Paolo

Paolo (dal sito dell’istituto Ernesto De Martino)

Ecco…

Ho anche il dubbio di confondere ricordi.

Ma i pensieri, in silenzio, sono diventati un tumulto invisibile, devono uscire…

Ho in mente (quegli istanti che rimangono in una nicchia della tua memoria, un’immagine fotografica che riemerge da un cassetto mai più aperto)…ho in mente un’aia. Un aia con i mattoni del pavimento in cotto. Appena fuori Firenze, collina di San Gersolè, un bel posto, dove ho vissuto per quindici anni (credo). C’è una tettoia, la mia grande moto rossa, c’è gente, amici. Luci colorate appese pericolosamente fra il granaio e un olivo. Notte. Nemmeno troppo fredda per essere marzo. E’ venuto anche Marina, da Venezia. C’è un manifesto di Dolores Ibárruri, la pasionaria basca: la festa per i miei trent’anni doveva assomigliare a una Festa dell’Unità. Dopo il concerto, salirono a Poggiosecco, la nostra casa, anche Ivan, Riccardo e Paolo, forse anche Alberto…erano Ivan Della Mea, Riccardo Luppi (ma c’era davvero? Sì, giuro, aveva i capelli lunghi), Paolo e Alberto Ciarchi. C’era una ragazza con loro, molto bella, le chiedo scusa, non ricordo il suo nome. Avevano appena suonato a Grassina, il paese più vicino. Fu un gran regalo averli con noi. Era la mia gente. Suonarono appena quella sera, ma ricordo un ballo (è accaduto per davvero?) e il loro accompagnamento.

Non so spiegarvi, ma io amavo particolarmente Paolo Ciarchi. Non stava mai in prima fila. Le nostre attenzioni erano per Ivan, per Paolo Pietrangeli, per Giovanna Marini quando appariva con la sua sapienza e la sua voce (e i più saggi la seguivano mentre si arrampicava verso la bellezza di Giovanna Daffini). A volte c’era anche Gualtiero Bertelli: ‘Nina ti te ricordi…’. Noi cantavamo e stonavamo ‘Caro Michele’ e la peggiore delle canzoni di Pietrangeli, ‘Contessa’. Compravamo gli lp de i Dischi del Sole. Non ci perdevamo un concerto toscano del Nuovo Canzoniere Italiano, avevamo un posto fisso al circolo dell’Andrea Del Sarto, e io amavo i fratelli Ciarchi. Che stavano sempre un passo indietro, eppure sono convinto che senza di loro…

Leggo oggi che Paolo era un tuttofonista: suonava qualsiasi cosa, lavatrici, pinne, cinquanta mattoni pieni, due pentole a pressione, bottiglie piene d’acqua…io lo ricordo con la chitarra, magrissimo, piccolo, pieno di angoli e l’espressione sempre stupita,  e ho negli occhi i suoi sguardi con Ivan che se la rideva…

Articolo sul Manifesto, tre giorni fa. Attorno a Paolo. Lo ha scritto Antonello Catacchio, ne sono felice, corro a leggerlo. Non immaginavo. Quanti anni avrà Paolo? Corro a leggere e mi fermo subito. C’è una foto di Paolo, con il viso affilato, pieno di rughe, i capelli raccolti in un codino verso il cielo e la camicia a mille colori. L’articolo comincia così: ‘Raccontava Paolo Ciarchi che in sanscrito il termine cantante significa «colui che sa respirare». Ora Paolo non respira più, quindi non canta più’.

Ecco, accade. E io non lo credevo possibile. Quella generazione milanese (Dario Fo, Enzo Jannacci, cento altri e poi Ivan Della Mea, suo fratello Luciano..) sta scomparendo. E’ nel gioco della vita. Ma io non lo credevo possibile, non credevo che potessero andarsene. E’ così che ricordo l’ultimo mio compleanno, forse l’ultimo che ho festeggiato davvero (che stolto).

Ricordo che Ivan e Paolo (sarà andata così?) a un certo punto se ne andarono, avevano strada da fare e avevano l’abitudine di dormire a Roncobilaccio (anch’io ho sognato sempre di dormire al motel di Roncobilaccio, di fare l’amore al motel di Roncobilaccio). Che strani ricordi si hanno. Chissà che la mia memoria non stia reinventandosi tutto, forse non è accaduto tutto questo…dormii davvero con Marina, quella notte?

Da quel giorno, non ricordo di aver più incrociato Paolo…e allora perché…

 

E allora mi affido a una storia che conoscevo (e che avevo dimenticato), per fortuna la ricorda sempre Antonello Catacchio. Io ho in testa la versione di Dario Fo e più ancora quella stralunata di Enzo Jannacci, ma fu Paolo assieme a Dario a scrivere e musicare ‘Ho visto un re’. Non furono solo loro due a scriverla. Dario canta: ‘Ho visto un re’. In quel momento passa Carpo Lanzi, del quartetto di Piadena, che si incuriosisce: ‘Se l’ha visto cos’è?’. Così nasce una canzone. Paolo e Dario ci aggiunsero un suggerimento di Caterina Bueno (anche lei non c’è più) che aveva ripreso un canto dell’Amiata, una delle mie montagne: il canto è conosciuto come ‘bei’, ‘le voci maschili’, i cantori amiatini abbassavano la ‘b’ e alzavano  la ‘i’. Ci vuole poco ai due folli a trasformarlo in ‘a beh, si beh’. Che bella canzone strampalata…

Provate a canticchiarla, a Paolo piacerebbe..

 

 

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