Natal’ja, un poliziotto russo e Instagram

 

Non so niente di Natal’ja. Wikipedia le dedica poche righe. E’ come se questa artista avesse vissuto solo pochi anni, all’epoca delle avanguardie russe del primo novecento. E anche la mostra che le dedica Palazzo Strozzi a Firenze si interrompe bruscamente, non la segue fino agli ultimi anni di vita. ‘Non ha fatto altro’, mi dice, quasi scusandosi, una ragazza. Non so, immagino che abbia fatto altro: illustrazioni, teatro, intuisco questo. Ma quegli anni, prima della rivoluzione russa, anni di pittura e di azzardi, sono stati straordinari. Niente so di Natal’ja Gončarova, ma prima che dimentichi, vi devo dire che i suoi colori, i lampi di luce, il movimento dei suoi pennelli sono una meraviglia, per me che niente so di lei e della pittura. Rimango abbagliato dallo sfolgorio.

Eppoi c’è questa piccola storia a margine. Natal’ja non ha quasi mai dipinto in studio. Cosa aveva una donna, una modella passata di lì per caso, per colpirla così tanto? Per costringerla a spogliarla, a ritrarla, a scomporre il suo corpo con tratti cubisti. Scrivono di questo quadro: ‘La figura di questa donna è più grande del vero’. Vuole uscire dalla tela.

Nel 1910, a Mosca, Natal’ja espone questo quadro. Troppo per la polizia zarista: non poteva essere permesso a una donna di dipingere, con così bellezza e realtà, il corpo di un’altra donna. Sequestro per offesa alla moralità e pornografia. Processo. Giudici.

Nel 2019, cento e più anni dopo, è un poliziotto di Instagram a indignarsi alla stessa maniera per le tette cubiste e un po’ cadenti di quella donna dai fianchi larghi. E, senza esitare, condanna il quadro di Natal’ja alla invisibilità. ‘Raffigura nudità e porzioni di pelle eccessive’, sentenzia il poliziotto algoritmico mentre sta cercando di rivestire la donna.

 

Insomma, Natal’ja aveva lasciato il suo segno: la forza di un quadro scandalizzava e scandalizza. Gli uomini del primo ‘900 e la tecnologia del 2000.

 

 

Sì, è vero, c’è un faticoso lieto fine: la Gončarova venne assolta dai giudici moscoviti. E Instagram, alla fine, ha sbloccato la pubblicazione del video. Non ammettono la loro stupidità, ma, un po’ schifati, assolvono.

Se fossi coraggioso come Natal’ja pubblicherei il nudo di quella donna rimasta senza nome. Non lo sono, temo i poliziotti di faisbuc.

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.