Un vecchio diario (riapparso per dire del tempo passato…come un album di foto di famiglia)

 

 

5 novembre.  All’angolo fra via Nazionale e la piazza della Stazione di Firenze una bancarella, da sempre, vende David di Michelangelo di gesso, sciarpe, magliette e bandiere delle squadre di calcio. Oggi sventola una bandiera arcobaleno della pace. Anzi: la tiene ben spiegata grazie a dei tiranti. Posso fotografare? “Perché me lo chiede. Non mi arrabbio. Io sono un pacifista”. L’uomo ha una fascia viola attorno al collo e sussurra: “Se un altro mondo è possibile, anche la Fiorentina tornerà in serie A”. Sull’altro lato della strada, McDonald’s è scomparso. Murato dietro barricate di legno. Una camionetta dei carabinieri è messa di traverso sul marciapiedi. I ragazzi del Social Forum chiedono informazioni al carabiniere. La Fortezza da Basso è a trecento metri di distanza.

6 novembre. E’ il primo giorno di Ramadam. Nella notte i tam-tam delle moschee lo hanno annunciato: il filo bianco si distingue, alla luce della luna, dal filo nero. In una giornata di sole e gelo, comincia il Social Forum Europeo. Mustafà, 24 anni, fa il manovale al nero per 13 euro al giorno. Alì ne ha 21 e fa l’apprendista in una fabbrica metalmeccanica ad Empoli. Con un contratto regolare. Zakaria ha 15 anni, una bandana attorno ai capelli crespi: alza le spalle sorridendo con furbizia quando gli chiediamo cosa fa. “Ci fai una foto?”. Sono marocchini e sono sul treno semivuoto che porta una manciata di Cobas ed antagonisti toscani a Camp Darby, base Usa nel bel mezzo del parco di San Rossore. I tre ragazzi sono sorridenti. Scherzano. Non hanno mangiato dall’alba: è il primo pomeriggio. “Festeggiamo così”. Li ha convinti a venire un amico palestinese dei comitati di lotta per la casa. Si divertono da morire.

Il treno si ferma alla piccola stazione di Tombolo, un passo dalla pineta e da un campo nomadi. Sole obliquo, luce bellissima. La manifestazione contro la base di Camp Darby è piccola e allegra. Il corteo appare come scampagnata. Vanessa, studentessa dell’istituto per il turismo, gioca con le sue amiche: hanno capelli variopinti, jeans pieni di scritte, ridono come matte. Telefonano a casa: “Mamma, non siamo ancora partite. Ma guarda la televisione. Così mi vedi”. Vanessa mi scrive il suo nome sul taccuino. Con calligrafia piene di stelle. Vuole la sua foto. Mi scrive anche un ‘grazie’ anticipato. Rivedrò Vanessa e il suo gruppetto la sera dopo: prendevano appunti in mezzo a un caotico ed accaldato seminario sull’America Latina. Mi diranno: “Noi siamo le Lolliput”. L’amico sociologo ha un mezzo sorriso come a dire: “Mai sentito”. Il tramonto a Camp Darby è bellissimo. Il capo della Digos fiorentina passeggia disinvolto in mezzo al corteo. Giochicchia con il poliziotto al suo fianco: “Facciamo a chi ne conosce di più? E se non sai chi è quello che ci stai a fare nella Digos?”. ‘Quello’ è un vecchio avvocato fiorentino. Un anziano partigiano con tanto di fazzoletto della sua brigata al collo.

Strano spettacolo di telecamere: è come un gioco degli specchi. Sony digitali dei ragazzi filmano gli scudi della polizia. Ufficiali con i guanti neri replicano filmando con sofisticate Jvc. Un regista smagato non potrebbe fare di meglio nell’incrocio dei contropiani. Poi c’è una batteria di telecamere su treppiede schierate sul tetto di una pizzeria semidiroccata, vecchie rovine proprio davanti ai cancelli della base. Tre occhi virtuali si incastrano l’un con l’altro. E se azzardassero un montaggio comune?

Dal palco improvvisato, i Cobas dicono di essere diecimila. Facciamo quattromila? I giornalisti bofonchiano che non succede niente. Un fotografo abituato a inseguire Carlo d’Inghilterra prega in ginocchio un ragazzo di spostarsi con il suo macabro fantoccio impiccato a una forca di balsa davanti ai poliziotti. Per fortuna non lo fa, ma non resiste alla tentazione di bruciare una bandiera Usa di carta. Gioia contenuta dei fotografi. Il giorno dopo La Nazione, giornale di Firenze, intitola in prima pagina: “I ‘duri’ sfilano a Camp Darby”. Di chi sta parlando? Delle Lolliput e di tre ragazzi marocchini affamati?

 

7 novembre. Le file per ritirare gli accrediti per entrare alla Fortezza sono infinite. E senza passi non si entra al Social Forum. Si sono già registrati in 28mila. Gente della Cgil (Fiom di Varese, mi dice uno) vigila sugli ingressi. Strana complicità con i Cobas. Folla immensa. Seminari strapieni. Dibattiti accesi. Aria di festa. Via vai incessante. Standing ovation di dieci minuti per Claudio Martini, presidente diessino della Regione Toscana. Sapete cosa ne ricava il Corriere della Sera?  “I no-global sfidano la sinistra”. Chissà chi glielo ha detto? Un gruppo di anarchici, stanchi di essere perseguitati dai giornalisti, se ne va in giro per i negozi rimasti aperti: “Grazie per la fiducia”. Uno scout cattolico (capelli rasta, fascia rossa, croce di legno appesa al collo) si ritrova a fare l’interprete volontario a un seminario di marxisti tutti di un pezzo. Un inglese lo guarda come se fosse un marziano. Poi si mette ad ascoltare nelle cuffiette la sua traduzione e alza il pollice verso la cabina assentendo con la testa. Nel piazzale di ghiaia della Fortezza irrompe un ragazzo con una croce. Diego viene da una ‘fraternità’ di Catanzaro. E che gente strana c’è qua? Lui dice: “La chiesa la deve smettere di avere paura. Le fabbriche di armi devono chiudere. Le banche che finanziano la produzione di armi devono essere denunciate”. Quando, un mese fa, lo ha detto Luca Casarini si è preso le prima pagine dei giornali. Nessuno, invece, si fila Diego che se ne va a spasso con croce e sandali.

Già, dov’è Luca Casarini? Era a Gorizia a tagliar via una sbarra di confine. Ora è arrivato all’ippodromo del Visarno, ‘albergo’ e luogo fiorentino dei ‘disobbedienti’. Ma qualcuno glielo ha detto che è di fianco alla Scuola di Guerra Aerea? E che, al mattino, nelle piste ovali galopanno (malamente, direi) carabinieri a cavallo?

I corridoi dell’ippodromo sono pieni di sacchi a pelo, di ragazzi. Aria di spinelli. Ragazze puliscono. I tavolini del bar sono apparecchiati con tovagliette a fiori. Coda per il caffè. Abbracci fra gente che si ritrova. Tecnici dall’aria stremata fanno le prove della televisione satellitare (26mila euro per tre giorni di trasmissioni. Ce l’hanno fatta: i Disobbedienti hanno lanciato GlobalTv. Dicono che la Reuters si vuole comprare a scatola chiusa tutto il girato. Ma sembra che prevalga l’opinione di chi dice: ‘Non se ne fa di niente’). Francesco, con tre amici, tutti meno di 20 anni, se ne è venuto al Social Forum da Montescaglioso. E dove sta? In provincia di Matera. E come si disobedisce a Montescaglioso, qualche centinaio di anime in mezzo alla Lucania? I ragazzi si fanno fotografare con piacere. Ehi, non è che siamo diventati tutti troppo buoni? I dubbi ce li toglie al solito La Nazione. Che non trova di meglio che pubblicare, sempre in prima pagina, una foto di Casarini vecchia di oltre un anno mentre indossa le gommapiume ‘difensive’ allo stadio Carlini di Genova. Titolo: ‘Linea dura’, ovviamente. Senza tanta fantasia.

8 novembre. Giornalisti in agitazione. I Disobbedienti li hanno convocati all’ippodromo. “Finalmente accade qualcosa”, mi dice la tipa dell’Ansa. Già, mica potevano titolare: “Tutti felici a Firenze”. I ragazzi del Corriere della Sera sono desolati: il Social Forum è già scivolato in pagine interne: “Non succede un tubo”. 50mila persone assiepate alla Fortezza da Basso non sono una notizia: “E mica possiamo fare lo stesso pezzo tutti i giorni”. Per fortuna ci sono i Disobbedienti. Fanno i misteriosi. Si muovono in macchina dall’ippodromo. Noi li inseguiamo come nei film. I giornalisti più ricchi hanno affittato un taxi: come ‘azione segreta’ non c’è male. Fotografi eccitati, cameramen che si sporgono dai finestrini. Viaggio di mezz’ora. Fino a un deposito della Cgt-Caterpillar, accusata di vendere bull-dozer all’esercito israeliano. Tre-finanzieri-tre li aspettano. Un ufficiale di polizia sembra fare gli onori di casa. Uno striscione giallo e nero, qualche slogan, Luca con il megafono in mano, grida con felici sgrammaticature venete, qualche scritta sui trattori e sulle pale delle macchine da movimento terra. Qualche fumogeno colorato. “Non sono avvelenati come i vostri”, dice Luca ai finanzieri. Due ragazze, carine come il sole, si attardano a scrivere qualcosa su un muro con una vernice rossa. Hanno pennelli da acquerellista. E’ un fotografo che le avverte: “Guardate che rimanete sole”. I Disobbedienti tornano all’ippodromo. GlobalTv è davvero una bella cosa. I giornalisti, ancora una volta, sono delusi. Mi viene in mente: Greenpeace per anni ha fatto cose ben più ardite e si sono presi la giusta fama di Robin Hood dei mari. Il giorno prima avevano ‘occupato’ la filiale Dow Chemical a Livorno: nessuno sembra essersene accorto. Si muove Luca, si muovono i Disobbedienti e i giornalisti affilano, felici e finti indifferenti come avvoltoi, denti e penne.

Alla Fortezza Lisa Clark, pacifista sorridente e tenace dei Beati i Costruttori di Pace, passeggia a fianco di Bruno Palladini, antagonista storico di Firenze: cavoli, il mondo è davvero sottosopra. Niente, fino a qualche giorno prima, univa due persone così diverse, così lontane anni luce una dall’altra. Ora sembrano fratelli e sorelle di sangue. Stefano Kovac, vicepresidente dell’Ics, il consorzio che tanto ha fatto nei Balcani, è il capo dell’organizzazione. Volto sconosciuto ai più. Mai andato in televisione. Ma lui possiede le chiavi dei soldi del Social Forum. Trova il tempo per camminare da solo nel centro di Firenze. Quasi distaccato e distratto. L’Espresso ci rivela che gli piace andare in barca a vela. Perfino il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, sembra cambiato: contento di essere attraversato dal Social Forum, abbandona prudenze, cautele, distinguo. Sembra divertirsi un mondo. Mai visto così. Haidi Giuliani è felice come una Pasqua: “Siete così tanti”. Alex Zanotelli si fa convincere (a fatica, per la verità) e si mette a discutere, davanti a tremila persone, con Luca Casarini. Il missionario comboniano tira fuori, da uno zaino, libri di Gandhi e di Martin Luther King. Luca spiega: “Noi ci facciamo cambiare. Siamo cambiati”. I due si abbracciano. Applausi spellamano. Giorgio Cremaschi, sindacalista della Fiom, ride: “Che la Cgil manifesti assieme ai Cobas è come dire che i tifosi di Inter e Milan vadano assiene a tifare per la stessa squadra”.

A sera grande festa al Parterre: qui si ritrovano hackers vari e smanettoni di computer. Tutti ritualmente pallidi e geniali, tutti vestiti di nero con scarponcini neri ai piedi. Mai visti vestiti diversi. Nemmeno in estate. Anche loro fanno una televisione. Una mezza dozzina di bande musicali suonano concerti diversi ai quattro lati di un piazzale buio come la notte. Alla  Nazione si prepara il titolo: “Il giorno più lungo”. Foto di ragazzi incapucciati. Con bande nere sul viso. Dentro i cronisti danno il meglio: il corteo è annunciato come l’assedio della città. Come durante la lotta di liberazione nel 1944 e come l’alluvione dell’Arno nel 1966. Ma che cavolo hanno visto in questi giorni?

9 novembre. Tutto è già stato scritto. Le emozioni non hanno parole. Pietro Ingrao ha occhi lucidi, guarda le migliaia di ragazzi che lo ascoltano: “Auguri per il vostro viaggio”. E dice: “Il corteo sarà bello e ardente”. I ragazzi rispondono con applusi e lacrime. Lacrime anche in via Tornabuoni, la via più elegante di Firenze. La Libreria Seeber sta lì da 137 anni: oggi chiude. Paolo Milli, direttore dal 1987, spiega: “Avremmo potuto chiudere una settimana fa. Oppure fra un mese. Meglio chiudere oggi: il giorno del corteo dei new-global. Gli altri negozianti si sono blindati. Noi chiudiamo per colpa della globalizzazione neoliberista”. Al posto della Seeber, libreria di passione della Firenze intellettuale, ci saranno, da domani, insulse vetrine della Max Mara. Ma oggi è festa, anche se con il pianto rispedito in gola: un orchestrina del movimento suona per la vecchia libreria. Lo stilista Roberto Cavalli invita i ragazzi a prendere il caffè nel suo bar, il celebre Giacosa. E’ lì a un passo. Chi sono gli Unni che vogliono violare Firenze?

Il corteo deve partire alle tre del pomeriggio. In realtà è già in moto dalle dieci del mattino. Sta arrivando gente su gente. I treni si accalcano alla stazione.  La testa del corteo è spinta avanti di un chilometro buono. I fotografi sono sempre più disperati: dove diavolo sono i leader? Dove diavolo sono i ‘volti noti’ del movimento? E chi cavolo è quella signora che, algida e altera, sorregge lo striscione di testa con due dita come a non sporcarsi. Chi glielo spiega che lei è Susan George, teorica di Attac Francia, autrice, da anni, di libri di culto e sapienza per i ragazzi del movimento? Chi glielo dice che, questa volta, in cima a un milione di persone (la questura dice mezzo milione) ci stanno Meena Menon, social forum asiatico, Hugo Braun, Attac Germania, o Haris Golemis, social forum greco? Chi li conosce? Per fortuna ci sono due belle ragazze con adesivi no-war sulla fronte che attirano i teleobiettivi. Mi piace Girolamo Tripodi. E’ un signore di mezza età incredibile: un impermeabile blu scuro a coprire un gessato intero e una cravatta ben allacciata. Attorno una fascia tricolore. Si è perso: sta cercando il suo gonfalone comunale. Già, Girolamo fa il sindaco a Polistena, provincia di Reggio Calabria. Dice: “Bisognerebbe sempre fare sogni grandiosi”. Anche a Polistena. Soprattutto a Polistena.

Dai, il resto lo sapete: il corteo ci mette sette ore a passare. La testa è nel lontanissimo Campo di Marte, mentre Guglielmo Epifani, Sergio Cofferati e Gino Strada devono ancora partire dalla Fortezza. Francesco Caruso, leader dei disobbedienti napoletani, se ne va in giro in bicicletta e grida al giornalista che lo ferma: “Faremo festa. Canteremo. Balleremo. E chi pensava al peggio ne uscirà scornacchiato. Oggi il nostro movimento è, da protagonista, dentro un progetto più grande, più condiviso”. Sarà davvero festa per tutta la notte. I ragazzi bivaccano allo stadio comunale. Ascoltano musica. Accendono fuochi con le cartacce. Mangiano panini. Parlano, ridono, dormono, si baciano. Girano per una Firenze notturna, fredda come l’Artico, bellissima. Stanchissimi. Con le cartine in mano chiedono informazioni ai poliziotti. Il questore De Donno si lascia sfuggire: “Sono soddisfatto. Potrò dire anch’io che c’ero”.

10 novembre. E’ inutile: la gente non se ne vuole andare. Firenze non è più la stessa.  Perfino La Nazione è contagiata e titola “Scoppia la pace”. Persino il Corriere della Sera trova coraggio: “E’ un’occasione di crescita della democrazia”. Vabbè, non è che fanno salti di entusiasmo.

La gente non se ne vuole davvero andare e si ritrova alla stazione Leopolda. Molti fanno i turisti per una Firenze oggi improvvisamente calda e solare. Caos e felicità. Le lacrime scorrono come cascate. Il giornalista de La Nazione, sempre lui, se ne va in cerca di Luca Casarini. Siparietto straordinario: gli legge quanto ha scritto sul giornale di oggi e poi i due quasi vorrebbero abbracciarsi. Luca, stupito, non sa che fare: annuisce fumando la centesima sigaretta di questi giorni. Emozione che vibra nella sala immensa e buia. L’inglese di Globalise Resistance è un presentatore perfetto: l’assemblea sembra un concerto rock. Franche risate quando presenta Vittorio Agnoletto come uomo dai ‘principles of steel’. Principi d’acciaio, ho capito bene? Sapete chi chiude il Social Forum? Chi prende il microfono alla fine? La segretaria. Isabel. Una ragazza brasiliana che, qualche settimana prima, è approdata a Firenze da Porto Alegre. Per dare una mano. E si è, nei fatti, trovata immersa nel lavoro della più scombiccherata segreteria della Terra. Un pugno di persone che è stata capace di cambiare una città e di regalare alla storia dell’Italia giornate da ricordare per sempre. Isabel quasi non parla: il microfono rimbalza le sue lacrime di felicità. Dice: ‘Grazie, grazie’. Perdonatemi: per ragioni anagrafiche a me viene di pensare alla cuoca di Lenin. Una sindacalista, abituata ai riti stanchi dei congressi sindacali e di partito, è senza parole: “Ci stanno dando una lezione con i fiocchi”. In piedi: è il momento di Bella Ciao. Un po’ di retorica finale scioglie le emozioni. Nessuna, in realtà, sapeva come chiudere una cosa che non voleva essere chiusa. Finito. Finito per davvero. Fate che il 9 novembre sia festa cittadina per Firenze. Lo propone davvero un cuoco celebre in città. Risvegliatemi fra un anno. Per il Social Forum di Parigi.

15 novembre. E invece no. I carabinieri dei Ros e un procuratore di Cosenza ci hanno risvegliato subito. Nemmeno il tempo di un buon sonno ci hanno dato. Credevamo che dopo le trappole e gli inganni terribili di Genova  si fosse riannodato il filo di una dialogo, aspro, ma onesto, fra movimento e istituzioni. Ci dobbiamo ricredere? Gli avversari, una parte degli avversari, sono cattivi, pericolosi, vendicativi. Ricordate Francesco Caruso che diceva pedalando a fianco del corteo finale del Social Forum: “E’ una festa. Abbiamo un progetto grande e condiviso”? Lo hanno arrestato di notte, assieme a 19 altri uomini e donne. Con accuse che sarebbero da farsa o da commedia napoletana se loro non fossero finiti nel carcere speciale di Trani. Non ci sono parole. Qualcuno ha pensato bene che i ragazzi non devono sognare troppo. Qualcuno non è felice che sognino troppo. Bisognava pur far capire che Firenze non è la realtà.

E se, invece, fosse davvero la realtà? A Firenze, migliaia e migliaia di persone hanno guardato dritto negli occhi il loro futuro, non hanno abbassato lo sguardo di fronte a chi giocava carte sporche e truccate pur di far vincere la paura. Hanno riso di cuore. Hanno appeso sulle difese corazzate dei negozi chiusi le loro parole di sdegno e sberleffo: “Chi pensa male, agisce male”. Hanno steso uno striscione fra le arcate di Ponte Vecchio, in mezzo alla corporazione degli orafi avidi e pavidi: “Dai diamanti non nasce niente….”. Hanno scritto su un muro ‘solitamente squallido e grigio di viale Lavagnini’: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Ecco, forse bisogna continuare a non abbassare la testa e ad aver sguardi dritti ed orgogliosi. In una vecchia foto, un ribelle era arrestato da due gendarmi. L’uomo, una bella faccia, rideva di cuore. Già, una risata vi seppellirà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.