Polonia, Slesia/Bea ama la parola ‘strega’

Non-racconto di Andrea Semplici

Foto di Annalisa Marchionna

Ho smarrito il mio taccuino. Deve essermi caduto dalla tasca dei pantaloni una settimana dopo il mio rientro dalla Polonia. Per quanto lo abbia cercato (con ansia crescente), non è più riapparso. Nelle sue pagine vi era la mia breve storia con Bea. Ho perduto i giorni passati con lei? Là, in una casa di legno, ai confini di un bosco, non avevo con me né il computer, né la macchina fotografica. Mi avevano chiesto di non portarli con me. Il taccuino era la mia unica memoria.

Sono venuto in Bassa Slesia, quasi alla frontiera con la Repubblica Ceca, per….

…per cosa?….non so come scriverlo, non so come raccontarvelo…

…per una settimana di ‘lavoro’ con una sciamana polacca. Non sapevo (e non so) niente di sciamanesimo. Ne sono sempre stato alla larga. Diffidavo (e diffido) di ogni messaggio spirituale. Non fa per me. Per mestiere – ho fatto il giornalista – ho assistito a riti magici in Africa, a cerimonie vudù ai confini di Haiti, a trance mistiche in Medioriente a divinazioni in valli appenniniche. Non credo di aver mai partecipato veramente, ero protetto dalla macchina fotografica, da una penna stilografica, da un taccuino. Ma qui, a Trzy Zródle, le Tre Sorgenti’, fattoria alle porte di Dlugopole Górne, mi è stato chiesto di dimenticare la mia professione. Ho ubbidito. Ho solo tenuto una sorta di diario, ma ho perdute quelle parole. Ora ne scrivo, a distanza di mesi e mesi. E non so scriverne.

Ero nudo, me ne rendo conto solo ora, in quella foresta.

Posso raccontarla come un cronista: Bea ha poco meno di cinquant’anni, è cresciuta in un piccolo paese del Sud della Polonia. Terra cattolica. Tradizionalista. Arroccata, chiusa. Ostile a qualunque ricerca religiosa. Immagino la pesantezza del mondo di Bea. Che, fin da giovane, ha cercato una sua personale strada spirituale. La trovò lontano da casa. In Siberia. Terra di sciamane. Donne della forza. So che ha passato tempo laggiù. Nel freddo artico. Pensò di rimane in quelle lontananze.

Si sposa giovane, Bea. Assieme a Victor, ha cercato un luogo dove vivere. Non so come apparve questo bosco, questa collina, questi campi, questi stradelli, queste radure con i confini disegnati da siepi. Victor e Bea, venti anni fa, hanno trovato la loro terra. Ti potrebbero dire: qui si incrociano  linee di energie e di sacralità invisibili. Bea è grata alla natura. Lo è sempre: noi siamo un dono della Terra. Bea passò settimane a ringraziare divinità e animali della foresta per questo luogo.

Ho vissuto sette giorni  a Trzy Zródle. Ho camminato nel bosco alla ricerca dei miei antenati, ho giocato come fossi uno scout, ho preso a pugni un sacco (un grande esercizio, mi manca) da pugile, ho urlato nel bosco, ho costruito un vestito bianco ben sapendo quello che stavo facendo (l’ho intessuto di una disperazione priva di colori), ho gridato nella notte nomi a me cari e impronunciabili, mi sono gettato nell’acqua gelida in una vasca di pietra, ho frustato il mio corpo con rami di betulle, ho ripetuto parole cercando una trance, sono stato nudo accanto a un albero, ho distolto lo sguardo dai corpi di donne nude, ho mangiato molto bene, ho dormito a lungo, ho letto un noir islandese, ho mosso i miei passi nelle spirali, ho raccolto pietre ed erbe, ho fatto tintinnare conchiglie appese agli alberi. Ho ringraziato, con convinzione, la natura. Ho costruito pupazzi di foglie, ho raccolto pietre. Ho portato via con me, in un sacchetto, frammenti della natura. Adesso sono vicino al tavolo dove lavoro. Assieme a candele e acque sacre riportate dall’Etiopia. Ogni tanto le guardo. Ho affidato qualche speranza a questi oggetti.

Sono entrato nel cerchio attorno al fuoco. Non mi era mai accaduto. Ho ascoltato un bagno di gong. E non mi sono addormentato. Ho guardato la bellezza della suonatrice, ho immaginato la sua pelle. Ho desiderato la sua pelle.

Ho ascoltato, credo.

Bea ama definirsi ‘strega’. In polacco, mi spiegano, significa ‘lei che sa’. Ho controllato, come se fossi un giornalista, Bea usa la parola wiedzma, un amico mi spiega che è meglio tradurla con ‘veggente’. Colei che vede e che sa.

Ho fatto una vita ‘normale’ nel bosco di Bea. Lei non compie magie, non usa trucchi. Non inganna. Si mostra come è. Una donna normale, di cui sarebbe facile innamorarsi. Non ha ricette. Ha consigli di coraggio. Io sono stato impacciato, il mio corpo non si è slegato (ci ha provato), il mio cuore non si è liberato, i pensieri neri non si sono colorati. Non è accaduto il miracolo del cambiamento, non ho visto una strada davanti a me. Bea non giudica. Indica il suo cammino e avverte che ve ne sono altri. Bea ti dà strumenti. E, credo, lo faccia per generosità. Sa che non arriverà alla fine della sua ricerca, lo sanno tutti, ma lei sa che l’andare è già un senso, una vitalità.

Ho cercato la storia della mia famiglia attraverso le costellazioni. Non mi sono ritrovato.

Bea ci portato anche alla sagra di paese e la sciamana, vestita da cow-girl, ha danzato con altre ragazze. Divertendosi molto. Attorno la gente delle campagne della Polonia rurale. Mi sono chiesto se sapessero di avere a che fare con una ‘strega’.

Ecco, questo sì, ho dato altro significato alla parola ‘strega’.

Ecco, alle ‘Tre sorgenti’, mi sono divertito.

Annalisa ha scattato le foto di questo non-racconto. Scritto molti mesi dopo. Un’altra primavera è alle porte. E ne ho paura. Non sono andato a ululare nel bosco. Non ho acceso fuochi nella notte. Non ho gridato. Non so usare il mio corpo. Annalisa mi costringe a ripensare.

Questo accadeva in Polonia. Forse poteva accadere solo in questa terra: un paese di una religione appesantita e intollerante, un paese che non ama la diversità. Non è terra di sciamani nessun giornalista andrebbe a cercarli in Bassa Slesia. Bea, nella sua foresta, ha saputo costruire una pace.

Nel mio taccuino c’era il nome di una ragazza, morta molto giovane. Sono stato sulla sua tomba al cimitero del paese. Mi avevano colpito i cento fiori rossi e la sua foto.

Annalisa è venuta alle ‘Tre Sorgenti’ per fotografare. Le ho chiesto di scrivere. Lo ha fatto dopo avermi detto di no, ha mandato le storie delle sue foto come se fossero pagine di un libro. Mi ha detto: ‘Bea mi ha guarito’. Credo che voglia dire: mi ha aiutato a guardare dentro di me. Credo che la sciamana ci sia riuscita, perché ho voluto io, a farlo anche con me. Solo che io non sono guarito. Forse ho distolto lo sguardo.

Ma il desiderio di altri passi lungo il cammino notturno nel bosco è un piccolo tocco di fuoco. Che brucia, con dolore e dolcezza, nella punta dello stomaco.

Ringrazio gli alberi del bosco per i giorni passati in una terra di confine.

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.