Caminos.3/Niente paura (fra gli eucalipti)

Niente paura

Avevo bisogno che qualcuno, nella solitudine di un bosco di eucalipti (un invasione di questi alberi, crescono in fretta, disseccano la terra, pessima legna da ardere), mi incoraggiasse. E’ apparsa una piccola freccia gialla, lasciata da una donna italiana, per me, non vi era bisogno di indicare la direzione, Maria ha scritto un messaggio per me…

La pioggia

Piove, piove, piove. A scrosci violenti. E io non ho la stoffa del camminatore. Mantella che si impiglia, giacca vecchia di dieci anni, pantaloni antipioggia, scarpe che annegano nel fango, ombrello che si rompe. Però andiamo.

Samuel davanti alla sua stalla

Piove, piove, piove a tempesta. Perdo il cammino, chi va in senso contrario colleziona guai. Il cellulare non ha alcuna voglia di funzionare sotto l’acqua. E poi a cosa servirebbe in un dedalo di eucalipti, ritorno due volte da dove avevo cominciato, ho sempre pensato che Armenteira fosse un luogo speciale, non me voglio andare, sono chiusi i due bar, niente colazione, solo un cane si prende la pioggia, mi abbaia contro: ‘Non andare’…mi incammino di nuovo. E sono già due ore che cambio orizzonti girando su me stesso. Alla fine, già le dieci, mi imbatto in Samuel, unico vivente in questa solitudine. Ha una piccola stalla di vacche e un cerbiatto-pelouche sul cruscotto dell’auto. Chiedo a lui: ‘Dove siamo?’. E lui non esita: ‘Ti accompagno io a una pista che ti porta dritta all’oceano’. Tento una resistenza ‘etica’, lui insiste e io sono ben lieto di non avere regole. E di amare le infedeltà. Monto in auto e così passiamo un quarto d’ora assieme. Si lamenta del lavoro di contadino (‘Non ci sono soldi’), una figlia studia economia, l’altro figlio sta nei campi. Si lamenta del governo che non c’è. Ma è uno che sorride e dice: ‘Mi piace aiutare la gente’. Devo essergli sembrato bagnato come un cane sotto la pioggia.

Camborro

 

Terra di zucche, attesa di Halloween

Samuel mi lascia dove comincia una pista dritta che in cinque chilometri mi porta al mare. E al sole. Sole improvviso e coraggioso. Battaglia, ogni minuto, con la pioggia. Perde, vince, perde ancora e nell’apri-chiudi, nei capovolgimenti del tempo, l’ombrello si sganghera. Alla fine mi tolgo la mantella, mi sembra di essere un mammuth. E mangio un panino lungo mezzo metro. ‘Non c’è la cuoca’, si giustifica la ragazza che si improvvisa a sistemare pomodori e fette di lomo e prosciutto arrostito. Abbonda con il ketchup, birra Estrella…

Lasciare segni

I piedi dolgono, avverto le vesciche che si danno da fare. Cosa sbaglio? Salgo, scendo, per boschi di eucalipti, passo davanti a chiese imponenti, a cappelle rurali, a case dalle finestre come balconi a prendere il sole, orti di cavoli e peperoni. Piccoli campi di mais. Non incontro nessuno, qualche donna silenziosa. Non ho tempo, guardo il mare, voglio morire davanti al mare. Il mare scolpisce gli estuari, attrae, inganna, con la sua quiete, il suo silenzio è struggente. I gabbiani si fanno cullare.

Incontri alla fontana

Credo di essere arrivato. E’ questa la città. Niente, mancano ancora cinque chilometri, lo zaino è troppo pesante, le vesciche graffiano, mi fermo a una fontana, un uomo mi dice: ‘Vuoi un passaggio?’. No, qui sono sulla strada giusta.

Spaventa passeri a difesa dei cavoli

 

E fisarmonicisti ammaestrano rondini

Alla fine attraverso tutta Pontevedra, due chilomentri e trecento metri per raggiungere l’albergue. Se c’è una pensione prima…ma, al solito, non trovo il coraggio di entrare. L’albergue (privato) ha orari severi, regole, lavo calzini e camicia, e so che non asciugheranno. Trapasso le vesciche con ago e file, ho chiesto consulenza a un donna esperta che mi ha risposto da Budapest. Non vado in giro per la città e me ne dispiace. Ho ricordi della bellezza di Pontevedra. Il camminante ora esita, immagina la pioggia di domani e i piedi feriti al primo giorno. Muscoli dolenti e incriccati. Non arriva al terzo giorno la crisi e qui attorno sono tutti brillanti. Cosa scriverebbe Saramago che invita a sbagliare strada? Non mangio, guardo gli altri mangiare. Una ragazza mi sorride dal suo letto. Accanto a me, un uomo antico. Viene da Belem, Amazzonia. Sono stato là, ai tempi di un’altra Amazzonia, comprai saponi al mercato, venti anni dopo sono ancora nel bagno di una casa. Uno dei saponi serviva per i piedi…

Ah, già: ‘Niente paura’.

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