Tripoli/Nostalgia di Belgasin

Piazza dell’orologio a Tripoli

Per anni e anni, sono andato a Tripoli. Accadeva molti anni fa. Là lavoravo, là mi piaceva stare. E, ogni volta, fin dalla mia prima visita nella seconda metà del ‘900, andavo a trovare, nella medina, la città vecchia, un piccolo uomo, magro e senza età. Una volta mi confessò di aver compiuto, pochi giorni prima, ottanta anni. Belgasin era il custode della moschea Gurgi, la più bella di Tripoli. La più mistica. Ho sempre visto Belgasin indossare la cravatta, il cappello nero dei tripolini, una giacchetta scura (la penna bic nel taschino) e una camicia chiara. Parlava un italiano dolce e spezzato, memoria di scuole italiane e degli anni della colonia. Apriva la porta, mi riconosceva. Aveva un sorriso timido e mi faceva accomodare in una stanzetta ricolma di ombra. Mi invitava a sedermi sul suo letto e mi offriva un bicchier d’acqua.

Non credo che Belgasin sia ancora vivo. Da tempo. Per età. E, probabilmente, per il dolore di vedere la sua città, la sua terra percorsa da una guerra infinita. Non vado più a Tripoli da otto anni.

 

Belgasin

Quando andavo a trovarlo, Belgasin mi faceva accomodare nella sua stanzetta ricolma di ombra, nascosta dietro la sua moschea. Era come se mi regalasse un momento di pace assoluta. Guardavamo assieme le vecchie foto appese alle pareti ,lui raccontava di tempi lontani.

Allora, nei primi anni Duemila, ogni giorno, apriva la porta verde della moschea e accoglieva, in silenzio e con un sorriso, gruppi di turisti che chiedevano di poterla visitare. La Libia, riammessa nella comunità internazionale, era, a quei tempi, una meta amata dalle agenzie del turismo internazionale.

Per me, la moschea Gurgi è la più bella di Tripoli: piccola, decorata con arabeschi floreali, abbellita da sedici colonne, con un minareto (il più alto della città vecchia) ottagonale. Si trova alle spalle dell’Arco di Marco Aurelio, unico monumento romano di Tripoli: per questo ogni turista che approdava in città bussava alla porta di Belgasin. Lui c’era sempre. Spesso erano decine e decine di persone in una sola volta. La moschea era troppo piccola per accoglierli tutti. Belgasin dirigeva il traffico della gente fra le due porte del cortile interno dell’edificio. Sorvegliava che tutti si togliessero le scarpe e si inchinava leggermente se qualcuno offriva una mancia.

Solo una volta ho visto il vecchio custode cambiare di abito: era Mawled, la festa della nascita del Profeta, il ‘Natale’ musulmano. Allora vidi Belgasin indossare la sua veste lunga bianca. Chiuse la moschea e se ne andò nella zuwiya Sarira, centro di misticismo sufi nel cuore della città vecchia. In piedi su un gradone, ondeggiando lievemente, guardò per ore i fedeli suonare i tamburelli e i piccoli piatti di ottone di una preghiera ipnotica. Nei vicoli della medina i ragazzi facevano esplodere petardi. Noi, unici ‘occidentali’ persi fra la gente in festa, eravamo presi di mira da questi guappi dall’aria spavalda: cercavano di far scoppiare quegli ordigni rumorosi fra le nostre gambe. Poi scappavano ridendo. Belgasin, ogni volta, li redarguiva con un gesto e loro, per un attimo, si mostravano pentiti.

Com’era bella, Tripoli. Con quella sua aria mediterranea. Con il vento del mare che, perfino in estate, raffrescava l’aria. I tripolini passavano le sere a godersela nei giardini di fronte a quella che allora si chiamava piazza Verde.

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.