Nelle campagne di Metaponto

Foto di Giovanni Mereghetti (per la mostra ‘Hotel Bel Sit’)

Italy, Sant’Angelo Lomellina, andare al lavoro

Nelle campagne di Metaponto, in una prateria di antichi acquitrini, a ridosso delle corsie della strada statale Jonica, c’è un ghetto. Il ghetto di Felandina. Baracche di operai agricoli. Dalla pelle nera. Africani. Nigeriani, sudanesi, maliani, senegalesi, qualche burkinabè, alcuni eritrei. Quasi tutti uomini. Pochissime donne. Hanno costruito le loro baracche al riparo di capannoni industriale mai ultimati: hanno riprodotto un villaggio africano. C’è il macellaio con le pecore scuoiate appese a un gancio, il panettiere, il bar dalle luci stroboscopiche, il barbiere. Ci sono i negozi di marchingegni elettronici, i venditori di scarpe e vestiti. Si ricaricano batterie dei cellulari grazie a generatori. Ci sono antenne paraboliche. C’è il bordello. E ci sono due moschee. Non c’è l’acqua.

Ci sono le frittelle di Mohammed. Un sudanese di mezza età. Doveva avere una bancarella di fritti anche a Khartoum. Frigge in una grande padella fonda. Olio dal colore scuro. Nei giorni di pioggia le frittelle vengono male. Diventano pappa. Ma basta una giornata con meno umidità e sono buonissime. Sa friggere bene, Mohammed. Tiro fuori qualche euro per comprarne un po’. Le compro per i medici che qui vengono a dare una mano e mai hanno tempo di camminare per il ghetto. Mohammed rifiuta i miei soldi e riempie un secondo sacchetto di plastica di frittelle. Poi dice: ‘Vado a pregare’. E si siede per lavarsi i piedi prima di entrare in moschea. Le sue frittelle sono davvero buone.

Italy, Mortara, i documenti

Visito la casa di Zeberu, viene dal Niger, parla un italiano apprezzabile. Non voleva portarci nella sua baracca. Giovanni ha saputo convincerlo. Zeberu si vergognava. ‘Non hai niente da vergognarti’. Una sorta di capanna di tre metri per due. Due letti. Un fornello a un solo fuoco incrostato e sporco. Coperte. Detersivo per lavare i panni. Un tavolinetto costruito con legni di scarto. Una bombola. ‘Quando fa freddo facciamo brace e mettiamo il contenitore al centro della casa’. Un frammento di specchio per guardarsi ogni mattina. Il detersivo per lavare tre pantaloni appesi a un filo. ‘Questa è l’Europa?’, chiede Zeberu. Sì, questa è l’Europa.

Avevo scritto: tugurio, per raccontare della baracca di Zeberu. Poi ho cancellato: c’è una dignità in questa miseria. Una forza.

La parola ghetto dovrebbe ricordarci altre storie. Non avremmo mai voluto usare più questa parola.

Italy, Mortara, accoglienza

Il bar sotto il tetto del capannone

Passeggio, con qualche apprensione, fra le strade del campo di Metaponto. E’ conosciuto come ‘Felandina’. Mi sento un intruso. In più ho una macchina fotografica. E non sono un medico, sono solo venuto con i medici. Non servo a niente qui. Ogni volta che vengo al campo, cerco di fare un passo in più: Mahadi mi offre caffè allo zenzero, chiedo al sudanese della bottega delle frittelle se può scaldarci l’acqua, ci serve per ripulire un orecchio chiuso dal cerume, entro dal barbiere, il panettiere è sempre chiuso alla domenica, vorrei entrare a pregare in moschea, ma non ne trovo il coraggio. Per ora non varco il confine fra i quartieri sudanesi e senegalesi e quelli nigeriani. I nigeriani si portano dietro la condanna di un fisico massiccio e la voce di tuono: incutono timore…

Italy, Pavia, police, documenti

Il ghetto di Metaponto (devo decidermi a chiamarlo ‘campo’) ha un suo ordine sbilenco. Non hanno il senso delle diplomazie, troppo impegnati a sopravvivere: un cumulo di rifiuti anneriti da un fuoco è davanti all’ingresso. Il campo è ai confini di un terreno acquitrinoso. Zanzare. Le latrine, una distesa di merde, sono alle spalle dei capannoni. Il villaggio è costruito da manovali esperti: hanno usato assi, legni, lamiere, corrose, chiodi arrugginiti. Materiali di scarto. Le baracche hanno una loro solidità, i bar sono tirati su con attenzione. Hanno perfino un pavimento di plastica. Le finestre sono strappi nelle pareti. Mi sento a casa. Questo insediamento abusivo è un vero villaggio rurale delle Afriche che conosco.

Oltrepasso la baracca dei vestiti usati, dei generatori made in China che si guastano di continuo, c’è un banco di caricabatterie e power-bank. Altri ragazzi stanno costruendo un altro bancone, un nuovo negozio. Sono imprenditori, sanno che a fine primavera qui arriveranno in mille. Un uomo fuma tranquillamente un narghilè. Io so che si chiama šīša, ‘vetro’, corruzione di una parola turca, e il ragazzo ha un sorriso incuriosito: come fa, questo bianco, a saperlo? Fa il gesto di farmi provare a fumare. Cammino al riparo del capannone della fabbrica mai nata. Sapete come si chiama questo capannone? Camilla. Mi piacerebbe conoscere l’architetto che gli ha dato questo nome: a cosa pensava? Raccontano che qualcuno si è preso soldi dell’Europa (questa Europa così maltrattata), ha tirato su quattro mura e se ne è scappato con il bottino. L’architettura della Felandina è figlia di una truffa. I ragazzi africani hanno occupato perfino un piano alto di questo capannone, una scala sghimbescia aiuta a raggiungere questa baracca aerea.

Italy, Mortara, viaggi

Un ragazzo sta facendo un fuoco davanti a un ingresso da discoteca. Al volo, capisco che è un bar. Una tenda a fili di plastica protegge la porta. Entro scostando il fruscio dei fili. Ecco, la mia Africa. Penombra, uomini invisibili seduti a un tavolo tondo, non vedo i loro volti, intuisco le mani che stringono una bottiglia di birra, musica tonante sui bassi, le gambe si muovono, il cuore si agita, un uomo solo dai jeans calanti ondeggia davanti alla casse, entra una donna, viene salutarci, ha un culo immenso, si china per rimettersi a posto il trucco davanti all’unico specchio, un globo stroboscopico lampeggia luci colorate. Sto bene qua dentro. Avrei coraggio di venirci a notte? Ordino una birra, un ragazzo allunga una mano fra la rete che protegge, come in qualsiasi villaggio africano, il bancone. Birra Raffo, come nei miei primi tempi al Sud. Un euro.

Da qualche parte l’avranno pur comprata questa birra. Chi rifornirà il miglior bar invisibile di Metaponto?

Italy, Robbio, identità

Uomini, lavoro e ferite

Gli uomini del campo di Metaponto hanno documenti di identità. Io non so se sono veri o falsi. Molti sono carte di identità italiane. Altri hanno permessi di soggiorno in scadenza. Molti sono qui da anni e anni. Arrivano fra le baracche di Felandina chiamati da parenti, amici, coetanei, compagni del Grande Viaggio e di altre avventure. Al telefono dicono: ‘Qui c’è lavoro, vieni’. E loro vengono. Arrivano da Parma, dal Veneto, da Bologna. Molti hanno vissuto a Roma, a Napoli, a Varese. Dembo viene da Torino, Mussa dalla Sicilia, Omar da Reggio Emilia. Viaggi lunghissimi. Si muovono sul bisogno del lavoro. Incontro un ghanese che ha fatto per anni l’operaio in Emilia. Poi la fabbrica ha chiuso e lui ha preso la via delle campagne. Conosco un sudanese che mi dice di aver lavorato per anni all’ambasciata portoghese a Khartoum. Non mi rivela come ha perso questo buon impiego. I bianchi in Africa sono così: illudono, poi se ne vanno e ti mollano. Il sudanese, come mille altri, ha scelto la via del Grande Viaggio, il tentativo della fortuna, alzi il mazzo delle carte del pericolo e vedi se hai trovano una possibilità. Molti dei ragazzi vengono da altre baraccopoli disperse nelle campagne: da Rosarno e da San Ferdinando.

Italy, Mortara, passeggio in città

Sono nati tutti – beh, molti – un primo gennaio. Riusciamo a capirlo? Non sono nati. Nessuno ha dichiarato la loro nascita. Un polizotto italiano, più annoiato che infastidito, gli ha chiesto una data: ‘Quando sei nato?’ e il ragazzo è rimasto muto. E allora il poliziotto ha scritto: ‘Primo gennaio…’ E’ così importante avere un documento? Sì, qua sei invisibile, il mondo ti richiede un documento. Molti di questi uomini sono materiale di scarto. Come le assi marce con le quali sono state costruite le baracche. Quantité negligeable, direbbe Zygmunt Bauman. No, Felandina non è un luogo per buoni.

Alla fine, chiedo: quanto vi pagano? Il gioco è reticente. Dovremmo vivere qui per intuire, più che per sapere. Due versioni: alcuni mi dicono, sette euro all’ora. Per sei ore e mezzo al giorno. Si comincia poco dopo l’alba. Qualcuno mi avverte: ‘Troppo vero per esserlo. E’ quanto previsto dai contratti agricoli’. Parlo a lungo con un altro ragazzo: svicola un po’, alla fine dice: venticinque euro, a volte trenta al giorno. ‘Duro, duro, troppo duro. Il denaro, appena per mangiare’.

Vengo qui da alcune settimane. Mi viene in mente, che in tanti pomeriggi di domenica passati qui, ho sempre visto Omar con gli stessi pantaloni. Pantaloni di una tuta. Pantaloni grigi. Non se li è mai cambiati. I vestiti sono appesi a dei chiodi.

Italy, Mortara, speranza

Ogni domenica i medici dell’associazione Loe di Matera vengono al campo. Fanno una trentina di visite, quelle possibili in metà pomeriggio. Un lavoro volontario. Leggere i report sanitari dà un’idea…il lavoro dei campi obbliga alla velocità. Non vi è tempo di piegarsi in modo adatto. Schiena, gambe, ginocchia scricchiolano. I muscoli si sfilacciano. Il corpo duole. Ma non c’è altra possibilità: bisogna raccogliere, raccogliere, raccogliere…

I piedi sono lacerati da ulcere: i braccianti usano stivali di gomma, spesso non hanno calze. Le foglie dei carciofi provano dermatiti fastidiose. I medici sospettano guai derivanti dagli anticrittogamici. Il mal di denti è un tormento irrisolvibile.

Italy, Mortara, nostalgia

Un paio di ragazzi devono essere ricoverati. Per infezioni serie. Tam-tam telefonico fra medici. Si danno da fare. Visita al pronto soccorso di Matera. Si trova un letto. Al diavolo le burocrazie. Si aggirano. Dobbiamo trovare anche un pigiama, un asciugamano, uno spazzolino da denti. I ragazzi si arrendono ai medici, ma sono preoccupati: stare in ospedale, significa perdere un giorno di lavoro.

Acqua (senza acqua…)

Partono in bicicletta. Con le taniche legate sul portapacchi posteriore. Nei villaggi africani sono le donne che vanno al pozzo. Al campo, non ci sono molte donne. Arrivano prostitute, questo sì, loro fanno una sorta di giostra fra luoghi come questo. Arrivano con una grande macchina, sanno dove andare, spariscono nel labirinto delle baracche.

Italy, Mortara, i ‘beni’

Gli uomini, come nella brousse saheliana, vanno a prendere l’acqua. Paradosso, a cento metri dalle baracche della Felandina, c’è un aqualand, un parco-giochi di scivoli e piscine. Chi sale in vetta alla discese d’acqua, ha un panorama sul campo assetato degli africani.

Sono cinque chilometri per arrivare alle fontane di Metaponto. C’è un costo per il noleggio della bicicletta. C’è un costo per l’acqua.

Al quarto capannone (si chiama Metaponto Foods) ho visto un sistema ingegnoso per recuperare l’acqua piovana. I tetti industriali, scopro, hanno la forma di un impluvio, la pioggia viene convogliata in un tubo di scarico. I ragazzi hanno intercettato il condotto, hanno collegato precariamente un tubone verde e, alla fine, ci sono le taniche. E se vogliono fare la doccia sollevano il tubone e si mettono sotto..

Noi saremmo capaci di vivere senza acqua corrente, senza latrine, di vivere senza…?

Italy, Mortara, la voce al telefono

Agricolture

I ragazzi di Metaponto sono esperti dei calendari agricoli. Si muovono come uccelli migranti fra le campagne italiane. In estate, il campo di Felandina diverrà grande come un paese delle colline lucane. C’è chi dice che arriveranno in mille. Chi ne aspetta il doppio. Il termometro è, come sempre, il mercato. Nei giorni che precedono la stagione dei raccolti ho visto aprire due negozi e due nuovi bar nella ‘strada’ al riparo del capannone principale del villaggio africano. Una quinta strada di un villaggio africano.

Conosco un trasportatore. Un africano che abita in Italia da venti anni. Il suo business è fare il tassista fra il ghetto e le campagne. Noi, sbrigativamente, lo chiameremo ‘caporale’. Lo è. Ma si infuria se proviamo a usare questa parola. Lui si è inventato un lavoro sulla miseria e la necessità dei suoi conterranei. Non mi azzardo a chiedergli quanto chiede. Mi dicono cinque euro per l’andata e ritorno. Non so se sia vero. L’autista si guarda attorno e mi spiega: ‘C’è poca gente, non ce la possiamo fare, ora cominciano le albicocche e non ci sono uomini a sufficienza per raccoglierle’. Il tam-tam di questo mondo parallelo si mette in movimento: arrivano braccianti da altri campi, arriva gente dal Nord e dalla Sicilia. Arrivano le donne. Fino a ieri si piantavano cocomeri, ora bisogna affrettarsi con i pomodori. Hanno finito di potare i mandarini e di togliere i teloni dalle viti. Ci sono ancora da raccogliere i carciofi (e, per ragioni misteriose, chi lavora con i carciofi è vittima di dermatiti). Mi dicono che gli arabi vengono preferiti ai neri per la raccolta delle fragole. Altri mi smentiscono questa notizia. Qualcuno ha già cominciato a raccogliere le prime albicocche sotto le serre. Ma, fra pochi giorni, saranno mature sugli alberi e allora si dovrà fare in fretta…

I ragazzi di Metaponto sono manodopera della quale le agricolture non possono fare a meno.

Italy, Mortara, ricordare

Incontro

 ‘Quanto parti, non pensi. Non sai niente. Vuoi andare via e basta. Mi chiedo spesso: perché sono partito? Non ho una risposta. In Viaggio mio fratello è morto. Al paese è morta mia madre. Vorrei tornare in Africa e dire: non scappate, viaggiate. Viaggiate, questo sì. Ma non scappate.

In deserto o in prigione a Tripoli non pensi davvero a niente. Vuoi solo sopravvivere. Sai che l’attesa può durare un anno. Due anni. Tre anni. Lo metti in conto. Niente ti può fermare. Non hai amici, non hai parenti, non hai una donna. E’ solo quando arrivi qui che accade: il passato ti fa male. Ti rendi conto di quanto è accaduto nel Viaggio. E sei svuotato. Qua ti accorgi di essere niente. Niente. Niente.

Non esisti, non hai alcun valore.

Il gioco

Poi capita che qualcuno ti inviti a prendere un caffè. Non è uno buono, non è uno cattivo. Non ti propone un progetto, non vuole sfruttarti, non vuole picchiarti, non vuole salvarti. Ti offre solo un caffè. Lo guardi e, per la prima volta, ti senti un uomo. Un uomo in terra straniera’.

Stanza 316

Terzo piano, ospedale di Matera. Ahmed ha una brutta infezione a una gamba. E’ arrivata fino all’osso. Il medico che lo ha visitato è allarmato e ne ha ordinato il ricovero urgente. I medici dell’associazione Loe ci riescono. Non importa se Ahmed non ha residenza: è un uomo ferito. Lui si ribella: non potrà guadagnare nemmeno un euro se rimane in ospedale. Niente da fare: i medici non lo lasciano andare via.

Ci mette un giorno a salire dal pronto soccorso al reparto. Non ha abiti di ricambio. Si sdrai con i jeans. Gli infermieri procurano un pigiama. Un po’ sottomisura. Ahmed è gambiano. Grande e grosso come, a volte, lo è la gente del fiume. Quasi non parla inglese. Conosce tutte le lingue della sua terra. Poche parole di italiano. E’ un mandinka, Ahmed. Dovrà rimanere giorni in ospedale. Antibiotici per endovena. Terapia tosta. Camera a due letti. C’è Antonio accanto a lui. Un ragazzo materano. A naso devono avere la stessa età, sui venticinque anni. Antonio è magro, pallido, è da diversi giorni in ospedale. E’ stanco. A differenza di Ahmed ha tutele per il salario. A volte, ci dimentichiamo delle differenze. Di quanto abbiamo (hanno, i nostri padri e nonni) conquistato.

Italy, Pavia, police, attesa

Ahmed, invece, ha solo raccolto carciofi a Metaponto. Non sappiamo come si è procurato l’infezione. E’ preoccupato: non lo hanno ancora pagato e se non torna al campo, teme che non vedrà i suoi soldi. Non ha un contratto, se ti ammali, prega solo il tuo Dio, gli uomini si dimenticano di te.

Antonio lavora in un caseificio. Ogni notte si sveglia alle tre. Mezz’ora dopo è al lavoro. Non sopporta più le mozzarelle. Ne prepara a centinaia. Devono essere pronte per l’apertura dei negozi. Fa una vita ribaltata, Antonio. Vive in quel tempo fra il pomeriggio e la prima notte. La sua lingua preferita è il materano.

Italy, Pavia, police, documenti

Se Ahmed e Antonio si sfiorassero per strada, non avrebbero nulla da dirsi. Alzerebbe fra di loro un muro di pregiudizi. Forse si guarderebbero con diffidenza. Forse no.

Ma accade qualcosa nella stanza 316. Non so in quale lingua sia accaduto. Ahemed e Antonio si scambiano il riso che gli amici portano al ragazzo gambiano. Ahmed assaggia la pasta al forno che la mamma di Antonio sforna in ospedale per il figlio. Ci sono anche pastarelle per colazione. I due ragazzi mangiano assieme.  Si fanno compagnia, scherzano, si prendono in giro. Antonio si lamenta che Ahmed dorme troppo. Ahmed mi dice che quel ragazzo italiano è una brava persona: ‘Good people’, e alza un dito per rafforzare le sue parole. Dividono una camera per una settimana e scoprono una simpatia imprevista. Decidono di accendere la televisione. La spengono. Si svegliano assieme, hanno lo stesso bagno. Antonio si decide a leggere un piccolo libro. Ahmed parla qualche parola in più di italiano. Comincio a credere che il mandinka e il materano si assomiglino.

Vado a trovarli al pomeriggio. Li sorprendo a chiacchierare. Ma non so di cosa stiano parlando. Mi siedo fra i due letti e parlo ora con l’uno, ora con l’altro. Sto bene con loro.

Ahmed viene dimesso prima di Antonio. La sua ferita è guarita, i medici hanno combattuto con bravura e tenacia l’infezione. Cammina bene, ora, Ahmed. Senza zoppicare, ha voglia di tornare alla baracca. Spera nel lavoro. Spero di avere i suoi soldi. L’addio fra Antonio e Ahmed è un abbraccio squilibrato. Ahmed allunga le braccia, Antonio si appoggia al corpo massiccio dell’amico di una settimana.

Ahmed e Antonio si sono conosciuti. Antonio manda ad Ahmed video delle feste di Matera. Ahmed spedisce danze rituali del Gambia. Continuano a spedirsi messaggi. E a farsi promesse impossibili.

Ho nostalgia della stanza 316.

Italy, Palestro, ombra

Non è giusto

(ricordo di Daniela Scapin)

Il ragazzo si avvicina al nostro piccolo gruppo, è vestito di blu, il suo viso è nerissimo, ha lineamenti raffinati, la sua pelle si confonde con il colletto della camicia di jeans. Ci dà la mano.‘Da dove vieni?’‘Dal Niger. Non ci sono oggi i dottori?’‘No, nessuno poteva venire. Saranno qui la settimana prossima’. ‘Qui non si può stare, non so se ce la faccio, non so se resisto. Non è giusto. Noi raccogliamo la frutta per voi. Non mangereste frutta, se noi non ci fossimo. Ma nessuno ci dà una mano: ho cercato una casa, insieme ad altre persone, per venire via da qui, nessuno mi ha affittato una stanza. Ci chiedono il contratto di lavoro e noi il contratto di lavoro non ce l’abbiamo. Qui non si può stare, siamo senza acqua, senza elettricità. Adesso arriva il caldo, abbiamo il bisogno di lavarci e non ci possiamo lavare, non c’è acqua. Non è giusto’. I bianchi non sanno cosa dire. Non c’è niente da dire. Teniamo gli occhi bassi, non riusciamo a guardare in faccia un ragazzo di cui non ricordiamo nemmeno il nome. Neanche questo è giusto.

 

 

 

 

print

Un pensiero riguardo “Nelle campagne di Metaponto

  • 10 Agosto 2019 in 15:48
    Permalink

    Grazie. Questo è giornalismo per me, scrittura incisa nel vero, occhi senza paura del buio. Umano, dolente, ma non macerato dal senso della sconfitta, coraggioso affresco di un mondo invisibile ai più. Grandissimo Andrea

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.