Dancalia Rewind.9/La strada verso il lago

Segnali cinesi

Colate di lava, cinesi, acacie impolverate, ruspe giganti, militari con un cordino e Sixty

Quante pagine per avvicinarsi al luogo in cui il racconto ha davvero ragioni per cominciare. Ecco, lasciamo Aysa’ iyta. Via all’alba. Via dalle infermiere, via dai legni corrosi dell’hotel Basha, via dal minareto dipinto di verde. Saluto con uno sguardo, che ha già il sapore della nostalgia, il grande albero sul fiume: ‘Dai buoni frutti a questa gente’. Un prete, bardato da cerimonia, si aggira per le corti dell’albergo: benedice le camere, benedice le ragazze, la gente dell’hotel. Benedice, già che c’è, anche le nostre valigie. Buon segno. Via, andiamo via. Corriamo a ritroso. Non c’è tempo per i pastori, basta con la poesia. Ce ne andiamo come se ne vanno i turisti. Come ladri. Anche se Khadir paga i conti e lascia mance alle ragazze. Un’occhiata, con finta indifferenza, all’ospedale. Non notiamo più l’arco di ingresso alla città. I nostri occhi sono già altrove. Dobbiamo tornare fino all’Assab Road. Siamo tutti silenziosi. Ogni nuova partenza si trascina dietro mutismi di malinconia. Ci vorrebbe un po’ di musica. Niente da fare. Siamo di nuovo al bivio per Assab. Asfaw non fa nemmeno finta di frenare. Va verso oriente. Ma non arriveremo al mare, strada sbarrata. Dai confini e dalle guerre. Niente mar Rosso. E’ un’altra Dancalia, quella.

Accade sulla strada per il lago

Per noi, ora, sono gli ultimi trenta chilometri di asfalto. Nessuno sulla strada. Il cartello che indica la pista di Afdera arriva troppo presto. Non entriamo nemmeno a Serdo, ne sfioriamo la periferia. Serdo ha conosciuto le abitudini peggiori della Dancalia:  nel 1990 (o nel 1970, provate a dar retta a chi scrive guide: ho trovato entrambe le date su libri diversi. Non ho chiesto) un terremoto ha dato un bello scrollone. Cosa ha distrutto? Le case di pietra di poveracci che niente di meglio avevano trovato che insediarsi lungo l’Assab Road dopo anni di siccità.

Cani dal pelo scorbutico rincorrono le ruote delle nostre macchine. Le informazioni utili le leggi quasi sempre dopo: un francese pignolo ha gioiosamente annotato nel suo libretto di viaggio che a Serdo c’è un panettiere solitario che sforna un pane ‘fresco ed eccellente’. Ho scovato il suo libro solo mesi più tardi. Avrebbe cambiato qualcosa saperlo prima? Forse avremmo trovato un alibi per ritardare la vera partenza.

Qui finisce l’asfalto. Questo è un simbolo. Davanti a noi c’è il deserto. ‘La porta del deserto’, scrive, con enfasi secca, lo stesso francese. Non vi è nobiltà, né vi sono trucchi in questo inizio. Solo polvere. Il deserto è inglorioso da queste parti. Meglio che le macchine stiano distanti una dall’altra. Andiamo. Nuvole di polvere. La pista è un’autostrada. Tole ondulèe che fa ballare le balestre. Cerco invano il luogo dove, anni prima, si era spezzato il semiasse del nostro fuoristrada. Il paesaggio è identico. Eppure è stato sconvolto da un terremoto artificiale. Sono passati i caterpillar da queste parti e nessun macigno è rimasto al suo posto. Anni fa mi avevano parlato di un progetto da follia: raggiungere con una strada l’altopiano, a duemila e passa metri di quota, partendo dalle depressioni dancale. Ora ci stanno provando. Soldi e operai cinesi, a giudicare da un cartello lucente. Andiamo. Ci aspettano cento e ottanta chilometri. Chi è già passato di qui qualche anno fa ha ricordi da brividi: non c’era pista, allora, si andava avanti a sobbalzi, spostando massi a forza di braccia. Ora marciamo di lusso. Gli orizzonti si fanno sul serio degni del mito della Dancalia: vulcani spuntano all’orizzonte, colate laviche, rocce basaltiche (mai che sappia riconoscerle dal granito), corsi di wadi popolati di coraggiose acacie che vorrebbero scuotersi di dosso la polvere. Incrociamo i camion del sale. Strada che si affolla: improvvisamente appaiono due gigantesche macchine semoventi, sembrano attrezzature da esplorazioni lunari, le benne si alzano fino al cielo, ruotano come giocattoli, sollevano pietre colossali e le lanciano lontane. Cinesi grassottelli sembrano starci bene in questo caos di pietre. Volete dare un’occhiata al futuro di un deserto inospitale? Benvenuti al cantiere che sta costruendo una strada verso una delle più profonde depressioni terrestri. I cinesi vanno presi sul serio. Non sorridono i manovratori dei caterpillar, non ci salutano, forse nemmeno ci guardano, nemmeno un gesto di stizza rassegnata mentre fotografo. Niente. Indifferenti e muti, spostano sassi. Noi non esistiamo. E credo che a loro non gliene freghi niente di dove sono finiti.

Dopo gli escavatori, i soldati etiopici con un cordino teso fra un lato e l’altro della strada fanno tenerezza. Giovani oromo scaraventati a far da guardia alle pietre. Aspettano che la macchina sia vicina, si fingono incuriositi e sospettosi, poi mollano la corda con un dito e ci lasciano passare. La pista è decente anche là dove i cinesi non sono ancora arrivati.

Autogrill a Sixty, i migliori tibs dell’Etiopia

Sono sorti villaggi lungo la strada. Non ci sono eroi da ricordare in questa terra. Sembra che non ci siano nemmeno generali o martiri. La storia orale non lascia tracce nella toponomastica. Il nome di queste baracche (quante saranno: un centinaio? Il paese è un unico stradone impolverito) apparirà sulle mappe geografiche solo quando se ne accorgerà qualche burocrate di Addis Abeba. Per ora, questa sfilata di edifici sgangherati in legno si chiama Sixty. La gente amhara, gente dell’altopiano scesa da queste parti al seguito dei caterpillar cinesi, non deve avere molta considerazione degli afar. Sixty era un villaggio afar. Si chiamava Guiah. Ci sono le sue tombe sulla collina. Un vecchio si siede e si limita a confermarmi che quello è il vero nome di questo luogo. Ha un gesto di fastidio, mormora qualcosa. Guiah, in lingua afar, vuol dire che ‘questo posto ti è adatto’. Il vecchio sfugge il mio sguardo, un gruppetto di ragazzi dall’aria da bulli ci osserva in silenzio. Non insisto, annoto la spiegazione del vecchio che si rannicchia nell’ombre.

 

Prepare i tibs

Ha un’aria perfino elegante, Guiah-Sixty: non deve essere sorto da tanto, le baracche sono allineate, quasi diritte. Ricostruzione perfetta di un villaggio di C’era una volta il west. Ci vorrebbe una colonna sonora adeguata. Ma nemmeno il vento riesce a far rumore. Si sente il rollio di un generatore. Siamo lontani sessanta chilometri dall’Assab Road. I coloni amhara sanno che chi passa di qui ha voglia fottuta di una birra, bevanda rara in queste terre, e di ‘njera (e dove è mai possibile coltivare il teff fra questi sassi sminuzzati?). Sosta obbligata, dunque. Avamposto di bar e locande. Di drivers hotel. Ragazze si affacciano alla porta. La spallina di una maglietta troppo larga scivola lungo il braccio. Mi piacerebbe essere da queste parti a notte. Per poter intravedere nel buio ombre di uomini e donne trafficare in commerci clandestini. Ci sarà pure un pozzo da queste parti. Per questo i disperati dell’altopiano si sono insediati proprio qui. E’ gente amhara, questa. Figli di contadini dell’altopiano diventati nomadi contemporanei in cerca di sopravvivenze. Gente che cammina verso nuove frontiere. Per vedere se là, terra ignota, si può sperare in un futuro. Miserabile, ma pur sempre un futuro. Questa è terra musulmana ma, nel locale dove noi ci siamo fermati, c’è una cassetta per le elemosine destinata al monastero di san Giorgio su nel Wollo, regione dove cristianesimo e islam vivono gomito a gomito. Ci sarà pure un prete qui attorno. Far-west serio. ‘La ragazze sono tigrine’, garantisce il custode della cassetta. Come a rassicurarci. E ci dice che qui attorno vivono diecimila persone. Dove sarà l’acqua per tutti quanti? ‘Mandiamo le donne al pozzo a prenderla’. Ma la falda sprofonda, le piogge non sono state generose in questi anni. ‘Problems’, mi dice un giovane. Mi siedo su un panca. Gli autisti sono spariti. Sixty è tappa felice per i camionisti del sale. Diventerà una grande città. Allora, forse, qualcuno le troverà un nome. Tigrino, ovviamente.  In terra afar.

 

Tomba afar

Gettare una pietra

‘Puoi fermare?’. Curiosa domanda gentile. Un po’ ipocrita. Asfaw non direbbe mai di no. Un turista va assecondato. Bisogna guidarlo, dissuaderlo dal fare troppe sciocchezze, ma lasciargli la sensazione che sia lui a comandare la spedizione. Sul crinale di una collina, profilo nero contro il cielo, vi è una sorta di costruzione. Attira la mia attenzione. E’ un sobbalzo dell’orizzonte. Un cilindro di pietre. Alto. Da qui, dalla strada, sembra altissimo. Ma sarà un metro e mezzo. Più che un cilindro è un cono spezzato. Una tomba crollata. Khadir si rassegna ad accompagnarmi. Mi dice che un suo vecchio parente fu sepolto a questa maniera. Io so che fino agli anni ’60, nelle aeree desertiche di queste terre, gli Afar continuarono a seppellire i morti sotto tumuli di pietre laviche. La testa orientata verso l’alba. Poi hanno smesso, ma i caduti in combattimento della rivolta afar a Gibuti dei primi anni ’90, furono sepolti come i loro antenati. Ritualità atavica, erano guerrieri morti durante una battaglia.

Tomba afar

Questo, quasi ai bordi della strada, è un grande sepolcro senza nome. Architetti funebri, gli Afar. Dimenticano in fretta chi è sepolto sotto quella tomba, ma continuano a venerarla. Le pietre premono sul corpo del defunto. Alla fine vincono la resistenza, sempre più debole, delle ossa. Che, con il tempo, diventano polvere di lava. A volte, la salma viene deposta sul proprio letto tradizionale. Quel che è certo è che i morti hanno luoghi più belli dei vivi. In Sahara, per secoli, sono stati sepolti sulle sponde di un wadi: ‘Hanno diritto a un bel paesaggio’, mi disse una volta un targhi silenzioso. Qui i familiari vanno a cercare una collina. ‘Deve essere alta a sufficienza per permettere di vedere le terre attorno’, mi avrebbe spiegato mesi dopo un giovane studente afar. E poi disse ancora: ‘E’ il luogo dove un pastore può sedersi per poter sorvegliare il proprio gregge’.

Necropoli di Sixties

Khadir gira attorno al tumulo. Mi spiega, incerto, che, in lingua afar, si chiama waydal. Se volete una spiegazione da giornalista, fasullo antropologo, è facile darvela: tomba di guerriero, questa. O di un uomo che, comunque, è morto in maniera violenta. Meglio se in combattimento, ma può essere anche morto di sete. Dicono gli antropologi che una volta vendicato il caduto (se è stato ucciso in battaglia), la tomba verrà distrutta. Questa è ancora intatta: la famiglia ha rinunciato al prezzo del sangue? Oppure non erano più i tempi e ai figli era sufficiente onorare il padre con un tumulo solenne? Vi salgo sopra. Khadir non dice nulla. Continua a girare e a toccare le pietre.

Orizzonte di cimitero

Sette giorni dura un funerale afar. Rebeyna, si chiama. Le parole che definiscono hanno importanza in questa terra. Tomba si dice dik, ‘ultima dimora’, ma anche ‘casa’. Un sorta di focolare domestico, testimonianza fisica dell’esistenza di un al di là, costruito con cura. Si mangia ai funerali afar: si uccide una vacca, si taglia la gola a qualche capra. Si banchetta in onore del morto. Si tornerà a trovarlo un anno dopo. Questa cerimonia di commemorazione si chiama daa, ‘pietra’. I morti sono più importanti dei vivi. Se era un sultano, un eroe, un capo, oppure se era semplicemente amato dalla gente del posto (non c’è destino per chi sta ai margini, nemmeno nell’altra vita), i viandanti che passano davanti al suo tumulo depongono una pietra (facile) o un rametto di acacia (più difficile).

Raccolgo un sasso. Lo sistemo con cura sul tumulo.

Un giorno di foschia

‘Plumbeo, tristissimo specchio d’acqua’. Per di più ‘salmastro’

La pista migliora nuovamente. Sale leggermente, si inarca fra i sassi, compie due grandi curve. Sembra esitare. Infine corre in linea retta. Come se volesse offrire il miglior panorama possibile. Diventa un balcone dal quale ammirare una improvvisa distesa d’acqua. Niente di imprevisto, il lago è dove deve essere. Paesaggio bicolore. Il cielo è limpido, un azzurro chiaro e lucente, come se fosse appena passato un impossibile temporale. Vulcani nerissimi disegnano un orizzonte con l’abilità di un pittore astratto che conosce alla perfezione l’arte del disegno. Contraddizione: tutti i racconti sulla Dancalia parlano di cieli lividi e biancastri. Oggi waq, antica divinità di questa Africa, vuole smentire queste malelingue. Qui sarei voluto arrivare molti anni fa. Al ‘lago dalla punta lunga’. Il lago Afdera-b. Gli italiani delle colonie lo ribattezzarono con il nome di Giuseppe Maria Giulietti, esploratore ottocentesco che venne a farsi uccidere non lontano da qui in una torrida primavera dancala nel 1881.

Il cielo si specchia

E’ bellissimo, il lago Afdera. Più di un miraggio. E’ uno specchio dal colore indefinibile: questo lago non è blu come un mare, non è bianco come il sale. E’ irreale. I vulcani lo venerano riflettendosi nelle sue acque. Ecco cosa fa, questo lago: riflette il cielo. Ne esalta le strisciate di celeste, ha toni da pittore impressionista, è come se Afdera cercasse di impossessarsi del colore dell’aria. C’è una piccola isola al centro. Schiume bianche, cristalli di sale, si addensano sul bagnasciuga. Da lontano sembrano cumuli di neve. Da vicino fanno un po’ schifo.

Alba sul lago

La strada ruota su sé stessa. Piccole ebrezze. Scendiamo verso il villaggio che è sorto su queste sponde. Sfoglio le pagine della Guida del Touring Club di settanta e passa anni fa. I viaggiatori di quegli anni dovevano avere un umore triste. Come se stessero maledicendo il giorno in cui avevano deciso di inoltrarsi in questi luoghi. Il lago Afdera, vi sta scritto, è un ‘plumbeo, tristissimo specchio d’acqua salmastra, circondato dal nero dei basalti’. Ma i suoi panorami, ammette la guida, sono ‘imponenti’. Altro cronista, un viaggiatore avventuroso degli anni ’90: è certo di essere un esploratore e allora si adegua ai linguaggi dei suoi predecessori e il paesaggio di questa regione non può che essere ‘sconfortante’. Come a indicare che chi viaggia per avventura può andare solo incontro a guai. Mai che si rilassi un secondo. Deve essere in lotta con il mondo. Più torvo degli afar. Pazienza, noi ci godiamo la bellezza di un paesaggio grandioso, la discesa verso il lago è quasi scanzonata, Asfaw si diverte a far derapare la macchina. Un paio di viandanti afar si scansano rapidamente e ci guardano con un sorriso furbo e perplesso. Sette ore di marcia per centottanta chilometri. Fino a qui siamo arrivati.

 

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