‘Non sono dettagli’. Storie a Matera

Il cartapestaio e l’apprendista. Chi insegna a chi?

Primavera 2019

La cena a San Rocco

Non è un dettaglio. E’un gesto di fiducia. E’un atto che ha una sacralità. Non ci sono guardiani alla casa di don Angelo, a San Rocco. Qui vivono una ventina di ragazzi. Camere affollate, letti ikea da 179 euro l’uno, uno sull’altro, materassi perfino nella biblioteca. Sono quasi tutti africani. Ma capita che vi sia un rumeno e uomini di Matera. Chiunque abita qui, ha le chiavi di casa. No, non è un dettaglio.

La cuoca ha portato con sé la sua madre ottantenne. Dà una mano in cucina, lava i piatti. Assieme a una fotografa e una scout. Con loro, un ragazzo africano con le treccine. ‘Sono belli’, mi dice la cuoca, girando la pasta in un grande pentolone. Otto chili di pasta, questa sera. Ventidue scatole di pelati. Provengono dal Banco Alimentare. I piselli sono dono dell’Unione Europea.

Alle otto di sera, suona la campanella. I tavoli sono apparecchiati, la cuoca ha calcolato bene i tempi. I ragazzi africani e qualche materano salgono le strette scale che conducono al primo piano della casa di don Angelo. Non sgomitano, ma vi è chi è sempre più veloce a conquistare i posti. Papa Francesco ha donato il denaro necessario per comprare una nuova cucina. Adesso, in spazi minuscoli, si può lavorare con più facilità. Una ragazza comincia a servire la pasta nei piatti. I materani cominciano a mangiare subito. Non è luogo da buone maniere, questo. Qui si vede la fame. I ragazzi africani hanno qualche esitazione, i più osservanti mormorano una preghiera, bismillah, poi afferrano le forchette. Ogni sera, don Angelo fa una sorta di appello: chi sarà qui domani sera?

La chiesa di Don Angelo è aperta fino a tardi la sera. C’è chi viene a pregare. Chi ne approfitta per un breve saluto a Gesù. Molti ragazzi vengono qui per ricaricare il cellulare. Non hanno un altro posto dove andare. E in inverno, la chiesa sfida il freddo dei venti della Murgia.

Già i cellulari! Il contatto con il mondo. I ragazzi sanno di tariffe e operatori virtuali. Insegnano agli italiani come risparmiare nella selva dei prezzi. Solo che stanno sempre con gli occhi chini sul display. Nel buio di un angolo, appena fuori la chiesa di San Rocco, un ragazzo è seduto al buio, la sua faccia è illuminata dal riflesso del suo schermo. E lì da ore. Come ogni migrante cerca storie di casa. I cellulari sono gli strumenti della migrazione. Un’estensione della speranza. Si chiama al villaggio, si cerca un amico per un lavoro, si guardano le notizie dal paese, si scrutano, con sguardi avidi, video porno o le partite del Liverpool, si parla di continuo, ogni sera. Per sfidare la solitudine. Ci si aggrappa alla precarietà di un wi-fi africano.

I fiori…

Don Angelo, a volte, con allegria, minaccia: ‘Prendo una cesta e vi obbligo a lasciarlo fuori. A cena si mangia e si parla con chi ci sta accanto. Mettete via i telefoni’. Poi sorride quando vede che Omar è ancora chino sul cellulare mentre cerca di non perdere gli spaghetti appesi a una forchetta.

Questa sera il cameriere è curdo. Ha un fisico massiccio e un bel volto. Ha girato fra la Finlandia, la Francia, la Svizzera. Nomadi di questo millennio. Viene da Kirkuk. Dice a mezza bocca: ‘Maledetto petrolio…’.

Più che i ragazzi africani, parlo con un italiano. Mi ha colpito, ha occhi di acqua. Stanchissimi. Ha settantacinque anni. E’nato a Matera. Ma per mezzo secolo è stato via dalla città. ‘Stavo sulle strade in Germania’. Manovale, a quanto capisco. E poi mi mostra un tesserino da guardia giurata. ‘E’ stato il mio mestiere per diciotto anni’. Ha la pensione. E’ tornato nella sua città da un anno. E non sa dove andare. Mi dice che aspetta un posto al Brancaccio. Chi è di Matera sa che è la casa per anziani. ‘Ora dormo alla Croce Rossa’. Ho pensieri cupi: mezzo secolo di lavoro…e poi…cosa è successo, Michele? Cosa si è rotto? Chiedo a Don Angelo: ‘Questo sistema ti spreme fin quando servi a qualcosa, poi ti butta via’. Italiano o africano, non fa differenza, se sei inutile.

Non è un dettaglio nemmeno l’olio di oliva. Qui non arriva nessun soldo pubblico per l’accoglienza di questi uomini (le donne sono il cruccio di don Angelo: qui non possono stare, ma prima o poi vi sarà una nuova casa – ora mentre rileggo, mesi dopo, questa casa per donne c’è – ). Si sopravvive con donazioni private. ‘La Provvidenza’, dicono. Che arriva sempre in tempo. Appena in tempo, quando i conti correnti sono a zero e le dispense vuote. Le chiavi e l’olio di oliva per condire non sono un dettaglio senza importanza. Hanno a che fare con la dignità. Oltre le necessità materiali, questa è una storia di dignità: le chiavi di casa si danno ai fratelli, agli amici, a chi ti fidi l’olio di oliva è condimento per il cibo che mangiamo tutti noi. Questa è una storia di comunità.

I ragazzi al lavoro

Il poliziotto

Incontro un poliziotto. Parliamo di migranti, parliamo dei ‘ragazzi’. Non so quanto sia giusto usare questa parola. Non sono ‘ragazzi’, sono uomini e donne che hanno attraversato il mondo per arrivare fin da noi. Mi vengono in mente le parole di Erri De Luca: Da qualunque distanza arriveremo, a milioni di passi/Quelli che vanno a piedi non possono essere fermati./Dai nostri fianchi nasce il vostro nuovo mondo. Il poliziotto mi dice che, a volte, i ragazzi scappano dai luoghi dove dovrebbero attendere il loro destino. Se ne vanno a piedi. Il prete di San Mauro Forte li va dietro. Li raggiunge. Li convince a tornare indietro. Mi sorprendono le sue parole: ‘Sono ragazzi splendidi’. Arrivano qui e sono sperduti. Mi dà dei numeri: sono circa tremila nella provincia di Matera. ‘Nessuno di loro è pentito di avere intrapreso il Grande Viaggio’. E ancora: ‘I maliani sono poverissimi, hanno i segni della povertà incisi nel corpo. Spesso non riusciamo a prendere le impronte digitali per i documenti perché i loro polpastrelli sono consumati dal lavoro’.

‘Cercano un futuro migliore, cercano un mondo di pace, vogliono serenità’, mi dice ancora. ‘Sono uguali ai ragazzi di tutto il mondo: hanno i pregi e difetti di chi è giovane’.

Penso alle mie Afriche. A quanto mi sono sentito bianco in un autobus di Nairobi. Fa bene, sentirsi osservati. Forse capisco come deve sentirsi un ragazzo africano su bus…

I fiori di Savanne

L’avvocato

Vedo la stanchezza nei suoi occhi. Ne vedo, soprattutto, la forza e la passione. A volte, solo a volte, l’idea di giustizia esce dalle carte raccolte in cartelline di color verde. E allora si vede la vita. Per sapere qualcosa dei ragazzi e delle ragazze che chiamiamo ‘migranti’ è bene passare anche dall’ufficio dell’avvocato. Davanti ai suoi occhi, ci sono ottanta fascicoli, tutti ricorsi contro il diniego di una protezione di chi ha cercato un nuovo destino nel nostro paese. Sono fogli e sono vite di uomini e donne.

L’avvocato si toglie la toga che non indossa: ‘Certo, questi ragazzi hanno bisogno di un aiuto legale, ma soprattutto chiedono di essere ascoltati. Hanno bisogno di una relazione. Vogliono avere importanza. A volte mi chiamano a sera per chiedermi come sto. E dietro questa domanda c’è solo la necessità di una compagnia, di sconfiggere una solitudine. E noi non riusciamo mai a mettersi nei loro panni. Ascoltiamo le loro storie e pensiamo con i nostri valori, le nostre logiche: così non capiremo mai. Non possiamo chiedere a una donna le prove del suo stupro in Libia. Non possiamo chiedere a un ragazzino ivoriano di sedici anni se mai si è rivolto alla polizia del suo paese. Vuol dire davvero non sapere nulla di cosa è una realtà diversa dalla nostra’.

Il cantiere del Carro

Come non capiremo mai che se un ragazzo africano perde ogni protezione, diverrà invisibile. E su di lui caleranno i rapaci della criminalità organizzata e ne faranno la loro preda.

‘Questi uomini e donne sono persone. Li trattiamo come se fossero niente. Niente, niente. Sbarriamo ogni possibilità di ingresso, non vogliamo vedere lo sterminio che accade in Libia. Sai quale è una regola per chi si mette in viaggio verso l’Europa: non piangere, non voltarti indietro. Soprattutto: non piangere. Se piangi, ti sparano addosso. Se piangi e implori sei condannato dal piacere dei tuoi torturatori. Lo possiamo capire questo, noi? Noi siamo al riparo di un’aula di tribunale, non siamo in una prigione libica, non siamo in mezzo al deserto’.

‘Mi chiedi cosa vogliono? Una vita normale, come tutti. Cosa è una vita normale? Cibo, vestiti, un lavoro, soldi da mandare a casa, debiti da pagare. Vogliono le cose che abbiamo noi. E i ragazzi più giovani hanno desideri prepotenti: gli stessi dei nostri figli. Sognano di diventare ricchi, di giocare a calcio. E Boubacar, a Picerno, c’è riuscito per davvero’.

‘E poi accade che scompaiono nel nulla. Quando non hanno più pazienza. E proprio mentre pensi che si sta aprendo uno spiraglio, il ragazzo per il quale ti sei battuto sparisce nel niente. Non pensi, allora, e  ricominci da capo. Con un altro, con un altro ancora. E poi, per ramadan, ti appaiono in studio: non abbiamo soldi per pagarti, avvocato, ma le nostre madri pregano per te in questi giorni santi’.

Esco dalla stanza dell’avvocato che è già buio. L’avvocato non viene con me. Lo studio è deserto. E’ tardi. Ci sono i suoi figli aspettano a casa. Ma bisogna preparare il prossimo ricorso. Scade fra due giorni.

 

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