Casualidades

Incontro

Accade questo:

Inverno del 1972.
La cassiera dell’agenzia 26 della Cassa di Risparmio di Firenze è una ragazza con grandi capelli arricciati. Era ai suoi primi giorni di lavoro.

Mio padre era morto a novembre. Ero andato a vivere ‘da solo’ da poche settimane. E venni sbalzato dal mondo degli studenti (manifestazioni, riunioni, desideri, amori sfuggenti…) a quello degli affari. Divenni mio padre. Andavo in quella banca. E quella giovane cassiere afferrò il mio essere ‘fuori posto’. Ricorda dandomi del lei: ‘Era così riservato’. Non è la parola giusta, ma dava giustizia ai miei silenzi, al tumulto ben nascosto sotto la pelle. Facevo quello che si doveva fare. Trattare con le banche.

Ultimo giorno di estate, Matera, 2019.
Mattina presto, cammino in cerchio in piazza San Francesco, pensieri addosso, malinconie, non so cosa fare, né dove andare, sotto gli occhi, le lacrime; poca gente per strada, sono le otto, una focaccia da Paoluccio?

Una donna si avvicina. ‘Lei è Andrea Semplici?’. La guardo e penso a una delle tante persone incontrate a presentazioni di libri, alle feste degli alberi o in viaggio. Non è così. Ha un accento toscano.

Lei è quella cassiera. Mezzo secolo dopo, per strada, a Matera, mi riconosce. Riconosce in questo uomo ‘grande’ (come dicono qui, con una gentilezza cortese, capace di negare la realtà) quel ragazzino spaventato di cinquant’anni prima. Lei, forse la sola, aveva capito cosa accadeva dentro di me, lo ignoravo anche io, non volevo saperlo. Mi dice: ‘Non volevo disturbarla, lei è sempre così riservato, ma le mie amiche mi hanno convinto a salutarla’. Sono lì, cerco di ricordare, alla fine ricordo. Cerco le parole e lo stupore. La banca era sull’angolo di una strada trafficata, davanti all’ufficio delle imposte. Ricordo la fretta di quei giorni. Non ci fu tempo per il dolore, c’erano mille emergenze di soldi da affrontare: e io ero il solo, io ero il figlio…

E ora sì, ricordo, la cassiera. I suoi capelli, il volto leggermente affilato, un sorriso timido. Rimaniamo qui, forse un imbarazzo, il mio imbarazzo…E, allora, camminiamo assieme per il corso di Matera. Chiedendo. Parlando. Cercando. Si uniscono le sue due amiche. Turiste a Matera. Alle prese con passaporti, difficoltà di informazioni, passaggio per la cripta del peccato originale, prenotazioni. Complicato fare il turista a Matera.
Non è finita qui. Caffè al Tripoli. Ancora chiacchiere, ricordi. Lei ricorda ogni dettaglio, come se fosse ieri. Perché cinquant’anni fa non siamo usciti dalla banca per andare al bar? Lei rammenta perfino il nome della segretaria di mio padre, che io avevo dimenticato.

Lei chiede: ‘Ti ho seguito sui giornali. Leggevo quello che scrivevi. Fai ancora il giornalista?’. Non rispondo, mi alzo, entro alla libreria Mondadori, lì davanti (casualidad?). C’è Antonio. Le copie del mio libro, ‘La rivoluzione perduta dei poeti’ sono su uno scaffale basso. Si vedono, è bella la copertina gialla di Resli Tale. Ne prendo una con un occhio ad Antonio, che mi osserva con qualche perplessità. Esco fuori e la metto sul tavolinetto del Tripoli. ‘Faccio questo’, dico.

E’ l’amica della cassiera a prendere il libro. Lo gira. Legge: ‘A chi vuoi che importi quel che succede in Nicaragua? A me. A me importa’. Sobbalza. ‘Non è possibile. Io sono nell’associazione dei Quinchos’. I Quinchos…non ci posso credere, è troppo. I ragazzi di strada di Managua. Una donna italiana, una donna sarda, da anni e anni, li aiuta a risollevarsi. Sono stato nella loro casa, ho dormito lì. A San Marcos. Zelinda e la sua forza. Non è possibile. Non è possibile.

Una donna mi riconosce dopo mezzo secolo. Ed è con una donna che ha a che fare con il Nicaragua.

L’altro giorno, a Ostuni, prima presentazione del libro, ho chiesto: ‘Chi di voi sa del sandinismo?’. Su cinquanta persone, si sono alzate quattro mani. E ora, al caffè Tripoli, ci sono tre donne che sanno bene cosa accade in Nicaragua. E c’è una donna che dopo mezzo secolo…e c’è….

Comprano tre copie del libro. Foto come rituale. Da mandare a San Marcos. Da mettere qui, senza una ragione, che non sia l’emozione che, ora, sempre sfalsata rispetto al tempo, provo.

E passeggiamo a lungo fra le casualidades.

Non so dare un significato a tutto questo.

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