Dancalia Rewind.13/Il luogo dei Piccoli Alberi

Il cammino verso Karswat, la bellezza desolata di Manda

 Terra di lava

Il cielo si è raggomitolato sopra i vulcani. Ha un colore che non esiste nella gamma degli arcobaleni. E’ un grigio che non è grigio. E’ un grigio perfetto. Indefinibile. Impossibile da riprodurre. Il lago è diventato livido come un asfalto ghiacciato. Il cielo è privo di sbavature, nessuno potrebbe dire dove è finito il sole. La Dancalia dà il meglio di sé in questi giorni. Il sale è bianco, la lava è nera. Due opposti, due contrari. Come in una partita a scacchi. Ma in mezzo ci sono mille tonalità. Sfumature che variano di continuo sulla frontiera del bianco e del nero.

E’ un buon giorno per lasciare Afdera. Siamo tranquilli, nonostante le dagu. Se Zehino non ha cambiato espressione, si può stare sereni: la via davanti a noi è sgombra. Passiamo davanti all’ufficio di polizia e carichiamo gli scouts. Hanno il fucile in mano, il loro bagaglio è un fagotto di tela. Zehino si siede accanto a me, sulla prima macchina. Il suo compagno si infratta fra i bagagli e non dice una parola. Khadir, alla prima sosta, mi dirà che quel tipo lì è magic man, l’uomo magico. ‘Ti racconterò’, mi sussurra con un’aria misteriosa.

Il cammelliere solitario

Andiamo. Verso Nord. Passiamo a velocità ridotta fra le baracche di Afdera. I braccianti del sale sono già tornati dalla loro fatica notturna e ora se ne stanno imbambolati a masticare chat sotto verande malcostruite. Un sarto ci segue con gli occhi, un capra fa un balzo di lato per evitarci. Non c’è un granché di chilometri da qui a Karswat, sessanta, poco meno, ma ci impiegheremo più di tre ore. Pista difficile, quando la troviamo. Il più delle volte navighiamo a caso e Zehino, con il gesto di una mano, ci indica come rimetterci sulla giusta rotta. Quando Nesbitt e i suoi compagni passarono di qui, ottanta anni prima di noi, pensavano di aver davanti a loro almeno ‘tre giorni d’inferno’. Avevano scorte d’acqua ridotte al minimo, cammelli in stato pietoso e muli vivi per miracolo. A Nesbitt piace molto raccontare dei pericoli trascorsi. Noi seguiamo le sue tracce, sappiamo cosa ci aspetta. Questa è la regione che qualcuno qui chiama Manda. Chiedo a Khadir che, a sua volta, chiede a Magic Man. Si mettono in tre, alla fine, a spiegarmi: in lingua afar significa lava e, di conseguenza, anche questa regione è Manda. La macchina se ne va a zigzag fra cordoni di pietre nere, affioramenti di gesso, lagune di sabbia molle. Salpiamo per una grande spianata polverosa. Sfioriamo i cumuli di un cimitero. Un villaggio ci appare come disabitato se non fosse per una donna che passeggia con una bambina. Non ci sono tracce di auto sul nostro cammino. Slittiamo in alcuni passaggi. Il cielo si è schiarito. La polvere è come farina, la bellezza della Dancalia si fa davvero desolata, la pista sbanda alla ricerca di varchi nei cordoni di lava. C’è cenere sotto le ruote. I ciottoli sono come sbiancati dal sole e formano sculture impazzite e taglienti. Un uomo cammina solitario in questo paesaggio devastato e spettacolare. Non ha greggi, non ha nemmeno una ghirba d’acqua e, diversamente dai suoi fratelli, porta il bastone su un’unica spalla. Cammina e non mostra curiosità del nostro passaggio. Alza appena la testa.

Marahà, la montagna che si allontana

 

Fatichiamo a trovare la nostra rotta. E’ come cercare la via di uscita da un labirinto. Ci si mette anche l’anello circolare del vulcano Marahà a ingannarci. Questo vulcano, strepitoso a vedersi dal finestrino di un aereo, è un’illusione ottica. Ben lo sanno gli afar (possono sempre prendermi in giro, sia ben chiaro, è un loro diritto) che hanno battezzato questo vulcano con un nome da gioco di prestigio: questa è ‘la montagna che si allontana’. Ed è vero: più ci avviciniamo, più il vulcano è lontano. Sembra a un passo e lui si sposta sull’orizzonte. A un certo punto rinunciamo a inseguirlo. Ci appare come una fata morgana capace di attirarci in una trappola. E’ un anello di tufo. Se fossimo su quell’aereo che svolazza sopra di noi, vedremmo anche il meraviglioso lago dalle acque scure che si è scavato una culla nel cratere. Il Marahà somiglia come una goccia d’acqua ad Ayers Rock. Solo il colore delle sue pendici quasi verticali è diverso.

Incontri

La linea dei vulcani, adesso, è nitida. E’ come se si fossero messi in parata. Una retta di fuoco sull’attenti di fronte alla pista dei viandanti. Gli afar mi confondono le idee con la loro toponomastica. Khadir fa del suo meglio. Zehino non ha voglia di rispondere alle domande. Dunque, la successione dei vulcani dovrebbe essere questa: Amaitoli, Ale Bogu, Erta Ale, BoraAle, Gabuli (lo chiamano anche Dalafilla) e Alu (che poi dovrebbe essere l’Eiscia Ale). Sono nomi cangianti, la geografia di questi deserti si camuffa dietro azzardate toponomastiche e traslitterazioni. Ognuno, da queste parti, si tiene la propria libertà di battezzare un luogo.  In fondo a questa linea di fuoco c’è anche il vulcano Catherine. Dovrò raccontarvi anche questa storia.

Denti di pescecane

Zehino parla poco, ma dice cose preziose: Amaitoli sta per ‘il luogo degli alberi’. I nomi qui significano, non sono fantasie gratuite. E scavare il significato delle parole è una fatica necessaria se almeno si vuole venire a capo di una storia.  L’Amaitoli è  un vulcano che interpreta il suo ruolo da grande attore: un cono dalle geometrie perfette che punta direttamente verso il cielo sbiadito. Appare come dipinto da un acquerellista leggero, un artista capace di camuffare la violenza di questa montagna. Gli alberi stanno attorno alla sua base. Lo guardiamo da lontano. Continuiamo a saltellare su cordoni di lava. Zehino impassibile. Asfaw sbuffa. Un ultimo balzo. Ecco la piana, ecco la polvere, brezza di vento che fa volare i cespugli secchi. Sono passate due ore dalla nostra partenza. Questo luogo lo conosco, tutti gli esploratori alla fine approdano in questa piana improvvisa e tenace. Si chiama Dodom. Qualcuno scrive Rorom. La gente che abita qui fa parte, appunto, degli afar Rorom, popolo semplice i dancali. Miraggi sbrilluccicano lontano, danno l’illusione dell’acqua, ciuffi di palme sembrano galleggiare al confine fra terra e cielo. Laggiù c’è Karswat. Zehino precede la mia domanda: ‘E’ il luogo dei piccoli alberi’. Mi prendi in giro, vecchio afar? Ci credo, perché i tuoi occhi vedono quello che io non riesco a scorgere.

I piccoli alberi

Il luogo dei Piccoli Alberi

I tetti di lamiera degli unici due edifici in muratura di Karswat sono la bussola di Asfaw. Ogni tanto occhieggia Zehino per rassicurarsi di stare seguendo la giusta direzione. E’ un luccichio che appare e scompare oltre la linea di alcune tozze colline di detriti. Asfaw le indica, aumenta leggermente la velocità, ma io non vedo altro che un orizzonte confuso e tremolante. Alla fine un raggio di sole illumina di colpo lo specchio dei due tetti. Siamo arrivati. Tre ore di macchina per attraversare la piana dove Nesbitt e i suoi amici quasi ci lasciarono la pelle. Noi non ci siamo fermati nemmeno alle pozze che pur dovrebbero esserci in mezzo a questa piana.

Nursery per dromedarie

E’ vero: ci sono ‘i piccoli alberi’. Collinette di tamerici, di arbusti africani, di cespugli che battagliano con l’aridità della Dancalia pur di sopravvivere. Karswat non è un villaggio. Non so cosa sia: non c’è un centro, non c’è una strada, non ci sono spiazzi. I due magazzini sono le prime costruzioni mai sorte in questo angolo di deserto. Nessun esploratore cita questa località. Ma, nascoste dalla vegetazione, qui attorno ci sono decine e decine di capanne. Burra tondeggianti. Gli afar non amano gli angoli retti e i rettangoli. Adorano i cerchi e le sfere. Qua, dice con un singulto Zehino, abitano duemila persone. Un mucchio di gente. Fanno gli allevatori di dromedari, i mandriani, pastori seminomadi. Posseggono vacche magrissime e dall’aria rassegnata. I pascoli sono aridi. Questa gente si sposta con le piogge, con le dagu  che seguono l’improvviso fiorire di una stentata prateria. Sono tutti armati a Karswat. L’ak-47 è amato come una donna. Lucidato e ingrassato. Afar svegli: sanno di aver avuto la fortuna di essere lì, a un passo dalle pendici dell’Erta Ale. Da principio non capivano perché i bianchi volessero salire in cima a quella montagna, poi hanno imparato una semplice lezione di economia: l’Erta Ale è un affare, un business, i bianchi pagano per salirci sopra, pagano per ingaggiare guide e affittare cammelli. E così la gente di Karswat ha cambiato qualche abitudine clanica, si è trovata la modernità occidentale davanti alla propria capanna, da tempo le razzie erano diventate uno strumento inutile e pericoloso e quindi, senza nemmeno immaginarlo e a modo loro, hanno messo su una cooperativa. Da intrusi, gente da guardare con diffidenza, gli stranieri si sono trasformati in denaro contante. E con i soldi si può comprare il mondo. Pallottole per gli ak-47 e quaderni (quaderni?) per i bambini. I soci della cooperativa contano ancora poco, perché è il capovillaggio a decidere chi è che lavora quando arriva un nuovo gruppo di turisti. E il capo appare non appena mettiamo un piede a terra davanti alla capanna destinata a ospitare (a pagamento) la nostra sosta. Karswat è un crocevia dei viaggi in Dancalia: qui bisogna chiedere il permesso per salire sull’Erta Ale, bisogna pagare tasse e imposte, ingaggiare cammelli e cammellieri. Karswat deve essere un nuovo villaggio: nessuno, fra i grafomani dell’età delle colonie, ne parla. E’ un posto importante: il governo dell’intera regione afar, quando ci siamo passati noi, era affidato a un notabile nato fra queste capanne invisibili.

Ghlisa, mille anni fa

 

Ghlisa nel 2018

Conosco il capo di Karswat: ormai è il ras della zona, i soldi del turismo stanno facendogli perdere la testa. Ha occhi avidi. Magro, un po’ ringobbito, ruvido come carta vetrata, muscoli degni di un antilope in buona forma. Ha potere, Ghlisa. Un tempo non masticava chat. Ora stacca nervosamente una foglietta dopo l’altra da rami arrivati fino a qua dai mercati di Harar. Ha sempre una poltiglia verdastra in bocca. Indossa una sorta di camicia oramai ingrigita dall’uso. Futà a proteggere le gambe. Ciabatte ai piedi. Fucile tenuto per la canna e poggiato sulla spalla destra. Capelli crespi. Baffi lucenti e pizzo scuro da grande uomo. Ghlisa non parla. Ti dice le cose con gli occhi. Gli piace avere un tono accigliato. Cura, con esperienza, la sua fama di uomo brusco, ma intuisce che il mondo attorno a lui sta cambiando con troppa velocità e allora ha inconsapevoli atteggiamenti da businessman dei deserti lavici. Accanto a lui c’è un vecchietto dall’aria arzilla e spiritosa. Ha la barba rossa di hennè e un sorriso soddisfatto. Devono appena aver finito di mangiare Ghlisa e il vecchio. Ho sentito parlare di lui: è Belah Assabò, guida celebre, uomo stimato in questi deserti, ricercato da chiunque sia sceso in Dancalia per girare video e film. Dove lo trovi uno come lui: il suo viso ha gli stessi colori di questa terra. Deve essere un’autorità. Zehino, impassibile, lo saluta con deferenza.

Gli insegnanti di Karswat

Baciamano/5

Zehino, il ribelle, il guerriero, il bandito, prende, con una delicatezza ruvida, la mano di Belah Assabò. Il vecchio lascia fare, china leggermente la testa, il suo braccio si allunga. Zehino porta la mano alla bocca con un gesto brusco, ma gentile. Bacia il dorso della mano di Belah. Il vecchio ruota le dita, le due mani si intrecciano e, questa volta, è Belah a tirare, con un movimento veloce, il braccio di Zehino. Il baciamano viene ricambiato. E’ come una danza di burattini. Non è un atto di galanteria. Le labbra si stampano sulle ossa di mani magrissime. Non c’è schiocco: si posano sulla pelle, vi rimangono un attimo e poi c’è uno scatto e la mano vola verso l’altra bocca. Le teste rimangono rigide, gli occhi seguono i  movimenti, nessuno cambia espressione. I baci sono almeno quattro. Veloci, privi di fronzoli, ma sinceri. Un segno di riconoscimento reciproco. Qualcosa di più che un saluto. Sui libri degli esploratori e degli antropologi avevo letto che il baciamano afar era un rito di potere. L’uomo della classe sottomessa riconosceva l’autorità dell’uomo della classe dominante. Si incontravano ai pozzi e la piccola cerimonia aveva luogo senza una sola esitazione. Non c’entrava l’età: era un questione di rango. Ma Zehino e Belah sono pari. Hanno storie di ribellioni in comune, hanno vissuto da partigiani con una confusa idea di libertà in testa. Il baciamano è una storia fra vecchi compagni. E’ la felicità del loro ritrovarsi. Due baci a testa. E poi comincia la lunga litania dei saluti, delle dagu, delle notizie, delle parole che raccontano della salute di uomini e mandrie. Gli occhi non si guardano, si intrecciano le parole.

Nessun afar bacerebbe la mano di una donna. Ma anche le donne, fra loro, si baciano le mani. Tempi moderni: chiediamo a due afar di ripetere il rito dell’incontro. Comparse degne di un buon film: recitano alla perfezione la cerimonia del baciamano. Poi ridono contenti e se ne vanno con il nostro compenso svolazzante in mano. Camminano verso una pietraia di sassi grigi, l’eco riporta a lungo le loro risate tranquille.

Derder Eto e il suo ritratto

 

Dader Eto ha un cuore d’oro

Con Dader Eto ci siamo arrampicati fino al cratere dell’Erta Ale. E’ stata la nostra prima guida verso la vetta del vulcano. C’era Anna. C’era Daniela. Nessun altro. In cinque ore di salita, in una notte passata fra le rocce, in un lungo girotondo attorno al cratere e, infine, in una discesa interminabile, avrà pronunciato quattro parole. Alla fine prese il suo compenso, voltò il culo sodo di muscoli e se ne andò senza nemmeno un cenno della testa. Non siate sorpresi: mi piace Dader Eto. Mi piace questa gente che se la vive momento per momento. Ti dicono senza dirlo: siamo stati assieme un po’ di tempo, ma ora è finita. Senza fronzoli, senza ipocrisie, senza esotismi di maniera. Comincia così e così finisce. D’altra parte, eravamo stati avvisati: gli afar assomigliano ai loro ciottoli di lava. Devi avere cautele, ma è bella gente, ti puoi fidare, mantengono quello che promettono.

Giocare a Karswat

Un anno dopo trovo Dader Eto rabbonito. Devono essere giorni migliori. Non credo che ci riconosca. Si impossessa delle fotografie che gli abbiamo portato, ma le tratta con indifferenza. Le molla ai bambini. Asfaw lo saluta con un sorriso. Dader è venti centimetri più alto di lui. Sono tranquillo: noi veniamo dalla parte giusta, Ghlisa, il suo capo, non ama quelli che scendono da Nord, non vuole che la gente della montagna decida per lui che cosa fare dei turisti; ha occhio di riguardo, invece, per chi sale da Afdera. Dietro deve esserci una storia di clan. Ghlisa, questa volta, è meno torvo del solito perché ha bisogno di fare una telefonata. Chi devi chiamare, vecchio capo altezzoso? Prende l’apparecchio satellitare, tira fuori un foglietto di carta, digita i tasti e comincia a urlare nell’aria. Cinque minuti di grida. Bella scena. Già che c’è Ghlisa ci chiede quaderni per i bambini della scuola. Loro, i bambini cenciosi fanno quello che devono fare: chiedono penne ai turisti bianchi. Mi disinteresso di loro.

Le ragazze di Karswat

Questa volta mi informo (meglio: mando Khadir in giro a fare domande discrete): Ghlisa appartiene al clan dei Dahamela (gli esperti li chiamano Dahi-m mela), clan importante, il più numeroso, per quel che ne so, della famiglia degli afar bianchi. Patriarca era Dahilon, ‘colui che ha delle vacche’. Qui le vacche sono il patrimonio e il culto. Il nome del clan deriva da qualcosa che significa ‘bovino di due anni’. So che ci sono storie di eredità contese nella genealogia di questa gente (uno si impossessò della metà dei beni della famiglia e lasciò i fratelli quasi a bocca asciutta: la madre non se la prese più di tanto, ebbe un altro figlio e lo chiamò: ‘mattino di buon augurio’). Ghlisa deve saper destreggiarsi bene: a Karswat vive gente di altri clan. I Seka hanno lontane origini arabe e genealogie marabutiche. Ci sono anche famiglie Dammohoyta. Ho conosciuto questo clan una volta che mi arenai sulla costa dancala. I Dammohoyta derivano il loro nome da una erba che riesce a crescere nelle steppe che accerchiano le Alpi Dancale. Si sono spinti fino a qui. Sono ‘afar rossi’. Sui libri si legge che erano i padroni di questi deserti, una dinastia di sultani e di capi. Si vede che Ghlisa ha ben nascosto questi libri: qui il comando è suo, che gli altri stiano al loro posto. ‘Si vive in pace a Karswat’, ci tiene a dirmi Khadir.

Abbeverata

Le vacche perdute/6

Questo era il regno dei sultani del Bidu. Devono essere grati alle vacche i Dammohoyta se il loro territorio si estende fra la costa e le prime pendici dell’altopiano etiopico. Fu ‘Arkefar, figlio di ‘As-Ga’as, a inseguire una mandria perduta. Le bestie si erano incamminate verso occidente e nessuno le aveva più viste da giorni e giorni. ‘Arkefar era un giovane tenace, ritrovò le bestie nelle terre dei Dulum. Il re di quelle regioni non si fece sfuggire le qualità del ragazzo e non esitò a offrirgli in moglie la propria figlia Fatuma. Fu la sua gente a non essere d’accordo: come poteva il re concedere la propria figlia a uno straniero? Il re non volle sentir ragioni, ma il suo popolo, per acconsentire alle nozze, pretese una dote esagerata: 40 giovenche, 40 vacche con un vitello, 40 vacche adulte, 40 tori, un bracciale di perle, un bastone d’argento. ‘Arkefar non batté ciglio: pagò la dote di Fatuma, il matrimonio si celebrò pochi giorni dopo. Dopo alcuni anni il re dei Dulum morì e il ragazzo ereditò il regno. Le vacche perdute avevano permesso ai Dammohoyta di ingrandire il loro piccolo impero nomade.

La scuola di Karswat

So bene che, ora, non contiamo più nulla. Asfaw e Khadir devono trattare cammelli e cammellieri. Non è storia che ci riguardi, saremmo solo un intralcio. I due si appartano con Ghlisa. Una delle due ‘capanne degli ospiti’ è occupata da una riunione di capofamiglia. L’altra è libera: affitto cento birr. Prezzi fissi fra gli afar. L’arrediamo con le nostre stuoie. Ma vale la pena andarsene a fare un giro qua attorno. Verso oriente, verso la linea delle lave. Eredità, ci dicono, del vulcano Ale Bogu. Discussione sulla traduzione: ‘monte Pancia’? Oppure, e mi piace di più, ‘bianco e nero’. Karswat è cresciuta sulle sponde di un wadi. L’acqua, figlia delle piogge dell’altopiano, arriva in estate. Ma nel suo alveo i pozzi sono generosi. Ragazzi afar fanno gli sbruffoni: tirano su secchi su secchi e versano l’acqua in pozzanghere circolari, i dromedari si avvicinano e bevono con falsa lentezza. Karswat è una sorta di nursery: le cammelle sono incinte, passeggiano e ruminano con una tranquillità indifferente. Hanno una pancia simmetrica, che assomiglia a un pallone da rugby. Noi bianchi dobbiamo dare un nome per forza a qualsiasi cosa. Khadir si inventa che questo wadi è dedicato ad Alì Waaido. Fu lui a fondare il villaggio. Quando? Chiedo troppo. Le ragazze si allontanano lanciandomi occhiate cattive. Ho la macchina fotografica al collo e questo a loro non piace. Mi siedo in mezzo al fiume e lascio che i dromedari se ne vadano in su e in giù fra le pozze.

Incontri

Siscu, Cristina e un russo da lasciar perdere

E poi capita che te ne stai nella capanna ad ascoltare le voci dei capofamiglia riuniti a un passo da te. Studi con distrazione le architetture della cupola della burra, intreccio di legni curvi. Passa la polvere e il vento, ma il sole non filtra. Dormicchi sulla stuoia. E, improvvisa, un’ombra agitata e bella si affaccia come se passasse di lì per caso. Non avevo sentito la macchina arrivare. E’ Cristina. Parla un inglese che non è la sua lingua madre. Meglio passare subito allo spagnolo. ‘Y entonces….’. Ma lei è catalana. E deve costarle un piccolo sforzo di orgoglio represso parlarmi in castigliano. A volte le alchimie degli incontri sorprendono. Mi alzo come se fosse suonata una sveglia e Cristina è già un’amica, una sorella, una complice. Capita, a volte. C’è anche Siscu. Bello e giovane anche lui. C’è anche un russo torvo, uno senza scampo, che deve aver giurato di dover far pagare al mondo il suo passaggio su questa terra. Me lo ricordo perché se devo immaginare un demonio penso a lui. La faccia bruciata dal fuoco, una barba da ragazzo, ma già ispida e invecchiata, i gesti a scatto dell’uomo che ha smarrito il cuore e sa che non lo ritroverà. Che ci fa con Cristina e Siscu?

Paesaggi

Siscu ha quasi quarant’anni. Lei deve essere più giovane. Non so niente di loro. Non li ho più rivisti. Ma qualche volta, sugli schermi di un computer, ci siamo ritrovati. Ho guardato le loro foto. Hanno volti senza rughe, i due ragazzi. Hanno la vita in mano e sanno cosa farne. Allora viaggiavano per l’Africa con tutta l’allegria possibile. Tranquilli, come cormorani in migrazione. Erano scesi dalla Tunisia, avevano attraversato la Libia, seguito controcorrente il Nilo fino a Khartoum. L’Etiopia è là vicino. E già che si ci siamo, si sono detti, andiamo fino in Dancalia. Con un russo rimediato per strada e due scouts dancali per niente felici di essere lì. Cristina e Siscu non avevano capito che gli scouts erano con loro perché sognavano di mangiar capra ogni sera. Niente da fare. In più erano giorni di tensione in Dancalia. I due ragazzi erano appena sfuggiti all’agguato dei banditi a Dallol e, invece di ritirarsi per la montagna, avevano proseguito verso Sud. Eccoli a Karswat. Non vai in Dancalia e ti lasci dietro l’Erta Ale senza salirci sopra. E poi dovevamo incontrarci. In tre minuti ci raccontiamo le storie di una vita, loro ci dicono del loro viaggio, degli amici lasciati in Catalogna. Prevedono di fermarsi almeno quattro mesi da queste parti, a dare una mano nell’orfanotrofio di un missionario spagnolo a Wukro. Hanno occhi innocenti Cristina e Siscu. L’innocenza li guida attraverso l’Africa. Passiamo minuti di incanto con loro. E ci dimentichiamo dei banditi. Sorridono come bambini. Si stupiscono del mondo. ‘Siamo fortunati a poter vivere così – dice Cristina – E vogliamo godere di questa fortuna. Utilizzarla tutta. Fino all’ultima goccia. Siamo felici di avervi incontrato ai piedi del vulcano. Bastano cinque minuti: la chimica e la buena onda hanno fatto un miracolo. Non ci dimenticheremo delle parole e della pace di questo incontro’. Questo non la ha detto lì, Cristina. Me lo ha scritto dopo. Mesi dopo. ‘Speriamo di ritrovarci’. Non accadono queste cose, non ci ritroveremo. O forse sì, ma non sappiamo spiegarlo al nostro corpo. Il russo lo abbiamo lasciato perdere: è condannato e vuole portare all’inferno tutti coloro che incontra.

Lavagna

Ho visto, con malinconica rassegnazione, Cristina e Siscu scendere nel vulcano, diventare piccole visioni colorate lungo i sentieri di lava. ‘Non possiamo stare tranquilli in un posto’, avverte Cristina. Ora vivono in Catalogna, in un paese che si chiama Igualada. Non so dove sia. Sì, sono tornati a casa. Hanno viaggiato per 650 giorni. E non hanno inondato di poesie il loro blog di viaggio. Non è stata una superimpresa. Bastava andare avanti. Siscu è un ottimo meccanico. E a un certo punto, il viaggio finisce: ‘The end. That’s all’. Già, 52mila chilometri da Tunisi a Città del Capo e questo è tutto. Ed è vero che è così. Una normale anormalità. Incontri della Dancalia. ‘Sì, aquì estamos – racconta Cristina – Siamo tornati da quattro mesi. Ci siamo ritrovati a casa, assolutamente ritrovati con la nostra gente’. Ma la macchina, un fuoristrada bianco con tanto di tenda sul tetto, è giù, a Città del Capo, e aspetta una nuova partenza.

Le ragazze di Karswat

‘Quindi non ci volteremo’

Cristina e Siscu mi hanno felicemente distratto. Nella capanna dove erano riuniti i capofamiglia, ora si sono affollati i nostri autisti: parlano con la guida dei due catalani. Per avere informazioni. Sono gente pratica. Hanno famiglie. Non vogliono correre rischi inutili. I turisti sono un lavoro ben pagato in queste terre, ma un limite da qualche parte va pur messo. Bisogna sapere cosa c’è davanti. Cosa aspetta la nostra carovana dell’era moderna. Abbiamo bisogno di dagu, strumento di un’altra epoca.

Gli uomini si sono messi in cerchio e ascoltano. In cerchio come se dovessero mangiare dal piatto comune. Il cerchio sta a significare uguaglianza, nessuno insegna, nessuno comanda, nessuno ha più potere dell’altro. Scivolo nella capanna e mi accoccolo fuori dal cerchio. Alle spalle di Tessema. Che, paziente, traduce per me. L’agguato è avvenuto due giorni prima. Un colpo di mano. Una trappola semplice e istintiva. I banditi conoscevano bene le abitudini dei turisti in visita ai geysers di Dallol. Hanno atteso che arrivassero, che cominciassero la loro escursione su quella collinetta di sale e gas magmatici. Gli scouts li avrebbero seguiti, con le macchine sarebbero rimasti solo gli autisti. L’attacco, poi, è stato facile. E’ probabile che i banditi avessero passato la notte infrattati a Dallol, perché un gruppo di uomini in groppa a dromedari, si vede da lontano in quel deserto di sale. C’è stata una sparatoria, Hussein uno dei capi del villaggio di Ahmed Ela, si è accorto di quanto stava accadendo: si è gettato giù di corsa dalla collina e ha sparato con una pistola, i banditi hanno risposto con una sventagliata di khalasnikov e Hussein ha dovuto ripararsi a terra. Si è ferito a una gamba. Gli aggressori hanno messo in moto una macchina, distrutto il motore all’altra, costretto gli autisti a seguirli. Fine della storia. Sono spariti verso il deserto. In direzione dell’Eritrea. Che sta lì, a due passi. Erano armati pesantemente. ‘Non erano degli sbandati, quelli erano militari’, dice chi racconta. Questo confine è conteso fra due paesi in guerra. E’ arrivato l’esercito etiopico ad Ahmed Ela. Stanno organizzando le ricerche degli autisti. Ma si sa che non riappariranno tanto presto. Si chiamano Ermias e Gudina. Contano poco nel risiko di questa Africa. Se fossero stati dei bianchi a essere sequestrati, si sarebbero mossi ministeri, poliziotti e gente dei servizi. Si sarebbero avviate trattative con gli eritrei e pagato un riscatto. Ma queste sono banalità da moralista, spreco di buon sentimenti. I turisti hanno già ripreso il loro viaggio. Avranno qualcosa da raccontare nei loro salotti. Tessema si deve sposare e pensa che avrebbe potuto esserci lui al posto di quelli che hanno rapito. E’ la lotteria della vita. E di queste terre.

Quaderno

Questa volta parliamo di quanto è accaduto fra tutti noi. Asfaw e Tessema ora ci tranquillizzano: credono che non vi sia più alcun pericolo. La presenza dell’esercito è un buon deterrente. Non si torna indietro. Io cerco, nel mio zaino, un libro di altre terre, lo ha scritto il più grande nomade sahariano del secolo scorso, si chiamava Thèdore Monod, non lo trovo, eppure ero certo di averlo portato con me. Non fa niente,  so che c’è una pagina che racconta degli ‘stranieri e viaggiatori sulla terra’. E’ che anche per noi, turisti mascherati da nomadi, l’ora conta più del domani. Si negano i pericoli e le inquietudini. Ecco: non si pensa. La pace e la sazietà sta nell’andare. Non c’è una vera ragione di proseguire, non siamo obbligati, alle nostre spalle abbiamo luoghi in cui potremmo passare bei giorni. Davanti c’è gente che spara (dovunque c’è gente che spara), ma non è possibile fermarsi. Ascoltiamo Tessema e Asfaw (Khadir si è defilato, gli scouts sono indifferenti o, forse, hanno già confabulato con i nostri due autisti) e sappiamo di poterci fidare di loro. Se dicono che si può andare, andiamo. La libertà senza emozioni, una ‘libertà in gabbia’, non vale il cuore che batte mentre ci rimettiamo in cammino. Lasciamo Cristina e Siscu con promesse avventate e bellissime. C’è sempre una addio disperato e struggente da compiere come cerimonia. I più malinconici trovano il modo di dare un ultima occhiata. Poi distolgono lo sguardo e si va. Abbiamo imparato dagli afar. ‘Quindi non ci volteremo’.

Nel frattempo è stato raggiunto l’accordo con Ghlisa per la salita al vulcano. I dromedari sono già in cammino.Dader Eto sale sulla nostra macchina: ancora una volta sarà lui ad accompagnarci in cima all’Erta Ale. Densità di khalasnikov fra i sedili. Le canne dei fucili sbatacchiano fra loro.

Derder Eto e il suo fucile

Distrazione armata/Avtomat Kalashinikova obrazca 1947 goda

Sdoing di fucili fra i sedili del nostro fuoristrada. Alla fine gli scouts  se li infilano fra le gambe tirando su la sottana. Mi distraggo. Vado a memoria. Nella mia cucina (casa di campagna, olivi attorno, paesaggio toscano, casa troppo piena dove le storie si sono confuse con gli oggetti e nemmeno un fisico quantista saprebbe più orizzontarsi. E’ l’orribile bellezza dell’accumulo) c’è una bella foto che mi ritrae, giovinetto, mentre prendo appunti accanto a un fascio di ak-47. Ho la barba nera, sembro davvero un cronista di guerra. Delle guerre di quel tempo. L’ak-47, arma automatica, modello del 1947, progettato nelle Repubbliche Sovietiche (il miglior prodotto del comunismo: è tutto dire!, è il fucile più celebre e più diffuso del mondo. Ce ne sono in giro, a leggere le fonti, almeno cento milioni di esemplari. C’era mille anni fa (guerra di indipendenza dell’Eritrea, storia degli anni ’80 del ‘900), quando fu scattata quella foto che ho appeso, con dissimulata vanità,  in cucina. C’era ben prima: i viet-cong ci vinsero una guerra impossibile con l’ak-47. C’è ancora oggi. Arma dei poveracci, ma efficace nelle guerre degli straccioni e nelle guerriglie. Oramai è uno status-symbol. Da queste parti, come altrove. Ha preso il posto delle lance fra i pastori delle savane africane. Il costo di questo fucile si calcola in vacche fra i mandriani turkana o pokot. Nessuno, qui in Dancalia, come altrove in Africa, si separerebbe un solo istante dal suo kalashinikov. Guardo il fucile che Zehino sorregge con una mano con fasulla disattenzione. In realtà, l’arma è un terminale nervoso del suo braccio. Gli ak-47 che sbattono l’uno contro l’altro nella nostra macchina sono stati fabbricati in Cina. Mi invento un collegamento internet e mi informo: calibro 7 e 62, pesa 4 chili e trecento grammi con dentro le pallottole, spara 600 colpi al minuto (ce le hai, Zehino, 600 pallottole?), è lungo 870 millimetri (la canna è 414 millimetri, quattro rigature). Uccide a 700 metri di distanza. Attenzione: se spari a mitraglia ha la tendenza a impennarsi verso destra. Cavolo, Zehino è seduto alla mia sinistra.

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