Caminos.2/Piove sempre ad Armenteira.

La notizia della tua morte, Hevrin, non sta in vetta ai giornali che cerco di leggere. Mi prendo la pioggia. E avverto l’impotenza addosso. Fra qualche giorno, ti avremo dimenticato. Chi può, abbia a cuore la gente curda.

Stazione dei bus di Pontevedra

Albergue de Armenteira. Questa volta sono arrivato (in auto) con il giorno e con la pioggia. Nella cappella dei canti, Suor Lourdes ha chiesto: ‘Ci sono pelegrinos’?. C’ero solo io in chiesa, alle spalle delle suore e delle loro voci. Ho detto: ‘Digamo que sì’. Rispondo sempre così, incerto. Suor Lourdes mi ha fatto avvicinare e un prete anziano (grande, si dice grande) ha recitato un salmo per me. Ho cercato di afferrare le sue parole, erano belle, le ho dimenticate. Poi mi ha sfiorato la fronte con un dito, il segno della croce, poi ha fatto tre passi indietro e mi ha benedetto. Buen camino. Poi le suore hanno spento la luce e si sono accucciate al buio della cappella. Mi sono apparse come animali leggeri che cercavano il riposo. Cosa penseranno dopo anni e anni di preghiera silenziosa? Ho aperto la porta e sono uscito nel chiostro. Senza pensieri. Avrei voluto registrare i rumore dei miei passi. Non mi è venuto in mente. Ho toccato la pietra. E, sotto la pioggia, ho raggiunto l’albergue. Affollato, il mio letto c’era ancora. Ho disteso le lenzuola di uno strano materiale che non è tessuto e ora…

La stazione dei bus di Pontevedra è grande e spoglia. Un impiegato gentile mi aiuta a sistemare lo zaino in un deposito a scomparti. Ricambio, traducendo per lui le domande di un inglese che voleva andare in aeroporto e che lui stava mandando a Porto. Un vecchio dorme appoggiato alla sfilata delle finestre. Altri due uomini perduti (sono perduti?). Osservo a lungo il vecchio. Il bastone, il basco, la testa reclinata. Non so se sta dormendo o leggendo il giornale.

A Pontevedra mi incanto davanti al profumo della panetteria Acuña, c’è un mendicante davanti: ‘Exetramiño. Pido ayuda’, Ciotola vuota, fuma una sigaretta. Di lato c’è una bella libreria di libri usati. Si chiama Cinai, dovrei scriverci. Un bambino cinese, chiuso nel negozio dei genitori, guarda con occhi di desiderio la vetrina dei pelouche. Mangio un’empanada, senza averne voglio, solo perché è bella.

Mi chino per tirare su lo zaino e avverto una fitta al fianco sinistro. All’anca. Mi blocco. Non penso. Mi rialzo con scricchiolio di muscoli. Mi siedo. Prima ancora di camminare…Alzo lo zaino e cammino. Dolore. Insistente. Non penso.

Poi sono arrivati Gino, Gabriella, Martino e, ora sbaglierò nome, la ragazzina si chiama ‘Terra’, la parola basca del suo nome è bellissima e io l’ho dimenticata. Ama è madre…può essere Amaya, perdonami ragazzina, che mi hai salutato e che volevi portare su per le scale un asino colossale.

Martiño scatta la foto per noi. Gli amici antichi, come se fosse ieri. A Matera

Gino e Gabriella mi portano in un furancho. E’ una frasca dei colli romani. Un osmiza del Carso. Insomma i i kankari e il Malatesta . C’è sempre un prima …  Prima, i furanchos erano una storia di contadini: offrivano per pochi pesos il soberante del vino e dell’uva. Oggi sono osterie, quasi ristoranti, non si chiede, il cibo arriva. Io continuo a pensare che dobbiamo creare un club di osti e farli viaggiare. I bambini spazzolano ogni cibo che passa davanti. Calamari, tortilla, carne con peperoni, polpo gallego, flan. Vino Albariño. Una piccola felicità.

Il santuario cistercense di Armenteira

La giornalista sarda mi aveva avvertito: ‘Il narcotraffico in Galizia è sotto traccia’. Di fronte al mare, un uomo mi racconta dei barchini che portano a riva la droga colombiana. Mi dice: ‘E’ socialmente accettato’. Senza violenza, senza guerra per banda. Si porta la merce a riva e qualcuno si incarica di smistarla in Europa. Un tempo erano contrabbandieri di tabacco, poi hanno conosciuto i colombiani. Sono nate ricchezze, a volte vedi passare una Ferrari Delta, le case hanno colonne. Le madri della Galizia si sono ribellate, i loro figli morivano, combattono ogni giorno la loro sfida. E’ appena uscito in Italia il libro Fariña , racconta questa storia sconosciuta, lo trovate sul Venerdì. Mi guardo attorno e vedo un paesaggio verde, tranquillo, un piccolo paradiso umido di pioggia, un mare che non finisce mai e sembra voler occupare il cielo. Sotto traccia di cocaina. L’altro universo, l’altra faccia dell’oceano.

Il monastero di Armenteira

Una donna italiana ha voglia di parlare. Non sono molti gli italiani su questa rotta. Ha avuto le sue disgrazie: ha perso il sacco a pelo, è caduta, è stata morsa da un cane e vuole raccontarmelo. Si lamenta della maleducazione per pellegrini. Io bevo una coca-cola. Distratto.

Fuori piove. Rimango solo nella piccola sala. Arrivano, alle dieci passate, tre ragazze. Le sole che erano andate in paese.

Il fianco duole ancora. Molto. Guardo da un’altra parte. Una delle ragazze appena entrare si siede e fa un bel fracasso. Gli altri dormono tutti, lei ride imbarazzata.

Vorrei che quel vecchio prete cistercense benedicesse una donna curda. Che almeno rivolgesse a lei una delle sue preghiere.

 

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