoloso, una minaccia ai confini orientali dell’altopiano. Il regno di Adal, nel XIV° secolo, controllava territori ‘nei quali non si distingueva l’oriente dall’occidente’. Il Gragn, condottiero musulmano, il guerriero mancino che come uno sparviero affamato volò sopra i territori cristiani dell’altopiano, era figlio di questi bassopiani. Nella grande Etiopia dei negus ottocenteschi, gli Afar erano (e sono tutt’oggi) gli unici abitanti di quelle terre estreme del vasto impero africano.

Niente da fare: vanamente i ricercatori di oggi hanno cercato tracce e frugato nei documenti dell’antichità o del medioevo. Trovano frammenti, accenni, stereotipi, qualche riga ai margini delle grandi vicende della storia etiopica. Poche società africane, anche le più derelitte, hanno subito una negazione culturale così radicale. Gli Afar, popolo delle coste orientali di questo angolo di Africa, sembrano comparsi dal nulla. E del resto, a loro, è sempre stata sufficiente una tradizione orale. Gli Afar sono un miracolo: hanno conservato un’identità forte senza avere chi ne cantasse la storia. La loro economia era, ed è, precaria. Sono allevatori nomadi e seminomadi alle prese con l’ostilità di un clima e di un territorio. La loro crescita demografica è sempre stata modesta. Hanno conquistato, con il tempo, fama di guerrieri: le carovane non volevano attraversare i loro territori temendone la ferocia. Ancor oggi, se ad Addis Abeba dite che siete appena tornati dalla Dancalia, vi guarderanno come un sopravvissuto. Sugli altopiani etiopici si narrano storie incredibili sulla ferocia degli afar. Celebrità quasi immeritata. Non sono certo gente mite, avevano, e hanno, modi bruschi, ma dovevano sopravvivere in una terra aspra e impossibile. Si difendevano dagli intrusi, ecco tutto. I cronisti hanno sempre cercato frasi ad effetto per avere più lettori ed era facile liquidare gli Afar come un popolo bellicoso e crudele. In realtà sono stati capaci di tessere i fili di una società fortemente gerarchizzata, tenuta assieme da tradizioni solide, e, a suo modo, originale.

Negozio

Sono figli del camminare, gli Afar. Dell’andare a piedi. Sono gli eredi di popoli di allevatori che, migliaia e migliaia anni prima della nostra era, si misero in cammino. Erano neri, avevano grandi mandrie di bovini, abitavano fasce di territori che  stavano desertificandosi. Chi ha seguito le loro orme nelle savane, cerca definizioni. Per esclusione: nell’Africa preistorica, loro non sono ‘mediterranei’ e non sono ‘bantù’. Non sono nemmeno ‘semiti’. Arrivano da Nord e seppelliscono i loro morti sotto tumuli giganti. Chi sono? Proto-cuscitici, si rifugia in angolo l’archeoantropologo. Cuscitici del Sud per non confonderli con la gente dei regni neri del Nord Sudan. Non ci sono mica solo gli Afar in questa famiglia, ma anche i Saho, i Bedja, gli Oromo, i Somali, gli Agaw….basta mi sto perdendo. Guardo con occhi affascinati la marcia biblica e lentissima dei mandriani che vogliono lasciarsi alle spalle il deserto. Trogloditi, abitanti delle caverne, e gli Icthyofagi, mangiatori di pesce, erano predecessori degli Afar? Qualche migliaio di anni prima della nostra era, questi proto-afar cominciarono un’immensa migrazione: lasciarono terre che stavano inesorabilmente inaridendosi per cercare, verso Sud, nuovi pascoli. Inseguivano le piogge. Si addentrarono in regioni bantù, costeggiarono il mar Rosso, aggirarono le barriere da vertigini dell’altopiano di Etiopia, si ritrovarono all’imboccatura della Rift Valley. Per secoli rimasero incerti sul da farsi:  proseguire lungo quel canalone che si spingeva ancora più a Sud o rimanere in bilico in una terra di frontiera? Mandarono esploratori verso il cuore dell’Africa nera. Spesso queste pattuglie non tornavano e allora, loro cominciarono a vagare fra le sponde del mar Rosso, gli inquieti vulcani di Gibuti e dell’Eritrea e le vallate fertili del fiume Awash. Si batterono per i pascoli con i bantù. Ma, allo stesso tempo, queste stirpi di pastori mischiarono economie e matrimoni. Si creolizzarono. La società Afar, a sorpresa, si rivelò più solida. Nel loro vagare, mostrarono che i fili dei loro costumi sociali erano stati ben tessuti. Le consuetudini, le leggi del clan si chiamano ‘afarrè. E’ ‘ciò che gli Afar hanno in comune’.

Khadir, immagino, è figlio di questo meticciato fra i migranti del Nord e i bantù del Sud. E lui, a sua volta, quando il suo sguardo cade su una bella ragazza tigrina sta progettando un passo in avanti sulla via della creolizzazione afar.

 

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