Dancalia Rewind.15/La luna e il vulcano

Anna, la prima volta

I nostri passi sono lenti. La lava è uno specchio metallico che riflette la luce della luna. C’è incanto in questa salita. ‘La montagna che fuma’ gioca a ingannare. Non pone ostacoli. La salita è confortante. Continua, ma impercettibile. Priva di strappi. L’Erta Ale nasconde la sua terribile magnificenza dietro un profilo senza asperità. Non assomiglia a un vulcano. Non lascia intravedere una minaccia. E’ come se invitasse a salire. Nasconde il suo orgoglio: non mostra il suo fuoco. Sono incerto: questa montagna vuole proteggersi o sta tendendoci una trappola? L’Erta Ale è rannicchiato su sé stesso. E’ come se avesse l’abilità attenta di una leonessa: è acquattato, pronto a sorprenderti….

Abbiamo passi calmi. Non contare i passi. Cammina. Ammira l’argento della lava e lo splendore della luna. Tieni la torcia a portata di mano, ma non accenderla. Il sentiero è chiaro. Dopo meno di un’ora di cammino, scaliamo un gradino. Niente più sabbia-pomice. I piedi, ora, non affondano più in una polvere faticosa, ma salgono il pendio di una grande colata, sfiorano le onde pietrificate di un antico, possente fiume di lava. Camminiamo sulla pelle del vulcano. Camminiamo in silenzio. Si sente il nostro respiro.

Attesa sul vulcano

Per riprendere fiato/Devo dirvi dell’Erta Ale

Aiuta a passare il tempo raccontarvi di questo vulcano. Sono trascorse quasi due ore da quando abbiamo cominciato a camminare. Non ci vuole un grande fiato per salire l’Erta Ale (grafia esatta: Ertà ‘Alè), ma noi non siamo allenati. Andiamo avanti perché vogliamo andare avanti. Al campo base (il parcheggio dei fuoristrada, siamo onesti) abbiamo già guadagnato quasi duecento metri di dislivello rispetto a Karswat. La capanna di Ghlisa stava sotto il livello del mare. Meno 42 metri, rivelava il gps. Sulle ‘sponde del vulcano rosso’, invece, siamo già a quota 156. In fondo non dobbiamo inerpicarci poi molto: il bordo del cratere è a 572 metri sul livello del mare. E’ un nanerottolo, l’Erta Ale. Ma ha dovuto faticare per conquistare la sua altezza. A suo modo, è un vulcano eccezionale: per il suo lago di lava perenne (una rarità nelle geografie mondiali del magma) e perché le sue origini più lontane sono sottomarine. Ha emesso i suoi primi vagiti di lava sotto il mare, ‘la montagna che fuma’. Era fra i vulcani più inquieti di una formidabile dorsale oceanica. Fondale meraviglioso nello scontro di tre faglie tettoniche. Poi l’irrequietezza della crosta terrestre lo ha fatto emergere e la sua adolescenza è avvenuta negli anni della preistoria dell’umanità. I vulcanologi azzardano, nel certificato di nascita di questo vulcano, una data recente: appena dodicimila anni fa, primi tempi dell’Olocene, ultima stagione del Quaternario. Insomma, l’Erta Ale, nella sua vita emersa, è un nostro contemporaneo. Qualche antico afar avrà pur ammirato, con occhi immobili, quei tumulti terrestri. Altra cosa da ricordare: è un vulcano fuori posto, questo. Non so molto di classificazioni geologiche, ma l’Erta Ale dovrebbe essere alle Hawaii e non qui. E’, cioè, un vulcano di tipo hawaiano, questo. In realtà si tratta di colonialismo geologico: i vulcanologi hanno esplorato quelle isole oceaniche ben prima di queste inaccessibili solitudini. Era più semplice raggiungere quell’arcipelago del Pacifico che non questi deserti sconosciuti ai bianchi.

Il gioco della lava

I vulcani hawaiani sono figli di ‘punti caldi’ provocati da colonne di fuoco che risalgono alla superficie dalle profondità del mantello terrestre. In questi vulcani la cima collassa e vi si apre una vasta caldera. All’interno di queste depressioni laviche, spesso, si spalancano le pareti di pozzi vertiginosi. I tecnici li chiamano pit crater. La lava è basica, costituita di silicio. Densa, liquida, nera. Il vulcano è effusivo: si è autocostruito, è la sua lava ad aver formato le impalcature che sorreggono la sua pelle rugosa di pietra nera. L’Erta Ale, vulcano hawaiano in Africa, è un vulcano ‘a scudo’: si è innalzato con l’accumulo delle colate fuoriuscite del suo ventre. Ecco perché è un vulcano gentile con chi vuole raggiungerne la sommità. Noi, con passi prudenti, stiamo salendo su pendii leggeri e continui.

Derder Eto, la nostra prima guida

Quando ne avremo raggiunto la vetta  (il cielo sta già riflettendo i bagliori rossi della lava) ci troveremo di fronte una caldera ellittica lunga mille e seicento metri. Le sue sponde, nel punto più largo, sono distanti almeno settecento metri. Due pozzi fanno sprofondare la crosta lavica. Il più celebre, il cratere Sud, è un cerchio perfetto, centoquaranta metri di diametro: qui, a ottanta metri di profondità (ma il suo livello cambia di continuo) mugghia un perenne (almeno da quanto se ne conosce l’esistenza, cioè da poco più di cento anni) lago di lava. Straordinario: solo altri tre vulcani al mondo hanno simili onde di fuoco in continua agitazione. Qualcuno ha misurato le temperature di una sua fontana di lava: 1217 gradi. Nel 2001.

Le cronologie più vecchie delle osservazioni del vulcano sono incerte. ‘Nessuno può sapere quando la terra ha dato vita al fuoco – sentenzia con un sorriso Mohammed, giovane afar di Karswat – Mia nonna mi ha raccontato che il cielo già si tingeva di rosso quando lei era bambina’. Qualcuno (qualcuno di pelle bianca, immagino) ha visto il lago nell’800? Testi imprecisi parlano di anonime notizie risalenti al 1841 e al 1867. Forse, invece, vi salì un italiano, Tullio Pastori, ai primi del ‘900, ma lui, lo vedremo, non appartiene alle pattuglie vanitose di chi scrive delle sue storie. Sicuramente né Franchetti, né il suo rivale Nesbitt osarono deviare dalle loro rotte per andare a vedere quei lampi di fuoco che pur avranno inquietato le loro notti dancale. Insomma, bisogna aspettare Haroun Tazieff, leggendario vulcanologo francese dalle origini armene, per avere notizie certe. Era il 1967 e l’Erta Ale si arrese alla prima, vera spedizione che osasse avventurarsi verso i suoi cerchi di fuoco. Le voci che avevano adescato Haroun per condurlo in Dancalia erano vere: l’Erta Ale era un vulcano-matrioska, la sua caldera sprofondava davvero in due profonde fosse circolari. Si eccitò per quella visita, il vulcano. Promise di dare il meglio di sé stesso. Voleva mostrare quello che era capace di fare: nel 1970 il livello del lago di lava, nel cratere sud, si alzò fino a sfiorarne i bordi. Nel 1972, la lava tracimò e, con impeto, sfondò la caldera lungo i suoi versanti meridionali. Grande sfoggio di potenza: il pavimento di lava della caldera che noi calpesteremo è stato costruito in quegli anni di magnificenza infernale. Ma i vulcani sono imprevedibili: nel 1987, il lago di lava del cratere settentrionale si prosciugò. Bisogna essere pazienti nelle storie geologiche: dopo anni di inquieto riposo, segnati da fumarole e schianti dai pericolosi vapori, il pit crater Nord ha deciso di festeggiare il primo decennio degli anni Duemila riprendendo la sua attività. Un piccolo cono, alla vigilia del capodanno 2010, ha cominciato ad eruttare lava nerissima. Si è subito formato un  torrente. Se insisterà nella sua nuova esistenza farà rinascere ben presto un nuovo lago di magma.

Accoglienza

E ora che sappiamo?

La divulgazione geologica ha ingannato il tempo della salita. Il cammino ha trovato un suo ritmo. Qualche sosta. Per riprendere fiato. Per bere. Per mettere d’accordo i nostri passi diversi. La luna è un trionfo. Luna compagna. Bisogna essere qui nei giorni di luna piena. I cammelli sono scomparsi. Ma sono davanti a noi. Sarebbe davvero cosa saggia non lasciarseli sfuggire. Sono già le undici, camminiamo da tre ore. Tre coni in fila, microvulcani allineati, appaiono alla nostra sinistra: sembrano i custodi dell’ultimo cancello, quello che segna i confini del parco privato del vulcano. Sono scudieri, che, fortunatamente, hanno avuto l’ordine di lasciarci passare. E’ gente tranquilla, sicura di sé, i guardiani dell’Erta Ale. Ma, chi ben li conosce, sa che sono facili all’ira se commetti una malefatta. Con sguardi intimoriti guardiamo i Tre Coni. Per fortuna rimangono immobili al nostro passaggio. Quanti pensieri nella mente di chi cammina nella notte. Il cielo, oltre il margine dell’orizzonte, è rosso delle vampate del vulcano. Sono getti di colore verso la tela del cielo. In una radura, fra i ciottoli e scorie di lava, i cammellieri hanno deciso di fermarsi. Vogliono cucinare il pane, riposarsi, sfamare gli animali, forse passare lì la notte. Tessema non alza la voce, ma è determinato. Sulla gobba di quei cammelli ci sono i nostri bagagli, i sacchi a pelo, il cibo, le coperte. Discussione a parole secche. Alla fine un cammelliere, riottoso e di malavoglia, si convince a caricare nuovamente il suo animale e a salire con noi fino alla vetta.

Haroun Tazieff scrive che ‘mai nessun dancalo ha raggiunto il cratere di questo vulcano’. Mai, prima di lui, immagino. Gli occidentali, anche quando sono sbruffoni e simpatici come doveva esserlo Haroun, hanno sempre certezze. Io sono altrettanto sicuro che qualche afar, curioso come un uomo dei deserti, abbia raggiunto il fuoco di questi crateri e che poi, nelle notti, passate davanti alla sua capanna, ne abbia raccontato le meraviglie ai figli.

Di giorno

Ma anche questo è un pensiero da occidentale. Mohammed, sei mai arrivato in cima all’Erta Ale? E’ stato anche lui una nostra guida in questa salita. In realtà ha bighellonato in fondo alla fila. E’ l’opposto di Dader, Mohammed. Astuto scansafatiche, pigro figlio di una famiglia potente. Vive di rendita. Vive nella nicchia del potere del suo clan. Ha 25 anni, occhi che ti prendono in giro, un bel sorriso e un barba nera e ben curata. Ha preteso una buona paga per accompagnarci solo perché appartiene alla famiglia di Ghlisa. Mohammed sembra dar ragione ad Haroun: è salito quassù solo cinque anni fa. Con i turisti. Prima di allora si era guardato bene dal venirci. Nessuna fuga negli anni dell’infanzia. Il turismo ha convinto gli afar a salire sul vulcano, come ha riportato i tuareg in deserto e cacciato gli eremiti cristiani da Lalibela. Sono certo che Dader, fiero e scorbutico, era salito fin qua negli anni dell’adolescenza. E’ un guerriero, Dader. Mohammed legge nei miei pensieri e dice quello che voglio sentirmi dire: ‘I pastori conoscono bene questa lava”, racconta nella notte. Da qui sono sempre passate le scorciatoie dei sentieri che conducono a buoni pascoli per i cammelli’.

Guardare il vulcano

Ecco, il tempo è passato. Quattro ore di cammino. Ora il fuoco è davvero vicino. Nessuno parla più. Gli ultimi metri sono di fatica e di silenzio. Il cielo è di un blu intenso, reso elettrico dalla luna. Con ritmi da orchestra sinfonica, si illumina di rosso. Nessun rumore. Nessuna esplosione. L’Erta Ale gioca ancora a nascondino: si mostra, invita a raggiungerlo, ma poi è come se si allontanasse. I suoi fuochi di artificio sono senza lampi e senza botti. Sono davvero colpi di pennello immerso in un una tinta di colore rosso acceso. Il silenzio è assoluto. Si sentono i nostri passi sulla lava che scricchiola. E’ un andare avanti cauto. Il fiato è appesantito. Si aprono crepe nel terreno, la crosta si rompe sotto il nostro peso. Siamo impazienti e intimoriti. L’ultima salita si addolcisce all’improvviso, quasi un riconoscimento alla fatica degli uomini. Ecco il balcone, ecco il belvedere, ecco la caldera. E’ un dono grandioso. Del paradiso, non dell’inferno. Ecco il fuoco: un cerchio rosso, il colore delle fiamme, la perfezione di un’ipnosi. La luna sembra rispecchiarsi nel pozzo del cratere. Gioca con i fumi e con il riflesso del fuoco. La bellezza non ha parole. Rosso e nero: siamo arrivati in cima. Nessuno sa più cosa dire. Non so più cosa scrivere. C’è vento. Sembra un ruggito sommesso, il sudore si gela sotto le maglie. Siamo paralizzati. La prima volta che arrivammo quassù, scomparvero i pensieri. Non ci fermammo in pace, proseguimmo subito. Solo in un altro ritorno, avremmo imparato che sarebbe stato più saggio fermarsi. Ma quella notte, la prima a tu per tu con l’Erta Ale, volemmo calarci subito nel cuore del vulcano. Dader Eto, sfolgorante Dio del fuoco, cominciò a scendere lungo lo strapiombo della caldera. Noi eravamo diventati automi. Lo seguimmo senza una sola esitazione. Senza chiedere. Senza paura. Scoprimmo allora che la paura era perfetta e quindi riuscimmo ad affrontarla. Io non vedevo dove mettevo i piedi. La mano di Daniela mi rassicurò nel vuoto. Dader Eto era già scomparso dalla nostra vista. Sentivo il freddo incunearsi nel collo. Ma stavamo scendendo nel vulcano. Nella sua caldera. Un balzo nel nero assoluto. I nostri piedi sulla lava, sulle onde di pietra delle ultime ribellioni dell’Erta Ale. So che pensammo: ‘Grazie. Grazie per essere qui. Grazie per la meraviglia’. Non so a chi fosse rivolto questo ringraziamento. Ad Allah, al Dio dei vulcani, alle divinità della Dancalia, ai cavalli leggendari che proteggono l’Erta Ale con la loro criniera di fiamme. ‘No, non c’è nessuna storia attorno al vulcano’, mi avrebbe detto, poi, Mohammed. Ma io non ti credo, ragazzo. Qui c’è il respiro della terra. L’Erta Ale è un luogo fisico immenso. La sua violenza è talmente inimmaginabile da essere una poesia che non può essere intesa. Era così il canto delle sirene. Nessuno numero, nessun dato scientifico rende giustizia alla sua bellezza. Si rimane lì, per ore, sui bordi del cratere, a guardare le onde del magma scontrarsi una con l’altra, ad ascoltare il ruggito dai toni bassi della risacca di lava, ad aspettare la frattura improvvisa che spezza la superficie del lago, ad ammirare le fontane di fuoco che cercano di ribellarsi alla prigionia del pozzo. Eccoci, seduti in un luogo dai mille pericoli, ombre contro il fuoco. Il nostro destino non ci appartiene più. Illusi di aver fatto un patto con l’Erta Ale. E certi che l’inferno sia il luogo più accogliente della terra. Convinti, ancor oggi, a migliaia di chilometri di distanza, che, davvero, quel cratere sia il paradiso. Terra di Dio, la Dancalia. Stendiamo le stuoie sul suolo nero. A due metri dal balzo della caldera. Voglio vedere la luce del vulcano prima di chiudere gli occhi. Cerchiamo il sonno mentre si alza il vento. Dader ha ancora un impegno, si allontana di pochi passi, stende un piccolo tappeto fra i ciottoli di lava. E’ un’ombra contro i riflessi di fuoco dell’Erta Ale. Si passa gocce d’acqua sul viso, sugli avambracci, sui piedi. Apre il palmo delle mani, si china, si inginocchia, prostra la testa verso un oriente lontanissimo. Prega rivolto verso l’infinito. Come vorrei unirmi alla tua preghiera, altezzoso Dader. Come vorrei poter dire, come farebbe un afar, sia benedetta questa terra. Terra di Allah, la Dancalia.

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