Dancalia Rewind.11/Far East-Afdera Town

 

La cameriera dell’hotel Haraur

Mi piace la confusione delle ‘fonti’. Il lago Afdera è cento metri sotto il livello del mare. 102 metri, a leggere la Bibbia di Wikipedia. 160 metri a sfogliare altre pagine che non ricordo. 140 metri a scorrere un prezioso dizionario afar. Sicurezza del Gps: 114 metri – se non è sballato l’apparecchio – quando scendo dalla macchina nello spiazzo dell’hotel Afdera. Quel che appare certo è che questa è fra le depressioni più profonde della Terra. Acqua supersalata. Viscida. Imbevibile. Fango minaccioso sulle sue sponde. Racconti ottocenteschi narrano, a conferma delle antiche leggende, di alluvioni improvvise del Lago Afdera. Dicono che, a volte, ondate d’acqua si alzano con violenza e si abbattono sulle pianure di lava annegando capre e uomini. Il lago non è un mare superstite: diecimila anni fa qui, sicuramente, vi erano le acque dell’oceano Indiano, ma Afdera ha le sue sorgenti. Acque termali sgorgano dal centro della terra: non ci crederete, ma sono acque dolci (gli uomini del villaggio, i cavatori del sale, oggi vi si accalcano con le loro taniche di plastica gialla da riempire) ad alimentare uno dei laghi più salati della Terra. Palme stremate si ostinano a crescere sulle sue sponde là dove sale e una coltre di fossili bianchi, gusci calcarei di protostoriche conchiglie, si confondono con la bava delle schiume. Meritano applausi quelle palme. Infine: prendiamo per buono che il doppio bacino del lago sia vasto un centinaio di chilometri, che sia lungo venticinque chilometri, che le sue acque raggiungano temperature di quaranta gradi e che gli avidi businessmen di questo Far-East abbiano calcolato, prezzolando geologi e ingegneri minerari (chi serve per capire quanto sale c’è?), che qui vi siano riserve per 290 milioni di tonnellate di sale.

Un incendio aveva distrutto Afdera Town

E’ che io detesto (e al contempo adocchio con curiosità peccaminosa) le statistiche. E i dati quantitativi. In più: so che annoiano. Se avessi letto Illich, mi dichiarerei d’accordo con lui e vorrei un mondo meno attento ai conti. Per fortuna Asfaw accelera un po’ e mi distrae. Anche lui adesso ha voglia di una birra all’hotel Afdera.

Hotel Hadaur

Afdera Town/Hotel Horaur

L’entrata nel paese di frontiera, avamposto del Far-East etiopico, ci appare trionfale. I cavi della luce rigano il cielo ai margini dei tetti di lamiera: sono garbugli che somigliano ad ali di pipistrello. Cilindri di plastica fanno da depositi di acqua, a volte cicogne fuori rotta li scelgono come nidi regali. Non so come questi bidoni riescano a stare in equilibrio su castelli di pali che sfidano ogni legge della fisica. Gli uomini camminano mano nella mano per le strade ingombre di fango. La città appare schiantata e brulicante. I cattivi e i buoni soppesano i nuovi arrivati, ma le auto svicolano dalla loro vista prima ancora di affacciarsi sulla strada principale. I tagliagole rimettono il loro coltello sotto le pieghe della futà. Ci sarà tempo per i bianchi. Perdonatemi: è che ci sente un po’ avventurieri ad Afdera, una città-bordello come si deve. Le luci delle due discoteche sono già accese. I dj provano musiche da periferia urbana. Roba tosta. Bassi a far vibrare la pancia. Testa che deve vagare. Quentin Tarantino dove sei?

Il pavimento dell’hotel

In realtà, non è trionfale per nulla l’approdo nella nuova città di Afdera. E’ sgangherata e sbilenca. Costruita con assi, legni, lamiere corrose, chiodi arrugginiti. Ogni trave appare sul punto di crollare. Porte e finestre sono semplicemente strappi nelle pareti. E’come se un cantiere africano avesse gettato qui materiali di scarto. Folate di vento scuotono le baracche. La gente chiude gli occhi e aspetta che siano passate. La città cigola come una corda musicale stonata. Come fa a stare in piedi, Afdera? Ancora una volta mi viene in mente Charles Bronson: qui se ne starebbe da Dio con i suoi silenzi. Coloni irlandesi, se mai ce ne fosse ancora qualcuno, sognerebbero di costruirvi una ferrovia del sale (la faranno i cinesi, temo). Ma Afdera non è una scenografia per un film: è vera, esiste. E noi ci stiamo entrando.

Il soffitto dell’hotel Hadaur

In una nuvola di polvere di sale svoltiamo per lo spiazzo dell’hotel. E’ protetto dalla recinzione di un disordinato filo spinato dove si impigliano migliaia di sacchetti di plastica nera. Le nostre auto si mettono in fila indiana. E io sono felice. Strafelice. Questo viaggio ha la consolazione dei ritorni. Il sole e la polvere di sale non hanno corroso i legni dell’hotel Horaur. Temevo che si fosse sbriciolato. E invece sta lì, ‘periferia’ della città, confine delle baracche di Afdera verso il lago. I suoi confini toccano i terrapieni delle saline. E’ rimasto com’era: decrepito per vocazione e progetto. Nemmeno i colori da Arlecchino africano delle sue pareti si sono sbiaditi. Il cielo è stato clemente con questa locanda. I suoi affreschi geometrici sembrano un quadro astratto, disegni di un bambino a cui è stata lasciata piena libertà. Il paesaggio, qui, è in bianco e nero. Sale e vulcani di lava nera. Sale e nuvole. E poi, all’improvviso, c’è questo hotel Horaur: dal colore che oscilla fra il celeste pallido e il verde pisello. Rombi bianchi. Triangoli rossi. Qualche segno ondulato come un serpente. Fatemi conoscere l’artista, merita l’inchino dei viaggiatori. Albergo, e, immagino (punto di vista occidentale), postribolo per i camionisti del sale (a giudicare dalla loro aria soddisfatta), grande sala-televisione, biliardo con il tappetino verde quasi intatto, birre fresche. Un paradiso, ecco che cos’è l’hotel di Afdera. Ne adoro la sua lentezza banditesca. C’è un gazebo (un gazebo?) al centro di uno spiazzo. Dovrebbe essere la corte dell’albergo, un giardino senza un solo filo d’erba. Ci sono perfino stravaganti panchine di cemento colorato. La baracca del bar sta dal lato della strada che conduce dentro il paese. Entro nel salone per primo e mi guardo attorno. Ho un sorriso di ammirazione. Non è cambiato nulla. Questo è un buon posto per sopravvivere. Sono a casa, mi faccio un elenco dell’arredamento: la televisione chiusa dentro una scatola di compensato con due sportelli, panche di legno, sedie di plastica, stuoie alle pareti, tavoli in plastica, qualcuno con le gambe di ferro, bottiglie semivuote sugli scaffali, luce elettrica da Africa, rombo di generatore. Un paio di lampadine arrossano i volti dei bianchi e danno riflessi da spettri alle ombre nere. Penombra. Silenzi degli uomini. Gesti con le mani per afferrare il cibo dalle scodelle. Birre bevute a canna. Qui si dilapidano i miserabili birr guadagnati spalando sale. Qui si aspetta che le temperature siano più clementi per andare a spezzare la crosta salina. Le cameriere oscillano, a mezz’aria, i loro culi tridimensionali, impugnano con due mani la bottiglia destinata a clienti solitari. Indizio di religione: qui si mischiano i cristiani degli altopiani e gli afar musulmani. Fuori posto entrambi. Ma al saloon ci vengono. Siedono sulle panche e stanno zitti. Polverio di camionisti fuori dalla porta. Seduti sopra le panche di cemento della corte. Siedono al buio. Sai che sono lì perché intravedi il luminio della brace di una sigaretta.

Preservativi, saggezza ad Afdera

Il mio nome. Qualcuno dice il mio nome. Lo dice bene. Con tutte le lettere al posto giusto. Senza inflessioni. Non sobbalzo. Non mi stupisco. Devo essere matto. Qualcuno mi conosce qui? Cammino verso la voce. Ora ne vedo i denti bianchi, la sigaretta gettata per terra, il gesto della mano. E’ il momento che significa una serata diversa. Ma in Africa le emozioni stanno nascoste nella crosta della vita. Figurarsi qui in Dancalia. Che è un’Africa che sta ai margini. Tutto è possibile. Anche questo incontro impossibile. L’uomo, un camionista, lavorava per un’agenzia turistica di Addis Abeba. Mille anni fa. Ci eravamo conosciuti la prima volta che venni in Etiopia. Sono passati dieci, venti anni. E lui ha scavalcato il tempo e smentito le statistiche. Ne conoscevo tanti come lui: i più, di quei primi anni, sono morti da tempo di Aids. In ogni città avevano le loro donne. Finivano il lavoro, lasciavano i turisti nel glamour slabbrato degli alberghi più eleganti e raggiungevano con passo da marinaio i bordelli della città. Ora mi ritrovo con quest’uomo. Dove ho scritto il suo nome? Potrei barare e dire che lo ricordo. Così non è. Come un avventuriero coloniale, non gli ho concesso nemmeno l’onore della memoria. Però ricordo il suono del mio nome svolazzare per l’aria di un cortile polveroso. Le nostre spalle si incrociano toccandosi, mi presenta ai suoi nuovi amici, mi dice che ho la barba bianca, io non vedo il suo volto. Cosa hanno fatto questi anni su di te? Ti ritrovo ad Afdera e questo appare normale. Beviamo una birra e finisce lì. Alla prossima.

Afdera

Oltre il gazebo di cemento (Erpasa è alle prese con la nostra cena e si protegge con cartoni e pezzi di lamiera dal vento termico che solleva polvere e plastiche lacere), ci sono le camere. Sono in fila. Come in un baraccamento militare. Strane camere. Loculi africani. Sembrano stalle per cavalli. Tetto in lamiera, assi inchiodate come pareti, mura dimezzate. Fa troppo caldo per chiudersi dentro. Troppo complicato intagliare finestre. E allora hanno dimezzato la parete esterna. Le assi sono come sospese nell’aria, fanno intravedere i piedi del letto. Una rete da polli fa finta di proteggere una intimità che non c’è. Da questa parete senza parete entra l’aria per la camera. Si vedono le gambe nude di chi si sta spogliando nel mezzo metro di spazio disponibile. Guardo i movimenti di un piede nero che zampetta per evitare di poggiarsi per terra. Luogo primordiale, l’hotel Horaur. Ti fanno pagare cinquanta birr per questa reggia, quattro euro o giù di lì. Prezzo d’occasione. Non vi dico dei bagni. Il sale addobba, come un cerchio di neve, la buca del cesso. Trattiene odori e liquidi, scricchiola sotto le scarpe mentre sei lì chino e speranzoso. La doccia è un miracolo della fatica umana. Con i carretti si va a prendere l’acqua termale sulle sponde del lago. Poi, all’albergo si riempiono vasconi di cemento grigio. Il resto è semplice: un secchio, una bottiglia di plastica, un riparo di assi di legno. Godetevela, fa piacere dopo un giorno di polvere. La Dancalia ad Afdera diventa realtà: non è più metafora. Rovescio il secchio sulla mia testa. Sono a posto..

Mi interrogo sul nome dell’albergo, non lo avevo fatto la prima volta che ero passato di qui. L’insegna è appoggiata al bancone del bar. Forse volevano appenderla fuori, ma poi, per qualche pigra ragione, l’hanno lasciata lì. L’albergo è ai confini del paese. Fai un metro e sei in una spianata di sale. Se non stai attento affondi in una poltiglia di fango e sale. Mi sono distratto. L’insegna è un disegno infantile, un affresco di vernice che raffigura una sorta di stambecco. Forse un muflone. ‘Animale, animale’, mi dice una giovane donna che ciabatta fra i tavoli. Io rimango con il dubbio che sia il nome di un insetto e non so darmi una spiegazione. L’hotel Horaur è una stamberga sorprendente. Come lo sono gli alberghi di queste periferie del mondo. In fondo Afdera è un ombelico della Terra. Lo è sempre stato. Qui tutti volevano arrivare. Come avrebbe potuto essere altrimenti: un capo dancalo, negli anni venti, ebbe la malaugurata idea di raccontare al geologo Paolo Eugenio Maria Vinassa de Regny (ma di chi era figlio?), fiorentino come me (già, la storia coloniale della Dancalia è piena di fiorentini e toscani), che, in mezzo a quel deserto, c’era ‘un grande mare interno ove avrebbero potuto navigare navi grosse come quelle del governo, con animali fantastici….’. Il buon Vinassa non esitò un solo giorno per mettersi in cammino, il capo dancalo si guardò bene dal seguirlo, tanto per lui non ci sarebbe stata gloria. Quel geologo che solo i più pignoli fra gli appassionati di esplorazioni africane conoscono fu (chissà se è vero? C’è sempre qualcuno che è arrivato prima e mica lo ha gridato ai quattro venti) il primo europeo a sfiorare le sponde del lago Afdera.

Confesso non ho il coraggio per andarmene in giro di notte per le strade di polvere della città. Come vorrei andare in discoteca. Metto il naso fuori dall’albergo e mi sento come un antilope braccata da un gruppo di leoni.

Hadal-Mahis? Colui che fu l’albero al mattino?

 L’uomo che fu su un albero al mattino/4

Al pozzo. Di primo mattino. Accanto al pozzo c’è un kusrà, un vecchio giuggiolo che affonda le sue radici in una falda profonda. Quell’albero è lì dalla notte dei tempi. In queste terre molte cose (forse tutte) accadono attorno ai pozzi. E agli alberi. Acqua e pascoli sono la causa di grandi speranze, di felicità purissime e inconsapevoli. E di guai senza fine. Nell’universo, storico e leggendario, degli Afar sono teatro anche di visioni, di apparizioni, di miti fondativi. Lo schiavo di ‘Ablis era andato al pozzo quando il sole oscillava ancora all’orizzonte. Era chino verso l’acqua quando un’ombra lo attraversò. Si voltò di scatto. Un uomo lo stava osservando dondolandosi su un ramo. Lo schiavo si spaventò. Era un ginn, un folletto, un creatura fantastica del deserto. Possono essere maligni oppure benevolenti. L’uomo corse al villaggio. ‘Ablis, il suo padrone, tornò con quaranta uomini. Accerchiarono l’albero e si rivolsero al folletto che, come un fanciullo, vi era seduto sopra. Chiesero all’apparizione chi fosse. ‘Un inviato di Dio’. Gli uomini si guardarono negli occhi, lo invitarono a scendere. Rifiutò. ‘Toccherò terra solo se i miei piedi potranno poggiare su pelli di vacca’. In breve tempo furono raccolte decine di pelli, bianche e rosse. Vennero sistemati come tappeti, attorno al vecchio giuggiolo. L’uomo si decise a scendere. Ora lo vedevano bene: era giovane, aveva muscoli solidi, era alto, i suoi capelli, arricciati, splendevano di un nero corvino. Gli occhi sembravano non guardassero nessuno, eppure erano fulmini che non davano quiete. Quando vi fu bisogno di chiamarlo per nome, decisero che era Hadal-Mahis, ‘colui che fu su un albero al mattino’. L’uomo poggiò il suo piede sulle pelli rosse. Di colpo i pascoli attorno al pozzo rinverdirono, le capre cominciarono a belare con forza e mille tortore si levarono in volo. Chi era quell’uomo così potente? Lo accompagnarono al villaggio. Decisero che sarebbe stato il loro capo, sarebbe toccato a lui guidarli in guerra contro i clan rivali. ‘Ablis gli dette in moglie sua figlia.

Era il XIV  secolo e Hadal-Mahis era destinato a diventare protagonista delle leggende afar: fondatore di stirpi (afar rossi, Damoheita, il clan più potente della complessa geografia di questo popolo, gli Ada’li….), capostipite dei più importanti regni della regione, simbolo di legittimità di ogni potere.

Felicità è un ‘tegamino’ ad Afdera

Khadir, al solito, si è quasi addormentato mentre leggevo la leggenda di Hadal-Mahis. Ora cerca di mostrare attenzione. E’ proprio un afar di città. Non viene scosso dal racconto che narra delle origini del suo popolo. Ha ragione lui. L’uomo apparso sopra un giuggiolo giustificò battaglie fra gli Afar del Nord e i clan di Gibuti. Impose la supremazia delle tribù del Sud. Questa storia narrava un colpo di stato, l’avvento al potere di un grande re guerriero.

Il giuggiolo, mi giurò un vecchio di Asa’yita, esisteva sul serio. Lui lo aveva visto. A Nord di Tadjura, non lontano da ‘Adaylu, vicino al pozzo di Sek Abbawin. Alla fine l’albero aveva ceduto alle siccità e le sue radici non erano più state capaci di dissetare la pianta. Ma nessuno lo aveva abbattuto. Secco e solenne, come un grande vecchio, orgoglioso della sua storia, era ancora in piedi. Un giorno bisognerà pur andare anche lì.

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