Dancalia Rewind.16/Girotondo dei crateri

 

Si sta bene fuori dal mondo. Profili di uomini e donne sul grande cono vulcanico spento che si innalza ai confini del cratere meridionale. Hanno sfidato la notte dentro la caldera. All’alba hanno conquistato il palco più alto sullo spettacolo del lago di lava. Sono Siscu e Cristina. Ci avevano raggiunto a tarda sera, con il buio erano scesi nel cuore del vulcano. Il sole inganna gli esposimetri delle macchine fotografiche. Ai nostri occhi appare bianco come la schiuma del mare. Ma il calore e i vapori si fanno beffe dei suoi raggi, invitano le foschie e, assieme alla polvere sollevata dal vento, si inventano un colore che non esiste nella scala degli arcobaleni. Il cielo è irreale. Marte è così, immagino. Ma questa è la Terra. Noi siamo sulla Terra.

Erpasa, il cuoco, appare quasi indifferente: ha acceso il fuoco, l’acqua per il tè sta già bollendo. Ha preparato il pane sul confine del vulcano. Vengo svegliato dai rumori della cucina, sistemata al riparo di una roccia. Bramiti di cammelli che cercano quietamente di ribellarsi ai legacci. I cammellieri agitano i bastoni, volano alcuni colpi, ma le corde che imprigionano gli animali vengono allentate. Andranno al pascolo. Saltellando. Con le due gambe anteriori legate una all’altra.

Noi, all’alba, stupiti di dove siamo arrivati, ci affacciamo sulla caldera. Scendiamo nuovamente verso il cuore di fuoco. Una nebbia leggera ci avvolge. Muovo i miei passi con cautela. Attento al vento, alle folate dei vapori di zolfo. Gli occhi non perdono di vista i bordi del cratere meridionale. Di notte, è uno show pirotecnico. Di giorno, senza lo specchio riflettente della luna, il pit  crater, centro del palcoscenico dell’Erta Ale, sembra innocente: in realtà è un maremoto di esplosioni, spruzzi di lava, andirivieni di onde infuocate che sbattono contro rive di liquida roccia nera. E’ un immenso catino di magma. Lo aggiriamo, ne costeggiamo i bordi. Con qualche esitazione, ci affacciamo. Saliamo anche noi sul grande hornito, erede di un antico scossone esplosivo. Ci sediamo sulla parete franante di un altro cratere. Siamo sventati e imprudenti. Ridiscendiamo. Girotondiamo attorno al pozzo di lava. Ci sono tracce del passaggio di altri uomini. Geologi, vulcanologi, alpinisti, free-climber, turisti. E’ diventato facile violare il vulcano. Ci sono pali di ferro piantati nella lava da chi ha osato scendere fino alle spiagge ribollenti sulle quali si infrangono le onde del magma. Camminiamo. Verso il cratere settentrionale. Giochiamo agli esploratori, mascherine antigas. Vapori che raschiano la gola. Un piccolo vulcano, un hornito neonato, ha riacceso micce a orologeria sotto il cratere settentrionale. I colori conoscono improvvise diversità: al nero e al rosso si aggiunge un giallo esplosivo. Una chiazza come una pennellata sfuggita. Oppure un disegno meditato. Per spezzare le patine grigie della lava. Una colata nerissima si allarga, con lentezza presuntuosa, sulla crosta del cratere. Camminiamo, camminiamo. Ci inerpichiamo sul crinale. Calpestiamo fragili uova che si aprono nella terra. Il paesaggio, oltre i bordi della caldera settentrionale, è da emozione. La Dancalia, questa Dancalia, è stata modellata da fiumi di lave. Che hanno cambiato i loro colori nello svolgersi dei millenni. Cespugli verdi e stentati provano a crescere fra i cumuli di pietra inerte. Non è storia di uomini, questa. Il terreno si spezza, gli strati vulcanici sono fragili come carta velina. Inciampiamo. Sembriamo spettri che si muovono nel fumo. Penso che mi sto dimenticando degli afar. Qui anche questi uomini sembrano scomparire dal teatro della loro terra. Questo vulcano è invadente. Occupa tutto lo spazio della scena.

I capelli di Pele

I suoi capelli, rinvenuti fra le pietre di lava dell’Erta Ale, non lasciano dubbi: Pele è bionda. Ha capelli robusti e, a volte, li raccoglie in piccole trecce. Come fanno i giovani afar, in fondo. Solo che Pele è qui in viaggio: lei, divinità oceanica, viene dalle Hawaii. Se gli afar nascondono, con gelosia reticente, le loro leggende (i cavalli dalla criniera fiammeggiante; i tre guardiani armati a vigilare l’ingresso al vulcano), tocca a gente dell’oceano Pacifico inventarsi le storie del fuoco.

La lava del lago è davvero un piccolo mare. Lava fluida. Iperfluida, spiegano gli esperti. Prigioniera di correnti contrapposte, schiuma e zampilla come mille onde. Sbatte con violenza contro le scogliere del cratere meridionale. Fontane schizzano fuoco liquido verso il cielo. Gocce di lava prendono il volo, si liberano della forza di gravità e afferrano una corrente di vento ascensionale. Volano oltre i bordi del pozzo che imprigiona la lava. Diventano libellula, farfalla, scintilla di fuoco. La fisica più elementare si impossessa di queste gocce. Il vento le trasforma, folate improvvise se le contendono fino a stirarle, a strapparle, a modellarle in filamenti ultraleggeri. A quel punto sono piume che non hanno più peso. Sono filamenti vetrosi, lana di roccia naturale. Sono sottili come capelli e volano dove vogliono le correnti aeree. Spesso si infrattano in qualche cavità protetta dal vento e si raggruppano in una matassa disordinata di peluria. Altre volte, una goccia microscopica rimane appesa al capello: queste sono le ‘lacrime di Pele’. Sì, non crederete mica di essere soli in cima all’Erta Ale?

Pele è una donna seducente. Appassionata. Ribelle e dolcissima. Spesso focosa nelle sue reazioni. Quando non è in giro per il mondo, abita nei recessi più nascosti del vulcano Kilauea, a Big Island. Nelle Hawaii, appunto. Ha una sorella, Pele. Pessimo carattere entrambe, non fanno altro che litigare. Pele, dopo un’ultima baruffa, si mise in cerca di un’altra casa. La trovò sulla cima di una montagna che dominava un’isola. Fece l’imprudenza di accendervi un fuoco e la sorella la scovò. Altra fuga, altra montagna, altra isola, altro fuoco. Il resto della storia è facile immaginarlo. Di isola in isola, nacquero così le Hawaii e i vulcani del Pacifico. Pele si fece la fama di donna bellissima e impossibile. Per ingannare la sorella, smise di scalare montagne e si scavò il suo rifugio nelle caverne del suo monte preferito, il Kilauea. Non per questo si acquietò. Tutt’altro. Si incolleriva con amanti e gente che passava di lì. Scuoteva le sue chiome e il vento afferrava quelle ciocche volanti e le trasportava per ogni dove. Attenzione: quando vi ritrovate dentro un turbine di capelli di Pele, scappate a gambe levate: è un avvertimento che preannuncia il nervosismo del vulcano, ben deciso a mostrare tutta la sua potenza. Si salvarono così, i primi polinesiani sbarcati alle Hawaii: furono messi sull’avviso dalla capigliatura di questa dea, protettrice dei cuori appassionati. Bella gente si ritrova a volte sul bordo del cratere dell’Erta Ale: Pele invita, nei giorni di festa, Tane, il dio del Vento, e Ta’aroa, dio dell’Oceano. Incrocio di culti polinesiani con l’austerità afar. Magari è da loro che questo popolo così severo ha imparato danze balzellanti e gioiose.

Più ci si avvicina al bordo del pit crater e più ogni cavità delle rocce laviche è cosparso di capelli di Pele. La dea ha molte età: alcuni ciuffi sono ingrigiti. Mi azzardo ad afferrare una piccola matassa con le mani. Sono taglienti, i capelli di Pele. Ma si sbriciolano nelle mani e riprendono subito il loro volo. A volte, davvero come piume, percorrono decine e decine di chilometri e ricoprono con un manto vetroso gli aridi pascoli delle vacche. Gli afar, allora, chiedono ai loro dei di placare la rabbia di quella divinità a loro sconosciuta. Lascio andare questi capelli nel vento. Nella notte, le scintille di fuoco del vulcano navigano nell’aria. Pele viene spesso da queste parti. Come se stesse meglio in Africa.

 

Non ce ne andiamo. Un’altra notte. Bisogna passare almeno due notti sul vulcano. Lo merita. Glielo dobbiamo. L’Erta Ale è generoso con la lentezza. Aspettiamo ancora una volta il buio per scendere  nella caldera. Ora sappiamo cosa ci aspetta. E l’emozione è ancora più grande. Il cielo ha il sapore delle stelle, le rocce si sono di nuovo arrossate, il sipario di pietra del cratere è un telone di velluto rosso con i bordi bianco-incendio. Non si staccano gli occhi dallo spettacolo del magma ribollente, non si è mai colmi di esplosioni, di ondate, di crepe di fuoco che disegnano geometrie sulla superficie del lago di lava. E’ vero: forte è la tentazione di lasciarsi volare in queste acque di pietra liquida. La prudenza deve essere una buona consigliera: i margini del cratere sono incisi da crepacci che hanno l’odore dello zolfo, sembrano monumenti in bilico sul vuoto del vulcano. Sono certo che le onde di lava vorrebbero conquistare ancora una volta queste sponde, vorrebbero vederle crollare per poterle liquefare e aumentare la propria potenza. Il lago dell’Erta Ale sta cercando la via della libertà. Passiamo le ore ad ammirare i suoi desideri esasperati. Un giorno ci riuscirai, vulcano.

Il vento deve seguire onde termiche. Si alza nuovamente. Quando la luna comincia a calare. Vento violento che divora la notte. Vento improvviso. Imprevisto. Vento che ci appare freddo. Alza mulinelli di polvere. Vento strappasonno. Solleva i nostri sacchi a pelo. Lo chiamano wal-walla. Infierisce su chi ha scelto di dormire all’aperto senza aver avuto l’accortezza di un riparo. Le folate non raffrescano la notte, semplicemente la scuotono. Ci arrendiamo, troviamo un rifugio in un igloo di pietra costruito sull’orlo della caldera. Il cielo è rosso. Non è più solo un alone, il fuoco ha conquistato le stelle. I giochi dell’astronomia si sono arresi. Ha vinto il vulcano. Che non è domo e che non lo sarà mai, insh’Allah. Le notti dell’Erta Ale hanno il senso dell’infinito.

Al mattino

Al mattino i gesti sono automatici. Ancora una volta sai che devi andare. Pensare di rimanere qui è un’illusione. La nostalgia è roba da occidentali. Erpasa è già in cammino. Gli afar non hanno bagagli. Hanno rassettato la loro camicia, riannodato la futà attorno a fianchi ossuti e stanno aspettando di ripartire sorseggiando tè da luride tazze di plastica. Non vi è tempo per la malinconia. Due notti sull’Erta Ale. Torneremo? I cammellieri ci mettono fretta. Tutto è pronto. Non voltarti, ti prego. Non voltarti, ricordi? Non farlo mai. Il vulcano intuisce le nostre indecisioni, non infierisce. Si limita a gorgogliare. E’come assopito. E’come se già pregustasse la sua solitudine. Oppure sta pensando alla festa che potrà organizzare stasera con i suoi ginn senza la seccatura di intrusi dalla pelle bianca. Mohammed si incammina. E’ già un punto sospeso sulle scaglie della lava. Ci muoviamo anche noi. Controvoglia.

Cambiamo sentiero per il ritorno verso il campo base. Mohammed, con il suo sguardo astuto, devia all’altezza dei Tre Coni. Adesso li vediamo bene: sono hornitos di altre eruzioni. Ci hanno provato a diventare vulcani. In Dancalia è l’aspirazione di ogni cavità sotterranea. Questi tre erano troppo raffinati per sopravvivere in una geologia da duri. Hanno perso tempo a modellare ghirigori di lava, hanno giocato come fa un bambino sulla spiaggia con la sabbia bagnata. Non c’era partita con i rozzi accumuli dell’Erta Ale. Alla fine i Tre Coni hanno accettato un ruolo da comprimari: sono belli, meritano la deviazione. Come merita un saluto l’Acacia. Sta lì, di lato all’unica vera radura del versante orientale del vulcano. Sta lì, incapace di fare ombra, ma ben ritta, orgogliosa, tenace. Quanta fatica deve avere fatto per sopravvivere fra queste pietre prive di vita. E’ cresciuta in una fessura di questa terra inerte. Dove avrà mandato le sue radici Acacia a cercare gocce d’acqua? Provo ad abbracciarla, tocco i suoi rami, le auguro buona fortuna. E, senza fare domande, mi accodo a Mohammed lungo il nuovo sentiero. La discesa appare più risoluta della salita. Come se avesse fretta. Il paesaggio di lava è in frantumi. La traccia del sentiero è impercettibile. Lastroni di pietra sono accartocciati uno contro l’altro come lamiere contorte. Le rocce, a volte, sono cordoni annodati che accerchiano e sollevano grandi massi piatti. E’ un cammino da capre. Spaccaginocchia. Si succedono piccole radure con erbe ingiallite. Ogni colore, qui, appare levigato. Come se un esercito di afar ogni mattina passasse uno strofinaccio intinto nel burro di capra su ogni sasso, spolverasse, con inutile zelo, ogni ramo e ripulisse con due dita ogni filo d’erba.

Il riflesso del parabrezza delle nostre macchine lontane è una consolazione. Il cammino è finito. Le due acacie sembrano proteggerle. I nostri passi adesso sono aerei. Quattro ore per scendere. Hasta pronto, vulcano. Que te vaja bien.

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