Dancalia Rewind.10/Che ci facevano un garibaldino, un sellaio, un falegname e undici marinai in Dancalia (senza contare due abissini e un sudanese)

Il lago

Ci sono andati a morire, ecco cosa ci facevano Giuseppe Maria Giulietti, il sellaio Giuseppe Pisani, il mastro falegname Emanuele Risso, undici marinai dell’Ettore Fieramosca, nave varata dai cantieri borbonici ai tempi dei regni napoletani, un interprete sudanese e due abissini che nemmeno la dignità di un nome hanno poi avuto. Quelli erano i tempi: a diciotto anni, il giovane Giulietti se ne era andato a combattere con i Volontari di Garibaldi a Vezza d’Oglio. Era il 1866 e si era già alla Terza Guerra di Indipendenza. Poi questo ragazzo senza quiete, non si era stancato di armi e avventure. Era uno tosto e duro e, forse per questo, i paesani di Casteggio lo avevano soprannominato ‘pinolo’. 

Giuseppe Maria

A Giulietti, tipo di fuoco, non bastavano gli irraggiungibili orizzonti della pianura padana.  Prova a sposarsi, va a vivere a Genova, ma nemmeno un figlio (la moglie muore giovanissima) riesce a fermarlo: l’Italia, conquistata la sua di libertà, ha una gran voglia di colonie, di togliere libertà ad altri popoli. E’ in ritardo, il nuovo regno italiano: è rimasto fuori dai giochi nel vorticoso ‘scramble for Africa’ in cui, dietro i paraventi delle società geografiche, si agitavano le grandi capitali europee, ma qualche chiazza bianca (leggi: terre dove non erano ancora arrivati inglesi, francesi e tedeschi) sulle mappe del continente c’era ancora. Là, nel Corno d’Africa, ad esempio (a nessuno interessava che là ci fosse uno stato africano indipendente, l’Etiopia). Giulietti, con i suoi gradi di caporale e con l’ambizione di avere glorie e fare affari, ci va. Dicono che sul ponte della nave Rapido leggesse  e rileggesse una lettera dell’esploratore De Albertis: ‘Morire non si muore che una volta e vale meglio morire sul campo della gloria che vivere stupidamente come si fa nelle grandi città’. Vangelo di onnipotenza per questo giovane esuberante e violento.

Mi offriva sandali…

Inquieto, ambizioso, spregiudicato, sprezzante, assetato di avventura, Giulietti sarà destinato a trasformarsi in uno dei simboli coloniali del fascismo. Non è uomo da ascoltare consigli, non ama la prudenza, è testardo come una pigna: ha i soldi della Società Geografica Italiana e vuole aprirsi una strada dal porto di Assab (porto, insomma: 160 abitanti nel 1881, undici italiani, un indiano, 55 arabi e 93 dancali) verso l’interno. Vuole attraversare i deserti della Dancalia meridionale e risalire fino all’altopiano etiopico. Nessuno riesce a fargli cambiare idea, lo scortano i marinai del Fieramosca, dal suo paese lo ha seguito il sellaio Pisani,  si arma di fucili Vetterli (un monocolpo) e di revolver. Tratta con disprezzo i sultani locali. Le notizie in Dancalia circolano veloci: la spedizione Giulietti è malvista. Mettetevi dal punto di vista degli Afar: cosa pensare di un gruppo di uomini armati che se ne entrano in territori contesi da clan, potenze straniere e sultani? Pensateci: come avrebbe reagito l’esercito italiano se guerrieri africani fossero sbarcati con le loro lance sulle coste siciliane?

Il campo alle pozze di Afdera

Ai primi di maggio del 1881, Giulietti e i marinai, orgogliosi di sfidare ogni pericolo, si spingono nell’interno della Dancalia, ma il loro viaggio non durerà che ventitre giorni: a ogni passo si lasciano alle spalle una traccia di sospetti e di arroganze. Sono una preda che non può essere lasciata scappare: gli afar non possono correre il rischio che i bianchi imparino i percorsi delle piste che attraversano le loro terre. E, poi, magari nelle casse della spedizione ci possono essere tesori da spartirsi. La sorte degli italiani è segnata il giorno stesso in cui muovono i primi passi nel deserto di lava.  Giulietti non ascolta i consigli delle guide, non prende precauzioni, non protegge i suoi accampamenti notturni: è sicuro di sé come ogni condottiero, è stolto come il generale Custer. L’ultimo bivacco dei marinai, diventati imprudenti predoni del deserto, è assalito di notte da chi nel deserto di lava sa vivere. I fucili sono stati lasciati lontani dai giacigli. E i revolver valgono ben poco contro la furia degli aggressori. Nessun  superstite. E’ un eccidio. Il falegname Risso e il povero interprete (dormivano distanti dall’accampamento) riescono a fuggire, ma, inseguiti, non hanno scampo. L’esploratore Antonio Cecchi, in quella primavera si trovava alla corte di Menelik, scrive ‘L’Africa selvaggia aveva ancora chiesto all’Italia nuove vittime generose’. Già, quelli erano i tempi. Chi sono i selvaggi? Chi, i generosi?

Alba sul lago

 

Dov’era arrivata la spedizione di Giulietti? Dove era avvenuto il massacro? Solo ipotesi per 48 anni. Sarà un altro italiano, Raimondo Franchetti, l’ ultimo esploratore italiano di quest’Africa, a ritrovare, mezzo secolo dopo, le ossa del garibaldino e dei marinai (ancora una volta nessuna memoria dei due abissini e del sudanese). Un vecchio capo dancalo (aveva partecipato all’aggressione? Possibile che fosse ancora vivo? Si chiamava Hussein Alì) si convinse, in cambio di armi e denaro, a vendere a Franchetti le informazioni sul luogo dell’agguato a Giulietti. Hussein Alì si guardò bene da accompagnare gli italiani ai tumuli di pietra che nascondevano ciò che rimaneva del garibaldino e dei marinai. Toccherà ad Ibrahim, una guida dancala, condurre, grazie alle indicazioni di Hussein,  Franchetti al luogo dell’eccidio, una località conosciuta come Egreri, nella regione del Terù. Gli italiani rimossero le pietre: le ossa dei marinai si sbriciolarono, solo i denti erano ancora ‘intatti’ e ‘sani’. Onori militari. Venne scolpita una lapide. I resti raccolti in un telo di cotone. Ibrahim ebbe una paura improvvisa. Con ragione: aveva tradito un segreto tribale, abbandonò gli italiani, cercò di nascondersi nel deserto, approfittò della notte per tentare di tornare al suo villaggio. Tutto inutile: venne ucciso come un cane e per lui non ci saranno monumenti.  

Quando si coglieva la duma

Dimenticavo: Franchetti aveva già deciso di cambiare la toponomastica di quel deserto. Afdera, il lago ‘della punta lunga’ divenne, nelle carte coloniali, il lago ‘Giulietti’. Ma siamo onesti con il barone Raimondo Franchetti: chiamò Afdera la sua quarta figlia, nome che dovette impressionare Henry Fonda che decise di sposare quella donna bellissima. Mi piace immaginare che l’attore, un giorno, abbia accompagnato la moglie sulle sponde di quel lago degno di una geografia fantastica. Ma temo che non gli sia nemmeno passato per la testa. Il matrimonio non durò che pochi anni. Sono quasi certo, però, che Henry Fonda si ispirò al celebre suocero per interpretare l’altezzosa cattiveria di Frank in ‘C’era una volta il West’. Film che, in fondo, racconta della Dancalia.  Questo film mi torna in testa di continuo mentre me ne sto, senza fare niente, seduto  al saloon dell’albergo.

Le pompe per il sale

Che pensare del barone?

Devo ammetterlo: so di aver mille pregiudizi. Il più grave, agli occhi dei vecchi colonialisti è che non mi piacciono gli esploratori. Mi sembrano arroganti più che coraggiosi, vanitosi più che audaci, invidiosi più che ardimentosi. Bottego era un autentico delinquente. Come Stanley. Mai che ce ne fosse uno generoso e prudente. Passavano il loro tempo a dire peste e corna dei rivali. Era gente che pensava solo a se stessa e che si faceva strada a fucilate (troppo facile, riesce a tutti. O quasi). Gli africani erano solo un ostacolo lungo il cammino per arrivare a sorgenti, laghi o cascate che la gente del posto, in fondo, ben conosceva. Non c’è mai niente davvero da scoprire, è sempre questione di punti di vista. Arrivavano gli esploratori e cambiavano anche i nomi a quei luoghi. Giulietti era uno che prendeva a scudisciate in faccia chi non era d’accordo con lui. Non credo che Raimondo Franchetti, con quella sua aria sorniona e fuori dalle righe, fosse molto diverso, ma, Dio mi perdoni, mi appare come un esploratore futurista, un marinettiano a cui piaceva infilarsi nei guai in Africa o dovunque ci fosse da viaggiare per terre considerate selvagge. Era uno pericoloso, straricco e quindi convinto che con il denaro tutto si potesse, ma per lo meno non era un torvo militarista (non era nemmeno iscritto al partito fascista, anche se ci iscrisse tutta la sua famiglia e fece firmare le tessere al Mussolini in persona), né sembrava poi prendersi molto sul serio come esploratore (infatti non è che scoprì un granchè). Era un nobile veneziano, grande proprietario terriero, con la passione per l’andarsene in luoghi esotici. A lui piaceva sorprendere, piaceva la gloria e la fama. Amava quel pubblico salottiero che andava alle sue conferenze ogni volta che tornava da un viaggio. Aveva i soldi per farlo: tirò fuori tre milioni di lire di tasca sua per finanziare la spedizione in Dancalia. Era uno che lasciò scritto ai figli: ‘Viaggiate, state più che potete vicino alla natura, al contatto del sole e della luce’. Va bene, so di scrivere una sciocchezza per come sono fatto io, ma Franchetti, in qualche modo, mi sta simpatico: forse perché ha chiamato i figli Simba, Lorian, Nanucki e Afdera. E’ vero, doveva pur un risarcimento per aver cambiato anche lui il nome a quel bel lago salato verso il quale noi ora stiamo rotolando, ma, insomma, una buona dose di ironia doveva pur averla. Oppure voleva solo stupire e farsi notare. Aveva un ruolo da interpretare e difendere.  Un’altra ragione futile è che era un veneziano nato a Firenze e questo mi piace per storia personale: io sono un fiorentino che a volte sogna di essere nato a Venezia. Mi fermo qui. Perché, in realtà, mi fido dello storico Angelo Del Boca che definisce ‘la politica’ di Franchetti ‘spericolata e brutale’. Franchetti, in qualche modo, soggiogò anche Mussolini: al duce piaceva quell’uomo che lo trattava senza deferenze: che fosse lui, impaziente e senza freni, a essere ‘l’uomo nuovo’ che il dittatore italiano, al potere da pochi anni, disperava di riuscire a creare? Mi fermo per davvero. Sto scendendo verso il lago Afdera che, nessuno qui, per fortuna, oggi chiamerebbe Giulietti e a me interessa il Franchetti che, settanta anni prima di me, se ne è andò in giro per la Dancalia.

Il sale

Come quasi tutti i veri ricchi, il barone Franchetti conosce il valore del denaro. Spende, è vero, i suoi milioni, ma poi tratta miserie di spiccioli per cammellieri, guide, inservienti vari. Le cavallette devastano i pascoli dei dancali e il barone ne approfitta per ingaggiare uomini per una manciata ridicola di talleri. E’ sicuro di adulare ‘indigeni’ e ‘capi’ con i suoi doni. La burocrazia coloniale non lo sopporta. Cerca di intralciare in ogni modo la sua mpresa. Fianchetti ci mette quasi cinque mesi a far muovere la sua spedizione dal campo base di Gaharrè, luogo sugli incerti confini (da queste parti i confini sono sempre incerti, altrimenti come si fa a farsi le guerre) fra la colonia Eritrea e l’impero etiopico. Si muove come un esercito la spedizione del barone: dieci bianchi (con dieci litri di acqua al giorno a testa), cento e undici ascari (per loro possono bastare cinque litri), trentatre cammellieri, sette guide e corrieri, cento cammelli, sedici muli, centoventicinque carabine e una mitragliatrice. Avanguardie (con Franchetti in testa), retroguardie, protezioni sui fianchi. Se ne va spedita e orgogliosa, la spedizione. Appena sedici giorni, dal 3 al 19 marzo per arrivare a quel lago ancora avvolto nel mistero.  Franchetti sa bene che al lago Afdera erano già passati altri esploratori italiani (Vinassa de Regny e Cavagnari vi erano arrivati ben nove anni prima e da qui era passato anche il gruppetto stracciato di Ludovico Nesbitt che se ne andava da sud a nord della Dancalia), ma lui ci tiene ad avere glorie per sé e, quindi, nelle sue memorie sorvola, con fragorosa reticenza, su chi lo aveva preceduto.

Visite al campo

Era certamente un figlio di buona donna, il barone, ma era anche un passionale e per lui, come per noi, quel lago è una meraviglia, una visione, un miraggio. Scrive (scrive? Gran parte del libro-diario sulla sua spedizione lo ha scritto il saggio Alberto Pollera, ingaggiato con un buon stipendio come vicecomandante di quella marcia e ghost-writer) che il lago è ‘una bellissima distesa di acque lucenti, di color verde azzurro, circondato da rive qua e là verdeggianti’. E’ magnifico, il lago. Altro che plumbeo. Adesso fermatevi: se siete arrivati anche voi al lago, ci troverete un paesaggio di sale, una città scassata,  centinaia di amhara e tigrini, gente dell’altopiano, a rovinarsi la vita nelle saline,  perfino un albergo con docce (si fa per dire) calde (il sole non manca).

La notte della luna

Franchetti, invece, ci scovò solo  ‘una piccola famiglia di dancali’ con una misera mandria di capre. Vivevano in un ‘ricovero di sassi coperto di stuoie’. Il barone riserva sorprese: in Dancalia, a dorso di cammello, si è portato dietro perfino un barca (per due persone, in tela cerata, armatura in legno). E’ matto davvero. Matto previdente: altrimenti come avrebbe potuto navigare sulle acque salate del lago? Là, in mezzo, ci sta un isolotto e come si fa a lasciarlo inesplorato? Franchetti si trasforma in ammiraglio, fa pagaiare un ‘indigeno’ nato sul mare (nessun dancalo del deserto aveva voglia di andarsene in giro sopra l’acqua) e se ne va a fare il giro dell’isola. Scompare alla vista dei suoi amici per qualche ora. Ricompare. Torna a riva e fa il misterioso: ‘Non mi domandate quello che ho visto’ e fa capire che non c’era un bel niente. Bisogna darti retta, barone? Ascoltate questa storia. In fondo la racconta lo stesso Franchetti.

Il vulcano dell’altra sponda

Il lago e la figlia del re

Merito di Franchetti (o di Pollera?). Che, una volta tanto, hanno saputo ascoltare una storia. Raccontata da un capo locale (mai che si ricordi il nome di un indigeno). Possibile che anche nell’Africa più inaccessibile ogni lago nasconda una favola? I laghi, poi, conservano sempre leggende. Sì, gli uomini e i luoghi, in fondo, sono davvero tutti uguali. Dal nord al sud del mondo. Dalle foreste ai deserti, dalle valli alpine alle fosse dancale. Naturalmente anche questa terra, così arida, ricoperta di macigni di lava, era, un tempo, fertile e generosa. Abitata da pastori che pascolavano le greggi all’ombra di grandi alberi. Questi uomini custodivano un segreto: c’era un pozzo al centro della loro valle, una pietra ne copriva l’apertura e un angelo divino aveva proibito di sollevare quel coperchio. Un divieto ha sempre attratto le curiosità. E’ irrefrenabile la tentazione di violare una proibizione. La figlia del re (re? Magari era un sultano. O forse era semplicemente il capovillaggio) non volle dar ascolto a nessuna prudenza. Ordinò che la pietra fosse sollevata e accadde l’inevitabile: si alzò un’immane ondata, i sacrileghi vennero travolti, un maremoto spazzò via villaggio e greggi. Il Dio del deserto non risparmiò nessun abitante della regione, il diluvio dancalo non prevedeva nessuna arca di salvezza. Anche il palazzo reale venne sommerso dall’alluvione. Quando le acque si calmarono, in mezzo a un nuovo mare, solo i suoi ruderi rimasero visibili a monito per chi qui avrebbe vissuto nei secoli a venire. Divennero quell’isola che ancora emerge, isolata e solitaria, al centro del secondo bacino del lago. Dicono che là ci sia un tesoro. Ma nessuno, fino alla traversata del barone Franchetti, aveva mai tentato di raggiungerla. Pena una morte certa. Credeteci, lasciate in pace l’isolotto.

Le palme del barone

Sulle sponde del lago, il barone ci passa quasi due settimane. Un bel po’ di tempo per un irrequieto come lui. E infatti non se ne sta fermo. Dopo aver fatto il navigatore, decide di fare l’alpinista. E scala, con reporter al seguito, i 1287 metri dell’antico cratere di Afdera. Le guide dancale cercano di evitarsi questa fatica. Provano a pretendere che, se proprio si deve salire, si debba farlo a piedi scalzi. Il vulcano, per loro, è un luogo sacro. Franchetti non può essere fermato dai tabù locali e non ci pensa nemmeno a togliersi le scarpe: ordina ai suoi ascari di puntare i fucili sui dancali e, così, di notte, si comincia a salire. Avevano ragione le guide: in cima a quella montagna era vissuto un santone, un venerato eremita attratto dal cielo. Quando le piogge si rifiutavano di cadere per mesi e mesi, i dancali di Afdera chiedevano l’intercessione di sheick Humed. Dio lo ascoltava, solo lui poteva convincerlo a perdonare gli uomini dei loro peccati. Il vulcano Afdera merita rispetto. Perché violare un luogo sacro? Perché calpestarlo con suole impure? Perché disturbare il riposo di un marabutto africano? I dancali cercano di rimediare al gesto profano: si sono trascinati dietro una capra, la fanno girare per sette volte attorno alla tomba del santone e infine la sacrificano al suo spirito. Pregano a lungo e poi, con gusto, si mangiano la carne. Franchetti, invece, non resiste alla tentazione di incidere su una pietra i nomi dei componenti di quell’ascensione.  Il reporter filma con dedizione.

Il bagaglio di un operaio del sale

Basta con Franchetti. Non sta mai fermo e io mi sono stancato di stargli dietro. La sua spedizione durerà ancora un paio di mesi. Attorno ad Afdera, se ne va in giro per le distese di lava, corrose dalla sabbia trascinata dal vento. Si spinge fino al laghetto di Arak, magari spera di trovarvi prove della presenza di petrolio.

Sì, lascio il barone alla sua vita spericolata (pericolosa per gli altri: quante sono state le vittime di questa spedizione? Si sospetta che siano state almeno undici fra corrieri, guide ed ascari. Senza contare un paio di combattimenti con bande di razziatori). Franchetti raggiunse l’altopiano etiopico e decise di ritornarsene ad Assab riattraversando la Dancalia da occidente verso oriente. Visto che ha potuto raccontarla, è stata una bella impresa. Sarà in questo viaggio di ritorno che troverà i cumuli di pietra sotto i quali erano stati sepolti Giulietti e i marinai del Fieramosca. Fama e celebrità nell’Italia fascista furono così assicurate. Peccato che Franchetti avesse ancora solo pochi anni di vita davanti: segni del destino, morirà nel 1935 in un misterioso incidente aereo nei cieli egiziani. Stava per tornarsene in Dancalia. Stava tramando per favorire l’aggressione italiana all’Etiopia, per questo, ancor oggi, si parla di sabotaggio (sospetti sugli inglesi, sugli etiopi, su gerarchi fascisti ingelositi dalla gloria del barone). Segni del destino, davvero: il suo rivale nelle esplorazioni dancale, Ludovico Nesbitt, era morto appena due settimane prima in un altro incidente aereo. Coincidenze che si intrecciano fra le lave della Dancalia.

Mani

Dovrei raccontarvi di Nesbitt. Ma ora non ne ho voglia. Spolvero via la storia del passato. Chiudo i libri, tolgo ragnatele dalla mia testa. Mi libero dall’ossessione coloniale. E vado a bermi una birra notturna nel bar della mia stamberga di Afdera. Non c’è più nessuno al bar. Ma le cameriere ciabattano ancora, un ragazzino nero come la pece rovescia gasolio sul pavimento di asfalto e spazza con vigore. Ascolto, come suoni, le voci inintelleggibili degli uomini seduti sulle panche della corte dell’albergo.

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