Matera, città-ragnatela

La città-ragnatela

Ho cercato punti di vista diversi. Una panchina, per esempio. Una bella panchina all’angolo fra la chiesa barocca di San Francesco e la piazza del Sedile, cuore del Piano, quartiere-confine dei Sassi di Matera, prima della discesa della città verso il canyon della Gravina. Questo è il baricentro della Città Antica, come la chiamo io. E, come altro osservatorio privilegiato, ho scelto una bottega di formaggi e salumi al mercato di Piccianello, quartiere delle ‘periferie’, in realtà appena un chilometro fuori dai Sassi.

Su quella panchina, ogni giorno siede Mariangela: da qui può dare un occhio al suo piccolissimo, raffinato negozio di oggetti di design. E, allo stesso, tempo può guardare da vicino le centinaia e centinaia di turisti che attraversano questo passaggio obbligato. ‘E mi appaiono felici, sorpresi, quasi storditi dalla mia città’, mi confessa Mariangela. Devo crederci: Matera, o meglio il suo centro storico, per chi vi arriva la prima volta, è una sorpresa, uno stupore inatteso, uno ‘spaesamento’. ‘Un effetto wauh’, mi direbbe Raffaele Pentasuglia, 39 anni, scultore e artigiano della cartapesta, costruttore degli ultimi due carri trionfali della Grande Festa di Maria Santissima della Bruna, il giorno più atteso dai materani.

Il Carro della Bruna

Mi sposto di un chilometro. Il mercato di Piccianello è bello. Sta nelle periferie. Lontano dagli sfavillii del centro storico. Vado da Saverio, 51 anni, un tempo studente di scienze politiche a Padova, tornato, dopo quindici anni, nella sua città. Alla fine ha aperto una preziosa bottega di formaggi. ‘Se c’è folla al centro – mi dice mentre mi prepara friselle e burrate – qualcosa arriva anche nelle periferie. Sì, c’è un’aria diversa in città, più lavoro, ma molti eventi mi sono apparsi piovuti quasi per caso nei quartieri fuori dal centro’. Come navicelle spaziali atterrate e ripartite in fretta.

Matera sta vivendo la sua terza metamorfosi in settanta anni. E’ una grande storia. Singolare e appassionante. Ricordate? Tutto è cominciato con Cristo si è fermato a Eboli, scritto da Carlo Levi, fra il 1943 e il 1944, nei mesi della clandestinità fiorentina e poi pubblicato da Einaudi nel 1945. Confinato dal fascismo nelle solitudini lucane, l’artista piemontese inchiodò Matera alla sua decadenza: la descrisse come ‘l’inferno di Dante’, il suo canyon aveva ‘un’aria cupa e cattiva’. Matera divenne una ‘vergogna nazionale’. Con leggi speciali, la Città Antica venne sfollata dei suoi abitanti. L’ultimo grande esodo urbano europeo: nessuna catastrofe, nessuna guerra, una decisione politica. I Sassi, per vent’anni e più, furono un deserto. La resurrezione è stata lenta, ostinata, tenace. Merito dei materani. Nel 1993 l’Unesco si accorse del prodigio di questa città: Matera fu proclamata Patrimonio Mondiale dell’Umanità. E, poco più di vent’anni dopo, nel 2014, la città vinse la candidatura (sfidando Siena o Ravenna) a Capitale della Cultura Europa. Un trionfo. Una vittoria gioiosa e meritata. Questo 2019 è l’anno dell’apoteosi della città. Crocevia della sua ultima mutazione: Carlo Levi rimarrebbe disorientato se oggi riapparisse fra i Sassi. Sfavillio di insegne, notti infinite, ondate di turisti, bar, alberghi e ristoranti costruiti nei luoghi della miseria. Le case-grotte diventate camere di charme. Vi è chi spende mille euro a notte per dormire nelle stanze che furono abitazioni di famiglie di contadini e stalle di animali. Nel 1964, Pier Paolo Pasolini aveva trasformato i Sassi in una Gerusalemme in bianco e nero per regalarci il suo splendido Vangelo secondo Matteo; oggi, 2019, James Bond è venuto a vivere la sua venticinquesima avventura proprio a Matera. Da solo, questo colossal rappresenterà un punto in più di Pil cittadino: sulla città sono atterrati, per un mese e mezzo di riprese, dodici milioni di euro di investimento.

Un tempo, incontrarsi a Matera

Campagne pubblicitarie potenti, figlie del 2019, hanno messo Matera su un palcoscenico mondiale. Matera è diventata un ‘marchio’. Un testimonial buono per ogni occasione. Tutti sono voluti venire quest’anno: l’allegria festosa del Pride e l’orgoglio piumato dei Bersaglieri, la severità ombrosa della Confraternite e l’atletismo aereo dei Pompieri. A migliaia hanno scosso, nei loro raduni, le pietre dei Sassi. E tutti sono rimasti a bocca aperta di fronte alla bellezza della Città Antica.

Il primo giorno da Capitale, lo scorso gennaio

Matera 2019 è, a suo modo, un colossal: cinquantadue milioni di euro di bilancio previsto, centinaia e centinaia di eventi, cinquanta produzioni, progetti ambiziosi, quaranta raduni, grandi mostre. A metà anno già centomila persone avevano assistito a spettacoli e visitato mostre. La città è entrata, da stella lucente, nel grande circuito turistico internazionale. I censimenti non sono di facile lettura, bisogna districarsi fra dati difformi: rispetto a sette anni prima, i turisti, nel 2018, sono aumentati del 176%. Solo l’annuncio della Capitale della Cultura aveva provocato, nel 2015, un aumento del 44% del turismo verso la città. Dati ufficiali (sottodimensionati, questa è la sensazione) rivelano che, nel 2018, i turisti hanno passato a Matera quasi 600mila notti, saranno 700mila a fine di questo anno. Calcoli approssimativi rivelano che, nel 2018, sono stati un milione e ottocentomila i visitatori di Matera, fosse solo di passaggio. Nei giorni di festa della scorsa primavera Matera è stata invasa da migliaia di viaggiatori e week-enders: era tutto esaurito da mesi e mesi. Nascono, in ogni strada e vicolo, Bed & Breakfast e case-vacanze: ufficialmente sono 608 le strutture extralberghiere (ma all’azienda del turismo invitano alla cautela: ‘Sono almeno il 20% in più. E sfuggono gli affitti brevi’. Qualcuno, alcuni mesi fa, ha azzardato che siano trecento le strutture non registrate). Nessun campeggio, un solo ostello. Affollati i piccoli alberghi di extra-lusso dai prezzi alti. Io sono un fiorentino trapiantato, in qualche modo, a Matera: a noi, ragazzi a Firenze, mezzo secolo fa, il turismo ci ha cacciato dal Ponte Vecchio o da piazza del Duomo. A Matera è accaduto qualcosa di simile, ma profondamento diverso. ‘I turisti hanno occupato uno spazio vuoto – dice Francesco Foschino, 40 anni, operatore turistico e editore della bella rivista Mathera – i materani non scendono nei Sassi. Certo, io ho nostalgia delle partite a pallone nella piazza di San Pietro Caveoso. Si andava là a baciarsi o a nascondersi, ma non vi abitava quasi nessuno’.

Luminarie

Ecco, un bilico a cui Matera2019 ha dato l’ultima spallata, il successo della città ha spezzato un equilibrio precario. Antonio Sacco, 50 anni, è un libraio. La sua libreria, alla vigilia del 2019, venne sfrattata dal Corso della città. Divamparono polemiche. ‘Attenzione – mi spiega – non fu cacciata via la cultura, ma un’attività commerciale. Sarebbe accaduto lo stesso con un altro negozio. Io non potevo sostenere l’affitto che mi chiedevano’. Lo stesso destino per l’altra, storica libreria del centro materano: sfrattata dal salotto buono della città. Al posto delle due librerie, un negozio di intimo e una pizzeria. I libri non si sono spostati di molto, sono rimasti nel centro, ma non sono più in bella vista. ‘Ogni medaglia ha il suo rovescio – dice Antonio – Il 2019 ha accesso riflettore potenti. Oggi c’è lavoro a Matera. I ragazzi non sono più costretti ad andarsene. Per la prima volta, io ho avuto, per l’estate, due dipendenti. Sono felice? Questa non è più la mia città: dopo il lavoro, non posso più andare a bermi una birra in pace e a chiacchierare con l’oste perché non ha più tavoli liberi. Matera è stata spogliata della sua indole’. Benvenuti nella modernità: la Città Antica non è più territorio di felici perditempo. E le periferie, appena cinquanta metri oltre i confini dei Sassi e del Piano, sono un altro universo. A Spine Bianche, a Serra Rifusa, a Serra Venerdì i turisti non vanno. Non ve ne sono ragioni.

San Francesco

Vado a trovare Peppino Mitarotonda, 80 anni, un grande artista (e so che si arrabbia: si considera un artigiano), un ceramista, uno dei protagonisti della resurrezione di Matera. ‘Sono deluso – mi avverte – Il 2019 non ha avuto memoria. Si è dimenticato della cultura antica di questa città. Io sono contento dello sbalordimento dei turisti, del lavoro che adesso c’è, ma perché non aver attenzione alla nostra storia?’. Peppino non è un uomo malinconico, è vivace, attento, sorridente. ‘Il 2019 è come essere a bordo di una nave da crociera: c’è un buffet continuo, tutto è prelibato, e accade che ti passa l’appetito. Io aspetto il sipario, la fine di questo anno. Aspetto che lo spettacolo finisca e poter ritrovare così i fili della nostra identità’.

Per coincidenza anche Nadia Casamassima, 39 anni, attrice, aspetta che questo anno finisca: ‘Vorrei riprendere le storie che abbiamo sospeso per fronteggiare tutto quanto sta accadendo in questo anno’. Nadia ha meno nostalgie di Peppino. Lei, fin da ragazza, ha scelto di non lasciare la città. Qui ha cominciato a fare teatro, è legata ai questi luoghi, da anni, assieme alla sua piccola compagnia, lavora nelle periferie di Matera. ‘Noi volevamo continuare il nostro lavoro, ma Matera2019 ci ha chiesto di fare qualcosa di grande. Abbiamo accettato. E abbiamo avuto grandi opportunità: stiamo lavorando con artisti internazionali, mai avremmo avuto questa possibilità. Abbiamo imparato’. So che Nadia, appena questo anno finisce, tornerà nelle periferie: ‘Nessuno resti fuori’, si chiama il festival che ogni anno la sua compagnia, lo Iac, organizza lontano dal pulsare dei Sassi.

Quartiere Lanera

Ho bisogno dei ragazzi. Ho bisogno della loro voce silenziosa. Peppe e Gaia hanno diciotto anni. Hanno finito le scuole. Mentre leggete questo articolo hanno già lasciato la Città Antica. Via, all’università. Altrove. A Torino, a Roma. Sono grandi, Peppe e Gaia. ‘Il 2019 non ha avuto attenzione ai ragazzi – dice Peppe – Si è investito in bar e ristoranti, ma non ho visto qualcuno che abbia pensato al futuro. Nessuno, mi pare, ha parlato dell’università’. ‘Sono d’accordo – aggiunge Gaia – si sono dimenticati di noi. Hanno voluto grandi eventi, ma non hanno pensato che non ci sono luoghi di ritrovo per i ragazzi, non hanno immaginato un futuro per chi vorrebbe studiare qui. La mentalità della città non si è aperta’. Non vi è attenzione al cinema. Alle tecnologie. Non vi sono caffè dove i ragazzi possano stare. ‘Ce ne andremo – dicono Peppe e Gaia – e sappiamo che Matera ci mancherà. Ma se vogliamo crescere, dobbiamo partire’.

Alla fine di questo strano viaggio nel 2019 materano, vado su una frontiera. Lì vive, lavora, prega don Angelo Tataranni, 59 anni, parroco di San Rocco, chiesa appena fuori dai Sassi. Don Angelo è uno dei rifugi di chi vive ai margini della città. Accoglie migranti e poveri. La sua parrocchia segue quasi duecento famiglie materane in difficoltà. ‘Non vorrei che il successo di Matera ricada solo su chi ha già molto – dice – Non vorrei che fossimo accecati dallo sfavillio e ci dimenticassimo degli scantinati più bui. Matera2019 non ha occhi per chi non ce la fa. Vero, c’è lavoro, ma io vorrei sapere se vi è anche dignità per i lavoratori, orari e salari giusti per chi fatica in bar e ristoranti. Non dimentichiamoci che anche questa è cultura’.

Verso le Murge

Ho appena finito di scrivere questo articolo, e la prima settimana di agosto e, al mattino, i radiogiornali annunciano una tragedia: a quaranta chilometri dalle luci di Matera, un incendio ha divorato una baraccopoli popolata da ottocento braccianti africani. Uomini, lavoratori, indispensabili alle agricolture del Metapontino. Nessuno ha pensato a loro per mesi e mesi. Adesso una donna nigeriana e morta, cento e cento africani hanno perso anche le loro povere cose. Sono stati scacciati, e ben pochi si sono occupati di loro. La cultura non arriva fino alle campagne agricole della Lucania. E anche io mi limito ad aggiungere poche righe a un articolo già scritto.

Dall’altra parte della Gravina

Ritorno alla panchina fra San Francesco e la piazza del Sedile. Mi siedo accanto a Mariangela e guardo l’andare incessante dei turisti. Hanno davvero l’aria felice. Dodici anni fa arrivai a Matera. Per scrivere un articolo. Rimasi stupito anche io, la città mi apparve meravigliosa e in bilico fra un passato di gloria, una tradizione avvolgente e una contemporaneità indecifrabile. E’ capitato che, alla fine, ho deciso di vivere qui. E già allora erano scomparsi i ciddari, le cantine del vino, e i vuccir, i macellai di via delle Beccherie. Un kebabbaro materano aveva tentato una solitaria sopravvivenza proprio là dove si vendevano gnummaredd’, prelibati involtini di interiora di agnello o capretto (li faceva anche lui, il kebabbaro). In questi anni ho visto cambiare la città, ho visto ripetersi quanto era già accaduto sotto il mio naso negli anni dell’adolescenza fiorentina. Ma io non posso avere nostalgia di un passato che non ho conosciuto, mi ricordai solo di Italo Calvino, che, forse, era passato da Matera: nella sua geografia fantastica la chiamò Ottavia, città-ragnatela sospesa sull’abisso. I suoi abitanti erano saggi, attenti alla resistenza di quella rete che li sosteneva, che impediva alle loro case di sfracellarsi nel precipizio. Sapevano che ‘più di tanto non regge’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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