Dancalia Rewind.12/Gli uomini delle saline

 

Siamo qui per le saline. Non c’è che incamminarsi. Meglio all’alba. Va bene anche al tramonto. Evitare il giorno quando le vasche delle saline sono uno specchio accecante. E non c’è modo di lavorare per il caldo. Sono pochi passi dall’albergo. Profili di uomini. Profili neri, in un controluce perfetto, sullo sfondo delle montagne e degli argini di sale. Si lavora dalle sei alle dieci del mattino. Se c’è la luna piena, si lavora la notte. Guardo le foto di qualche anno fa: qui c’erano solo pietre di lava, colate che avevano avuto la forza di spingersi fino alle sponde del lago. Adesso, la riva del villaggio, alle spalle di Alganda, il principale pozzo di acqua termale, è un labirinto di saline. Incroci di tubazioni aeree, pericolanti come un ottovolante in disuso, pompano l’acqua del lago nelle vasche. Ci vogliono almeno tre mesi perchè queste piscine si ‘congelino’ (mai verbo è stato più sbagliato in Dancalia) in un pack di sale.

Solo pochi anni prima, fine degli anni ’90, qua non c’era niente. Solo polvere, sabbie mobili e sale ridotto a fanghiglia. Poi qualcuno ad Addis Abeba deve aver deciso che si poteva cavar sale e fare business anche in queste frontiere. E i coloni sono cominciati ad arrivare. Più veloci dell’avanzare della strada dei cinesi. Gli uomini sono scesi dall’altopiano per sopravvivere. Attratti dal sale come le api dal miele. Disperata strategia di sopravvivenza. Gente che non ha più nemmeno un orto da coltivare. Assediata dalla miseria. Profughi delle guerre, militari senza più le divise dell’esercito, esuli di una terra diventata arida, delinquenti di frontiera, prostitute in cerca di mercati, tipacci che sopravvivono solo in questi luoghi, tigrini assoldati dai padroni del sale. E’ una storia del Far-East, questa. Tadesse, Idris, Hassan e Hussein sono una squadra. Sono loro le ombre nere che vediamo salire e scendere da un cumulo di sale. Vengono dal Wollo, regione dell’altopiano. Sono musulmani. Qui ci si mette assieme fra compaesani. Le squadre hanno fratellanza di etnia e di religione. Si sta insieme per radici e identità. Roba pericolosa, ma nessuno mi parlerà di tensioni ad Afdera. Finchè c’è un miserabile lavoro l’equilibrio tiene. Hanno ferite lacerate dal sale. Mani di pergamena crepata. Qualcuno mi spiegherà che la loro pressione sanguigna è quella di un obeso americano. Sono magri come chiodi, hanno muscoli secchi e tirati, ma respirano sale, mangiano sale, vivono nel sale. I loro occhi sono arrossati. Qua in giro c’è gente a cui un occhio si è dilatato fino a lasciar passare solo il buio. Il sale è una carogna. I padroni di questa gente sono carogne. I cavatori più giovani sono a piedi nudi. Ne ricordo uno furibondo con me che stavo lì a far fotografie. Altri hanno stivali di gomma che fanno bollire le dita e aprono ferite nei calcagni. Altri ancora hanno sandali troppo consumati. Le ombre sono state assunte dalla compagnia che ha le concessioni dal governo afar e pagano mazzette a qualche burocrate di Addis Abeba. Le ombre hanno salari calcolati sui  metri quadrati. A colpi di mazza e accetta incrinano la crosta salina. Con lunghe leve di ferro sollevano un lastrone di sale spesso trenta centimetri. Ci si mettono in quattro, in cinque a ribaltarlo. I muscoli si tendono in una fatica che sembra andare oltre le loro forze. L’acido lattico è finito, gambe e braccia si muovono per inerzia. Poi la lastra deve essere frantumata, ridotta in briciole, trasformata a martellate in granelli di sale. Ultimo gesto: una carriola, alcune passerelle, una pala. Il sale viene ammonticchiato, nascono così decine e decine di colline bianche. I camion della compagnia arriveranno a lavoro finito: trasporteranno il sale verso i mercati delle città. Questa è una storia vecchia quanto il mondo. La vasca assegnata a Tadesse, Idris, Hassan ed Hussein è grande cento metri per cinquanta. Due settimane per demolire la coltre salina. In un mese le quattro ombre metteranno in tasca un migliaio di birr. Settanta dollari. Gli uomini ora se ne vanno. Con le nostre mance. Povere come la loro paga. Sono una fila indiana lungo l’argine della vasca. Ora fa troppo caldo per lavorare. Si va dormire in un tugurio, a mangiare ‘njera con sugo di pomodoro in scatola. Nel sale, abbandonati, ci sono picconi spezzati, vanghe arrugginite, mazze non più utilizzabili.

Comparse

Un’ inquadratura. Solo un istante. Siete passati nella mia memoria. Anche voi privi di nome. Ma un segno lo avete lasciato. Un fotogramma. L’onore di un attimo. Di un ricordo.

Il vecchio. Lo conosco da sempre. Le sue mani sono di cartavelina, ma impugnano il piccone. Barba ispida, turbante bianco. E’ da solo. Ai margini della salina. So che vive in un capanna a dieci metri dal lago. Non vuole più andare in paese. E’ rassegnato. Da solo, come un folle, colpisce con il piccone la crosta del sale. Vuole spezzarla. Vuole lavorare. Ma sa che i suoi sforzi sono assurdi, inutili. I giovani lo guardano e abbassano gli occhi. Lui insiste: solleva l’attrezzo e picchia per terra. Mi hanno detto che ha moglie in altopiano. Ma sono anni che non torna al villaggio. La vita finisce così. Il vecchio si china e passa la mano sul sale. Ripasserò di qui e ci sarà ancora. Un vecchio. Un altro vecchio. Sono tutti uguali.

Sono fuori posto. Nei film del Far-West c’è sempre qualcuno fuori posto. Che so? Una maestrina troppo bella o un giovanotto buono come una pasta in un covo di sciacalli. E’ così anche nel Far-East africano. Eccoli, sono nel salone dell’hotel. Spiccano per la loro timida differenza. Troppo giovani, troppo belli, troppo dolci. Lui è poco più che un ragazzo, lei ha uno sguardo gentile e impaurito. E’ incinta. Sono musulmani. Un velo leggero rende elegante la giovane donna. Più segno di bellezza che regola di religione. Stanno in fondo alla sala, cercano di confondersi con le stuoie della parete. Attorno, i camionisti mangiano con le mani il loro wot, il sugo cola fino ai gomiti e rende di sangue le labbra. Altri uomini bevono birra. Silenzio innaturale. Le cameriere vanno e vengono, lasciando cadere i tappini per terra. Il ragazzo e la ragazza sono felici della loro Pepsi-Cola. C’è un bambino che spunta da dietro alle loro schiene. Avrà poco più di un anno. Una testa troppo grossa. Forse una malattia. Forse no. Incrocio lo sguardo del ragazzo. Intuisco la tua storia: musulmano della scarpata, ti eri sposato e di lavoro al villaggio non ce n’era. Molti fratelli, poche piogge. Avete (hai) deciso di partire e non potevi lasciare la moglie lassù. Troppa nostalgia, troppa malinconia. Mi chiede di avvicinarmi. Ci scambiamo un sorriso un po’ scemo. Sono contento che questa sera vi siate regalati qualche ora fuori dal vostro tugurio. Vuole una foto. Che mai gli manderò.

Colonne sonore della notte: il generatore che ha il ritmo di un motore imballato, alla fine diventa sottofondo, mormorio della folla di una città preistorica. Il raglio di un asino invece è come un colpo di gong stonato, una chitarra elettrica che vibra nel silenzio mistico di un tempio. Il bercio spezza il vuoto del buio. Fa sobbalzare nel sonno. E poi c’è un matto che batte con un bastone su un legno. Infine, le voci svirgolate di chi, anche stanotte, ha bevuto troppo e recita da solo la sua disperazione. Una donna gli dice di smettere con un tono furioso.

 

 

Personaggi e interpreti/Zehino

Il cast si ingrandisce e qui, ad Afdera, quasi in incognito, entra in scena un tipo silenzioso. Si è unito al nostro gruppo alla chetichella, non ci fece una grande impressione, era davvero uno taciturno. Dall’aria indifferente. Impossibile giudicare la sua età: baffi e capelli brizzolati. Aveva un’aria selvatica e astuta. Sbagliammo a considerarlo poco. Ad aver saputo chi era,  avrebbe meritato un ruolo da protagonista. Si chiama Zheino, questo nuovo personaggio che, in una mattina dal cielo grigio come la latta, si stringe sul sedile posteriore della nostra macchina. Zehino, senza che noi e lui lo sapessimo, aveva già conquistato glorie sui libri italiani. Lo ricorda Antonio Biral, turista contemporaneo che fu rapito da un gruppo di Afar in un lontanissimo 1995: ‘Ora è lui il capo! Penso che nessun altro riuscirebbe a esprimere meglio tutta la selvaggia fierezza degli Afar. Sembra la personificazione del diavolo, non perché sia brutto, anzi, ma lo sguardo fisso e penetrante, quasi allucinato, i baffi, la crespa massa di capelli che pare esplodergli dalla testa, fanno credere che sia appena uscito dall’inferno’. Niente male come presentazione! Come ti eri pettinato per quel rapimento, Zehino? Già, eri tu ‘il capo della sicurezza’ di quei ribelli che avevano avuto la malaugurata idea di sequestrare un gruppo di turisti italiani che si erano avventurati nella terra dei dancali, come esploratori ottocenteschi. Fece scalpore quella storia, oggi ci siamo più abituati.

Grande Zehino! Ora vi spiego: le regole della burocrazia afar, in questi tempi di turismo, prevedono che almeno due scouts armati si accodino al gruppo di chi vuole andarsene in giro per deserti di sale e vulcani. Non servono a un bel niente, ma si dà lavoro e passaggi a gente afar ansiosa di guadagnare qualche soldo e magari tornarsene ai propri villaggi a vedere mogli e figli. La trattativa con la polizia di Afdera era stata condotta da Asfaw. Per buona regola, noi non ci siamo nemmeno avvicinati. Asfaw se ne era tornato indietro con due scouts e i loro ak-47. Uno dei due era Zehino. Mi racconteranno che ha mogli in ogni villaggio e fare la scorta ai turisti è, per lui, un modo di andarle a trovare. Solo giorni dopo averlo lasciato davanti alla capanna di una di queste sue donne, mi capitò, per caso, di sfogliare nuovamente il libro che racconta quel dimenticato sequestro degli anni ’90. E, fra quelle pagine, spuntò una foto di Zehino giovanotto……Khadir si piegò in due dalle risate. Fece capriole da saltimbanco. Si battè le mani sulle ginocchia. Mi misi a ridere anch’io. Insomma, il capo dei banditi degli anni ’90 è stata la nostra sonnacchiosa scorta. Spero di ritrovarti, Zehino, abbiamo un po’ di storie da raccontarci.

Non c’è niente di nuovo a queste latitudini. Forse è tutto uguale lungo qualsiasi parallelo. Settanta e più anni fa, il barone Franchetti divenne amico di Abbai Ubè, ‘il più grande capo razziatore della regione’. Bel soggetto, Abbai Ubè. Zehino è un novellino al suo raffronto. Quando Franchetti lo incontrò, era appena tornato da una razzia sulle sponde del fiume Awash. Sulla sua lancia almeno cinquanta tacche erano la prova della sua ferocia. ‘E’ un bel tipo di uomo – ricordò il barone nei suoi diari – Alto, muscoloso, con la barba e la sua parola è sempre ascoltata come un ordine indiscutibile da tutti i razziatori’. A Franchetti i banditi piacevano da morire: ‘Bella gente, vere facce patibolari’.  Abbai ha la ‘faccia truce’ e ‘gli occhi torvi’ e ‘parla poco’. I due uomini divennero ‘amicissimi’ e Abbai Ubè garantì la sicurezza della spedizione di ritorno di Franchetti verso Assab scortandolo con ‘quaranta razziatori scelti a cavallo’.

Abbai non fu il solo brigante ad affascinare il barone. Già all’inizio del suo viaggio si era affidato a  Osman Bululus, ‘ottima’ guida, robusto, con ‘l’aspetto del perfetto brigante’. Uccideva con tranquillità d’animo, avverte Franchetti con indifferenza fasulla. Aveva sulle spalle una trentina di omicidi compiuti per vendicarsi delle scorrerie degli abissini nelle terre dancale. Osman, come prova della sua serenità, sosteneva che non evirava le sue vittime: tagliava solo le teste per non offenderne il corpo. Accompagnava le sue parole con una carezza al ‘grosso coltellaccio’ che portava legato alla cintura. Strategie di sopravvivenza in Dancalia. C’è un tempo per fare il bandito, per fare il ribelle, per fare il contadino, per accompagnar bianchi un po’ scemi in giro per queste terre.

Salutammo Zehino ad Ahmed Ela. Non aveva nessuna voglia di continuare il viaggio, era arrivato a una delle sue case. Il suo ultimo bambino gli zampettava sulla pancia e lui se ne stava serenamente seduto su una sorta di sedia a sdraio. Ci raccomandò di salutare una sua figlia in un accampamento a un giorno di marcia. Quanti figli hai, Zehino?

Dagu/Bad news

Sera prima della partenza. Asfaw e Tessema vengono verso di me. Mi raggiungono e, assieme, ci allontaniamo di qualche metro. Quando fa così, con un’aria fra il serio e il sapiente, la gente di queste parti deve dire qualcosa di importante. In questo un hamer dei bassopiani e un amhara dell’altopiano sono uguali. Le dagu corrono veloci in Dancalia. Qui le notizie si conoscono alla velocità di Internet. Nessun telegrafo del bush è più rapido di una dagu. Nessun ciottolo di lava rotola più velocemente di una voce. Non circolano pettegolezzi con il sistema delle dagu. Ma informazioni sui pascoli e sulle acque, sulle nascite, i matrimoni e i funerali, sui cammelli che si sono smarriti o sull’arrivo delle carovane o di qualche autorità malvoluta, sulle condizioni dei pozzi e sui turisti di passaggio. Più importante ancora: sui movimenti di gente armata, sulle nuove alleanze fra clan, su bande che circolano in zona, sulla sicurezza di una pista. Se sai ascoltare le dagu, in una cerimonia senza fine di saluti, hai buone possibilità di cavartela e di prendere la giusta decisione. Se hai la pazienza di ascoltare la litania omerica delle dagu saprai, con la precisione dei dettagli, cosa ti aspetta nei prossimi giorni. ‘Abbiamo una notizia’, mi dicono, sottovoce Asfaw e Tessema. Si sono fatti vivi i banditi. A Dallol, la Collina degli Spiriti ai confini della Piana del Sale. Ieri sera. Uomini armati sono arrivati dall’Eritrea e hanno sorpreso un gruppo di turisti. Dovevano aver sorvegliato i loro movimenti e si sono mossi con rapidità. Avevano ak-47 e lanciagranate. ‘Erano militari eritrei. Solo loro potevano avere armi così potenti’, spiega Asfaw. Nostalgia improvvisa dell’Eritrea, io l’ho conosciuta come una terra di pace. Hanno atteso che i bianchi fossero in giro per la collina e hanno teso un agguato agli autisti rimasti con i fuoristrada. Volevano impadronirsi delle macchine. Un autista si è ribellato e lo hanno portato via con loro. Un’altra macchina non è partita ed è rimasta lì. Con colpi di proiettile su uno sportello. Uno scout ha cercato di fermarli, ma non ce l’ha fatta. La banda è scomparsa verso l’Eritrea.

Tessema guarda per terra, Asfaw aspetta. ‘Cosa consigliate?’, chiedo. Stiamo in silenzio per un po’. Ci guardiamo. Ma sappiamo già che la decisione è presa: andiamo avanti, dovremmo essere a Dallol solo fra alcuni giorni, ci sono altri villaggi, altre oasi dove chiedere altre dagu. Decideremo con calma. Ci prendiamo anche una responsabilità: non diciamo niente ai nostri compagni di viaggio. Domani sera ne sapremo di più. Lo scorso anno, due giorni dopo la nostra partenza da Ahmed Ela, sequestrarono un altro gruppetto di turisti. Quest’anno sono arrivati il giorno prima. Capita. Mi chiedo se ci sarà anche una terza volta nella quale ci azzeccheranno. Sono tranquillo, non mi sono mai sentito insicuro da queste parti. Ma non so come trasmettervi la stessa tranquillità. Domattina ce ne andremo da Afdera. Passo la notte ad ascoltare le chiacchiere dei nostri autisti e delle guide. Tessema viene a trovarmi e mi offre un pezzetto di ‘njera. Silenzio come conversazione notturna.

 

 

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