Il gioco del mondo.28/L’esperimento

 

Per la prima volta, ho fatto sparire i peli della mia barba bianca (ma sul palmo della mano appaiono ancora un grumo grigio-bianco, alla Sean Connery degli anni gloriosi) nella tazza del cesso. Ho tirato l’acqua (l’acqua si tira?) e nemmeno ho guardato quando sono annegati nella fogna sotto casa. Forse faranno diga.

Un tempo avrei pensato all’amante fortunato di Tina che passava ore a fotografare, grande formato, le tazze del cesso. Ma Edward Weston era un un grande.

Il mio vicino di casa, Luca, geniale videoperformer e costruttore di macchine, ha dedicato un calendario alle tazze del cesso.

Prima di oggi, avevo sempre seminato i peli della mia barba nel terriccio dei vasi dove cercavano di far fiorire i gerani. O avevo affidato la loro chimica naturale ai soffi di una brezza. Oppure li guardava cadere da una finestra sull’asfalto due piani più in basso. Non avrei mai voluto vederli scomparire assieme alla mia merda.

Attenzione, qui c’è poco Julio, e molto il mio corpo. Da anni, dico che vorrei scrivere di corpo. Poi ho dato un’occhiata al mio torace, al mio addome, al mio petto, nei led di uno spogliatoio della Decathlon e ho pensato: voglio essere incenerito. Sono andato a rileggermi di Adriano. L’imperatore Adriano.

Ma io so di aver bisogno di Julio.

Ho mezz’ora e un minuto di tempo. Ne sono già passati sei e non ho combinato niente.

Ecco, Julio. Finalmente, dopo tanto, troppo tempo. Blow up, dunque: credo che sia per questo che non so più scrivere coerente, un’impennata verbale mi getta a terra dopo pochi passi. Non è una storia di pudore: voi fareste un clistere a un amico? Credo di sì. Ma, alla vigilia, non ho trovato nessuno. Chiedevo e vedevo gli occhi cercare una via di fuga. Mi dicevano: è facile. Ma io volevo…così il corpo, alle quattro del mattino (c’era scritto quattro ore prima dell’esperimento), la sveglia del clistere ha suonato e io ho seguito le istruzioni. E’ già quel che sapevo: il mio corpo rotola male, si incastra, tira da un parte, non sa muoversi, è in stallo, le mani non raggiungono i ginocchi, figurarsi il buco del culo. Il clistere è una intimità e l’intimità imbarazza. Eppure io ricordo quando mi spogliai davanti a una giovane donna a cui avevo affidato la mia macchina fotografica. Non ho mai più provato quella sensazione di libertà assoluta. Libertà felice. Non avevo un solo pudore addosso. Furono minuti di assoluta serenità.

Avverto il senso della cannula, il gorgoglio della soluzione, stringo più forte, spingo più a fondo. Mi chiedo…come vorrei scriverlo, non scavalco la barriera. Vigliacco. Vigliacco anche la parola. Mica sono Limonov, il poeta russo preferisce i grandi negri, né, credo, mi farei sodomizzare (prova l’ebrezza di scrivere: inculare) da un nero colossale in un parco pubblico di New York. Dolce, mia piccina, mia dolce amore. Le pagine hanno il sapore della voluttà.

Se siete arrivati fino a qui, non andate via.

Julio mi passa due foglietti, hanno due numeri, uno e due. Li inverto: quando la composizione sia giunta al suo limite estremo, si apre il campo dell’elementare. Fissarli e, possibilmente, esserli. Possibilmente…

Nel cammino verso l’esperimento, non ho pensieri. Tocca a loro cercare il marcio.  A me spetta camminare. E Firenze è splendida, è meraviglia, questa mattina. Vorrei ricordarmi i pensieri di Cleo dalle cinque alle sette. Una donna rom, vecchia e zoppicante, si muove da un turista all’altro nella piazza. Sventola da lontano un foglio protetto da una cartellina di plastica. Solo che alle sette del mattino, non ci sono turisti. E i pochi passanti sono a cento passi di distanza. Lei agita il suo foglio, fa correre i piedi, lancia un urlo, alza il bastone. Un autismo di un’ossessione. Sta scaldando le pietre per l’arrivo delle figlie. Ha un cappotto verde pisello. Un lavoro faticoso l’esibizione della povertà. Passi affrettatati, uno strascico per un turista giapponese all’altro capo della piazza. Il poema è fatto per questo, il resto non è che zeppa e mi riesce male. La vecchia non arriva nemmeno vicino al turista. Si volta verso di me, accenna un movimento. Rimane sola con il suo autismo. Io so dove vive. Ho solo cambiato lato della visione.

Ore otto e quarantasei, scavalco le burocrazie, Marco, tecnico dell’esperimento, ha una faccia da ribelle di altri tempi. Lo conosco, l’ho sempre conosciuto. Posso parlare di sperma con Marco? Lui è qui per questo, io sono qui per questo. Per parlare di sperma. Con l’infermiere della mia regione, del mio passato, della mia musica, dei miei capodanni in riva al fiume.

Intrusione: E’ difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana, l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero, amalgama di linfa e di sangue. E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone…basta, il mio corpo mi è caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi

 Il primo gesto, dopo l’esperimento, è stato quello di toccarsi il naso. Le dita, le mie dita, cercano un frammento del proprio corpo.

L’esperimento è durato una mezz’ora. Attorno hanno avuto la loro bellezza i preliminari. Lo spogliatoio, il camice verde da infilare alla rovescia, uno spacco sull’altezza del culo, come una pornostar, dovrò andare sul set di un film porno se voglio scrivere di corpo. Nessuno usa la parola sperma: si scrive ‘liquido seminale’. Marco non dice: vai a pisciare. Ha il pudore del luogo pubblico, luogo di educazione e cortesie: ‘Vai a svuotare la vescica’. C’è deontologia, qua dentro. Ubbidisco. Mi affido. Guardo il camice bianco di una bella infermiera. Immagino. Immagino il suo corpo là sotto, ho desiderio di uno sguardo sul suo ombelico, sulla frontiera fra pelle e mutande.

Torna dentro alla stanza. Masturbati. Qualcuno raccogliere in una provetta lo sperma e ne farà duplicati.

I riflessi condizionati del mestiere confondevano necessità con abitudine, caso tipico negli scrittori dopo i cinquant’anni. E dopo i sessanta?

Mi distendo, manovra goffa per salire sul lettino. Ho la maglietta e il camice color veder slavato. Mi distendo e sto immobile. Se hai paura, pigia questo pulsante. Prova. Provo. Un ago nella vena del braccio destro. Le mie vene si vedono bene, non hanno mai dato problemi agli infermieri. Il mio gomito sinistro è divorato da un insetto. Ora sono nelle loro mani. Dentro la macchina, il carcere largo un metro. Le mie mani potrebbero toccare le pareti senza spostarsi dai suoi fianchi. Una bara, immagino. Di metallo e plastiche. Gli occhi cercano l’aria, il soffitto, il rumore dei ventilatori. Ubriachi di parole sanscrite e di birra in barattoli, sorride Julio. Che fa vedere il ciuffo dei suoi capelli grazie al suo metro e ottanta di altezza. Cosa altro vedo? Un graffio nel soffitto a dieci centimetri dai miei occhi, segno di insetto, incrostazione nella plastica dura, una sbrecciattura di mezza unghia di pollice. Si muove, come un serpentello, come gli occhi di una tartaruga. Destra, sinistra, silenzio il rumore, cuffie, guardo in alto, il sole, afferro il sole, il ronzio dell’aeroplano, vorrei grattarmi, si vuole sempre grattarci, ecco, il sangue, qualcosa entra nel mio sangue, scorre come un verme. Sceglieva la forma romanzo per il suo andare alla ventura, ed inoltre pubblicava quel che via viva trovava o smarriva.  Nelle loro mani, nelle loro mani. Infermieri. Carcerieri. Medici bravi. Perfidi guardiani. Il mio corpo, il nostro corpo. Salvato o condannato. Guardato per essere curato o guardato per essere annichilito. Sta per finire, rumore, atterraggio, il liquido gira, l’incrostazione è sempre lì, concentrati sulla macchia. Si muove, fa un verso, ride, piange, si apre, scava nella plastica, una via di fuga, una via di prigione. Un grido, non è il mio. La luce sempre accesa. La Maga non saprà mai quanto il suo dito indicasse la sottile incrinatura che manda in pezzi lo specchio. Loro sono lontani, svaniscono nel fuori fuoco dei miei occhi. Chiudo gli occhi, gli riapro di botto, sono qui, qualcuno mi sta spingendo, luci, neon, sole, il volto di Julio diventano plastica. Ci sono passato. Non so niente del tempo. Sono nelle tue mani. Verrei a letto con te, infermiere. Un telecomando, uno stantuffo per iniettarti il liquido. Una cintura appesantita alle spalle del pisello. Ti hanno legato le braccia, non puoi scappare, credi davvero che ti libereranno. Solleva il sedere e tu inarchi, senti il peso sui talloni e una pressione sulla schiena. La voce si fa cotone. Eppure sentiva al tempo stesso che mai aveva avuto tanto desiderio tanta urgenza di scrivere. Ti lasceranno così tutta la vita. E’ possibile. Lo hanno fatto con milioni di umani, hai visto il sangue sulle mura di Elmina, la merda sui muri di Elmina, hai contato i passi, iniezione mortale. La macchia-insetto si è spostata, giuro che si è spostata. Liquido per contatto. Chiudi gli occhi. Ho dormito? Il ronzio di un frigorifero. Mi avete lasciato qui? Perché concedere il bello solo ai malvagi? Lo sguardo fin dove è possibile, fino al confine, oltre il confine.

Non c’è nessuno in questa stanza. Mio dio, non c’è nessuno in questa stanza.

Apri gli occhi.

Adesso la porta si aprirà e cominceranno i prodigi

Non li ho mai chiusi.

 

 

(Julio mi fa l’occhiolino e dice: ‘E’ improbabile…

Mi porto dietro la parola

Svincolarsi da esse decisamente. Dalle parole.

La vecchia rom

non

è

più sulla piazza.

Ci sono molti turisti, ora.

Io ripeto a voce bassa: E’ improbabile…)

Una donna, un’amica,

mi aspetta fuori dalla stanza dell’esperimento. Grazie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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