Nicaragua/’Sandino aveva un sogno e, vi giuro, non era questo’

 

‘Mai avrei immaginato che poco più di un mese dopo aver scritto l’ultima pagina de ‘La Rivoluzione perduta dei poeti’, il Nicaragua, il ‘mio’ Nicaragua, sarebbe saltato per aria. I poeti avevano già perduto la Rivoluzione, lo sapevamo da anni, ma nel paese vi era uno strano equilibrio, la pace era camuffata dietro maschere, e a noi, viaggiatori di poche settimane, bastava, colpevolmente?, la sua bellezza per sognare di essere in un mondo diverso. Bastavano i poeti, anche senza Rivoluzione. Ci bastavano le parole. Non volevamo vedere.

 

 

Mi hanno raccontato di Franco ‘Renfán’ Valdivia, un rapper di Estelì, che cantava: ‘Sandino aveva un sogno/e vi giuro: non era questo’. Renfán è stato ucciso il 20 di aprile del 2018, uno dei primi caduti della Rivoluzione scoppiata appena due giorni prima. E’ accaduto tutto all’improvviso. E’ bastato togliere una pietruzza alla costruzione del potere famigliare di Daniel Ortega e Rosario Murillo, la coppia presidenziale, perché ogni impalcatura crollasse: è bastata l’intenzione di ‘controllare’ Internet; è bastato che andasse a fuoco la foresta tropicale della foresta Indio-Maiz nella indifferenza del governo; è bastato che si minacciasse un taglio alle pensioni perché gli studenti occupassero le strade. Non erano grandi proteste, ma come comincia una Rivoluzione? Il 19 aprile del 2018, dopo le prime manifestazioni a León e a Managua, la polizia ha sparato. Gli assassini, a volte, sono stupidi, oltre che feroci. La prima vittima fu Darwin Urbina, un commesso di un supermercato. Fu la scintilla della rivolta. In pochi mesi saranno centinaia i morti della insurrezione civile del Nicaragua contro l’arroganza di Ortega/Murillo. In pochi mesi, il paese dei poeti è naufragato nel sangue. E, dopo la violenza contro i nuovi muchachos, nipoti dei ragazzi del 1979, è arrivata la vendetta del potere. Il Nicaragua, in questo ultimo anno, è stata una terra dalla quale fuggire. Come ai tempi di Somoza essere giovani è considerato un crimine.

 

 

Scrivo l’ultima pagina di questo libro con il dolore addosso. Per i ragazzi che non ci sono più. Per me. Per le mie, per le nostre speranze di quaranta anni fa. Per quel che credo di essere stato. La parola ‘sandinismo’ non era come ‘comunismo’, non era stata macchiata dalle tirannie della Russia sovietica o dall’orrore dei gulag, adesso non è più così, ‘Sandino aveva un sogno e vi giuro: non era questo’, come posso ancora credere che un ideale sia ancora possibile? Anche in Italia ci hanno rubato le parole: non ho più voglia di usare ‘identità, radici, cambiamento’, parole che ho amato. Che parole posso usare ora?

 

 

Poi penso a un altro storia latinoamericana, penso a Pepe, a Mauricio, a El Ñato. Alla prigionia interminabile dei ragazzi dell’Uruguay. Penso alla loro ‘notte durata dodici anni’. Quella notte fu un inferno. Ma alla fine è arrivata un’alba. C’è sempre un’alba oltre il silenzio. Noi siamo ostinati, i ragazzi sono destinati a risorgere, non dimenticano i compagni caduti, ma risorgono. E la poesia è un grande arma. A volte, solo a volte, le parole possono qualcosa anche contro le armi vere.

 

 

 

 

 

 

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