L’uomo astratto

 

Le sei del mattino sono una buon’ora per passeggiare nella città antica. I giornali non sono ancora arrivati, Franco è sempre il solo che incontri all’alba. Vende giornali e ha le chiavi della chiesa del Purgatorio. E’ l’ora migliore, l’ora dei pensieri leggeri. So che gli scrittori diurni preferiscono le ore dell’alba. Lo facevano Montale e Moravia. Lo fa Sergio Ramírez. Ma questo non l’ho pensato, mi è venuto in mente dopo. Non ho pensato a niente mentre camminavo. Anche io scrivo meglio al mattino, ma mi ostino a cominciare a mezzanotte, dopo aver fatto di tutto per non scrivere. Sfuggo. Così mi dò un alibi.

In via Ridola, ho guardato alcuni runner dall’aria niente affatto felice. Sono passato davanti a una casa dall’aria nobile: è in rovina. Ha un grande parco, nessuno lo cura più da anni. Mi piacerebbe varcare la cancellata e trovare tracce.

Un uomo in sedia a rotelle, selvatico, barba da bandito, capelli arruffati, sigaretta in bocca, pesante fino all’obesità, gambe ingessate se ne sta davanti al grande portone, un filo di fumo lo accerchia, non ha importanza il corpo. Non dice nulla, non mi vede passare. Dentro, lo spazio è deserto. Mi siedo, sono in anticipo, mi va di aspettare, fingo di leggere. Passano ragazze giovani, dall’aria di sonno. Parlano fra di loro. Di turni, degli esami. Nessuno a cui chiedere, deve essere l’ora del niente. Un grande mosaico del 1961. Guerricchio e i suoi colori autunnali della città antica. Ci sono i buoi. E i contadini di schiena. So che morì nel giorno dell’inaugurazione di una sua mostra. Vado all’ascensore, scendo e salgo le scale. Primo piano. Fatico a orientarmi. Poca gente in attesa. Non trovo nessuno. Entro nel reparto con titubanza. Ma non c’è un solo movimento. Trovo uomini in rosso. Mi dicono di aspettare. Giro di fogli. Ridiscendere, piani sotterranei, pronto soccorso, una dottoressa mi aspetta fuori dalla porta, la conosco già, adesso vedo un tatuaggio nel suo braccio, cerco di leggere cosa ha scritto sulla pelle, non ci riesco, gira appesa a una flebo anche lei. ‘Devo fare una gara e ho avuto un incidente’, spiega. Riempie un foglio, me lo restituisce, ‘buona fortuna’. Risalgo le scale. Ho cercato di capire che gara sia. ‘Ostacoli’, mi ha risposto. Mi piace.

Stanza numero 18. In fondo al corridoio. Vicino alla terrazza inaccessibile. Un uomo è rannicchiato su stesso. Le mani sono invisibili. Maglietta a righe. Pantaloni grigi di una tuta. Non si sveglia. Ha occupato l’armadietto del mio letto. Mi sposto sull’altro. A un certo punto si sveglia, si mette in piedi con una manovra di fatica. E’ di schiena, si toglie la maglietta. Rimane a torso nudo. Conto le sue vertebre. E’ curvo, alieno, un bianco avorio malato. Le spalle incurvate, le braccia come rami di un albero morto trent’anni fa. Tira fuori una camicia di pigiama. La indossa con sforzo. Poi sopra mette la maglietta che si è tolto. Non respira. Lo saluto. Non ho nessuno risposta. Non credo che mi veda. Il mento è incassato nella bocca che è sempre semiaperta, i capelli sono lerci, mal rasato, occhi infossati e perduti. Per un momento penso che sia cieco. Entrano gli infermieri e lo chiamano. Lui non può, non sa, non vuole rispondere. E’ un uomo astratto. Uno scarto. Avrà vissuto tutta la vita così. Un infermiere cerca di scambiare una parola, cerca di convincerlo a fare colazione. Lui non risponde. Forse il gesto della mano è di fastidio. A dire: ‘Lasciami in pace’. Si rannicchia nuovamente nel letto. Sul comodino c’è una confezione da tre biscotti aperta. Passa un medico: ‘Io non so nemmeno perché sia qui’. Non l’ha mai saputo nessuno, credo. Qualcuno deve saperlo.

Entra un ragazzo con il camice. Ha un’aria sapiente. Deve averlo chiamato la donna dalla maglietta bianca che lo segue. Il medico si siede, l’uomo astratto è girato verso l’armadio, non fa alcun movimento. É ancora di schiena, volge sempre la schiena al mondo, non vuole girarsi. La donna dice: ‘Signor Giovanni, sta dormendo? Il medico le sta parlando da questa parte’. Allora l’uomo ha un nome! Non risponde. Solo al terzo tentativo, lui si volta. Giuro che non li vede. ‘Lei ha dei familiari?’. La voce è un’oscurità, non viene fuori da un corpo, è una voce da sottoterra. Dopo un minuto, dice ‘No’. ‘E’ da solo? Non ha moglie? Dove abiti, Giovanni?’. ‘No’. ‘Come si sente? Ha preso le medicine?’. Lei cerca nella borsa dell’uomo astratto.  ‘Ha figli?’. Che giorno è oggi? ‘Risponde: ‘Lunedì’. ‘Lunedì?’ ‘Martedi’. ‘Martedì?’. Giovedì. Giovedì. Che mese è. Giugno. Che anno è. Esitazione. ‘Sempre solo ha vissuto?’. ‘Mia sorella’. ‘Ha una sorella?’ .Vive vicino’. Non può venire? ‘E’ malata, ha la depressione’. ‘Non ci stanno qui altri parenti?’. ‘Una sorella’. Un’altra? ‘Vive all’estero’. Dove? ‘A Udine’. C’è un fratello. Forse. L’uomo ha un’aria stanca, seccata, non cambia espressione, ma le ciglia raccontano. Si alza. Ciabatta verso il bagno senza dire nulla. Il medico, un giovane psichiatra e la donna, una brava assistente sociale, rimangono soli. Io non esisto, sono alle loro spalle. ‘E’ lucido’, dice il medico. ‘Una minirete d’appoggio ce l’ha’. Telefona a un collega, al paese dell’uomo astratto: ‘Bipolarità di tipo due. Ciclotimia’. Al telefono gli risponde una voce lontana. All’apparenza, il collega non vuole altre grane, suggerisce di chiamare un altro. Uno psicogeriatra. L’uomo ha più di settanta anni. Quando anni mi mancano ai settanta anni? Scopro che già sono nell’età della psicogeriatria. Ho appena letto che ti aspettano almeno altri tredici anni di grandi storie. Chi glielo spiega a Giovanni? Ora afferro parole: affidamento, presa in carico. Se ne vanno. Non aspettano che esca dal bagno. Lui rientra, si rannicchia nuovamente.

Arrivano due infermieri. ‘Vieni Giovanni, devi venire al tuo reparto, questo non è il tuo’. L’uomo si rannicchia ancor di più, fino a scomparire. Ma non riesce a svanire. So che lo vorrebbe con tutta la sua poca forza. Mette le mani a proteggere il petto. Un medico ripassa e ripete: ‘Io non so nemmeno perché sta qua…’. Un infermiere rassicura una sua collega: ‘E’ tranquillo, è innocuo’. ‘Speriamo bene’. Toccano l’uomo, non ha nessuna reazione. Ma si alza. Ubbidiente. Con lentezza. E si stende sul letto mobile. Gli infermieri recuperano le sue ciabatte. Frugano nell’armadietto. C’è una borsa. Portano via tutto. Poggiano le sue cose sul letto. Se ne vanno. Giovanni scompare, sì, ma solo dalla mia vita. E io avrei voglia di seguirlo, di vedere la sua casa, di passare del tempo con lui. Aprirgli la testa e sistemarmi lì dentro.

Dopo mezz’ora arriva un altro uomo. Per occupare il suo letto. E’ uscito dalla sala operatoria. Respira a fatica. E’ anziano. Tiene la bocca aperta, si lamenta. Doveva essere in questa camera. Io ho occupato il suo letto, io ero destinato al letto di Giovanni. Scambi di identità. Gli infermieri hanno portato via anche le borse dell’uomo appena arrivato. Credevano che fosse di Giovanni. C’è un momento di smarrimento, bisogna recuperarle. L’uomo astratto era stato solo parcheggiato.

Sono rimaste delle scarpe. Dei bei mocassini. Non sono certo di Giovanni. Caccio via il pensiero: perché Giovanni non dovrebbe possedere un buon paio di scarpe? Penso di rubarle, non ne ho il coraggio, le lascio lì, armadietto A della stanza numero 18. Scompartimento in basso. Avrei potuto riportargliele.

Due tirocinanti mi accompagnano al torace. Raggi, insomma. Ragazze con camice bianco, con su scritto tirocinante. Primo anno della scuola infermiere. Belle come il sole che nasce. Un po’ spaesate nel labirinto dell’ospedale. Vaghiamo per un po’. Sei ore di scuola, sei ore di tirocinio. Parlano degli esami. Mi sta venendo in mente una trama. Strana scorta per i piani dell’ospedale. Ne sono quasi orgoglioso. Chiedo dei loro corsi.

Sbrigativo, il radiologo. Giovane e pimpante. Trattenga il fiato, respiri. Voglio vedere le mie ossa. Non mi si fila. Catena di montaggio. Tasta la mia maglietta Oxfam come a saggiarne la consistenza.

Nelle mani di Gino Paoli. Tricotomia, dicono. Ho la tentazione di una ricerca internet. Non sarebbe stato saggio. Mi piace affidarmi. Rasoio Gillette, così a occhio. Non sento la lama sulla pelle, ma mi ritrovo spelato dalle cosce in su. Gino Paoli manovra il mio pisello con consumata abilità, ora posso fare l’attore porno, non guardo cosa ha combinato, la mia pancia deve essere orribile, pallida e bianca come un lenzuolo grigiastro. Lascio sul lettino una foresta di peli. Non mi guardo. Assomiglio a una gallina spennata. Color dei lenzuoli. Flaccido.

In camera. Un infermiere con le forbici in mano. Guarda i miei polsi. Ecco, momento di dolce sofferenza. Mi taglia via il lacciolino del Nicaragua. Questo sì è un colpo di lama al cuore. Ricordo la ragazzina che me lo legò al polso durante una sera di danze a La Casa de Los Tres Mundos. Ricordo la sua bellezza. Cosa accade quando ti tagliano una pulsera? No, il braccialetto turkana di Greta, non te lo permetto. Faccio svanire la mano e riesco a togliermelo. Aspetta qui.

Letto. Si tolga tutto. Pudore nelle richieste. Mi tolgo tutto e indosso una tunichina verde trasparente. Me ne sto sul letto, la pancia straborda e io guardo da un’altra parte. Entra l’infermiera. Perplessa nel trovarsi davanti un uomo nudo, con cuffietta e veste trasparente. ‘Vengono a prenderla’. Chiude la porta.

Ti affidi. Mi conosco: cancello ogni pensiero, altri decidono per me, non devo fare niente, sarei un prigioniero modello, un perfetto condannato a morte. Non posso dirlo, ma se ricordo giorni sereni, ho in mente gli ospedali e il militare. Certo, sono sempre stato quello che stava bene, ma certe notti agli infettivi di Firenze, a giocare a carte con ragazzi dall’Aids, sono un puntello delle mie nostalgie.

Non ricordo nemmeno il percorso per raggiungere le sale operatorie. Si copra, fa freddo giù. Non è vero che non ricordo nulla, ora che ci penso, gli occhi dell’infermiera pilota non li ho persi di vista. Avrei voluto fotografare il viaggio dalla stanza numero 18 alla sala operatoria. Una corsa. Il letto è costretto a fare uno slalom per uscire, poi prende velocità. Immagino la scena: i miei piedi (hanno uno strano color mattone), il volto dell’infermiera, la forza delle sue braccia. Cerca di non guardarmi. Lei ha esperienza, naviga per i corridoi con sicurezza. Passiamo davanti ad altre camere, guardo gli uomini e le donne sui letti. Siamo diretti all’ascensore. Immagino la mia telecamera che segue lo sguardo della portantina. Un reality.

E’ stretto l’ascensore. ‘Fa freddo là sotto, copriti’, ripetono. Le portantine diventano contorsioniste. Parlano dei guai del lavoro. Hanno copricapi colorati. Sono allegre, vorrei chiedere di fare un altro giro. E invece, con una manovra quasi da inversione, mi lasciano in una stanza già affollata. E scompaiono in un battibaleno.

Uomini nei letti accanto a me, spalle nude, tutine verdi, cuffie a fermare i capelli, hanno sguardi nel vuoto, non sanno come aspettare. Ci sono timori là sotto. O rassegnazioni. Attese. Speranze. Arriva un terzo uomo disteso in un letto. C’è la fila, insomma. Dodici sale operatorie. Entrano infermiere, medici, strumentiste, anestesisti. Una è francese, un’altra di Altamura. Chi è di Matera? Nessuno qua dentro. Riunione di vecchi amici, sdrammatizzano il tempo. Sfilacciano la tensione. Hanno abitudine. Con banalità, penso ai medici di M*A*S*H, Mobile Army Surgical Hospital. Fa una strana impressione avere tutta questa gente attorno al letto. Come se fossi di casa. Ho privilegi, lo so. L’ultimo arrivato protesta. Vorrei saper scrivere in materano. ‘O vado dentro o mi portate via’. Fa per gettar via il lenzuolo. Borbotta. Ringhia. Si scopre. Non deve avere denti. ‘Se ha impianti, li tolga’, mi avevano ordinato. Tocca alla francese fare un tentativo con il ribelle infuriato: ‘Dovete stare calmo’. Quasi lo cullano. Ma poi afferrano il mio letto e volo in una sala operatoria. Ora fatemi vedere qualcosa.

Ecco, diventa un film. Allora accade: grandi luce sopra di me, afferrano le mie braccia, mi trasformano in Cristo, incerottano il mio corpo, sono in cinque attorno a me. Sono veloci, esperti, tranquillizzanti. Non è solo un affidarsi: è un lasciarsi fare. Con serenità. Ti metti, senza alcuna volontà, nelle loro mani. Penso: quando toccherà a loro che ‘sanno’, quali pensieri attraverseranno la loro pelle? Cerco un pensiero e non lo trovo. Un ultimo desiderio. Non mi viene in mente niente. Qualcuno dà ordini con nomi a me sconosciuti. Percentuali di sedativi. Non mi accorgo nemmeno che entrano in vena. Non mi rendo conto di sparire dal mondo. L’ultima visione è il riflesso del mio corpo sul vetro smerigliato delle grandi lampade (che grande fotografia sarebbe stata, alla Ghirri) e il volo di un lenzuolo. Dicono che ho parlato, ho chiesto. L’anestesista ha calibrato le sue miscele in modo da lasciare fremiti involontari nella mia mente. Come la coda di una lucertola, i miei pensieri si divincolano dal torpore.

Dicono che ho chiesto di baciare l’anestesista. Che ho sognato una stanza rossa. Già, l’altra volta dell’anestesia la stanza si colorò di rosso.

Non ricordo dove mi sono risvegliato. So che ho chiesto che ore sono.

La giovane infermiera arriva dopo un po’, guarda il mio corpo. Io penso sempre al collo di una gallina spennata.

Mi consiglia: devo fare pipì.

(sono tornato per un controllo, l’uomo sulla sedia a rotelle, di fronte all’ingresso, è ancora lì. Le sue gambe sono sempre ingessate. Accanto a lui una coppia, un uomo e una donna di mezza età, stanno vendendo accendini, penne, rasoi…. La loro merce è sistemata per terra. Si sono portati uno sgabello. Non dicono nulla, stanno lì).

 

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