Caminos.8/Contrabbandiere di castagne

Uscire al mattino

Nessuno, tranne la catalana e l’italiano, vuole mettere il naso fuori. I chicos compulsano le previsione del tempo e non sono incoraggianti. Non smetterà mai di piovere. Mai sapere prima quello che accadrà, è una buona regola (che può rivelarsi un disastro), ma queste mattina, ad Aguncheira – ho dimenticato di chiedere che cosa voglia dire) –  ci vestiamo tutti con lentezza. L’hostal offre cafè e madeleine proustiane. Pioverà davvero per otto ore filate, è buio pesto: ordiniamo una pizza e rimaniamo qui? Chi ci corre dietro? E poi, invece, uno per uno, azzardiamo un passo con abiti da palombaro. Continuo a voler bene a questa pioggia a dirotto e mi chiedo cosa davvero mi è accaduto. Non volevo vivere in Nicaragua? Beh, l’umidità non manca nemmeno là. Ecco, ho capito cosa amo…

 

Il primo umano incontrato

Non so raccontarvi questi chilometri. E’ solo pioggia, cielo all’altezza del cammino. Asfalto, oceano, deviazioni fra campi che precipitano sulle onde, sentiere di pietra, e ci diciamo: ‘Buen dia’ e sorridiamo della nostra stranezza. Lascio andare la catalana, lascio andare Florencia, lascia andare la chica allemana che sembrava un fata e aveva spalle solide e distrazione fantastica, lascio andare un ragazzo dalle gambe lunghissima e valeva la pena parlarci un po’, lascio andare…io vado dalla parte opposta. E non vedo la strada, non vedo il cielo, ascolto l’Oceano…

Cammino

Santa Maria di Oia

Un’ora e qualcosa fino a Oia. Chiesa magnifica, davanti al mare, pietra nera, umida, i licheni ne sono felici, le lumache si schierano in parata sul cammino. Zampetto per evitarle. Cafè del Puerto, il solo aperto. Alfonso mi offre cafè con leche e un donut. Poi, assieme alla barista, maledicono la ribellione catalana. E io non ho il coraggio di dire loro che sto dalla parte di chi chiede ‘diritti’ a Barcellona. Conosco i catalani, sono nazionalisti, ma sono il popolo più aperto che abbia mai conosciuto. Alfonso e la barista temono una guerra civile.

Una donna apre, solo per me, la Grande Chiesa: Santa Maria è imponente, severa, intimorisce. La donna mi chiede se posso rimanere fino all’indomani per sentire il prete cantare.

Un luce nella Grande Chiesa

Protetto da un grande ombrello, incontro Pepe. Che cerca di consolarmi: ‘Mal tiempo por caminar‘. Rispondo che va bene così e, senza una ragione, ci abbracciamo.

Pepe

Scendo all’oceano, sfioro le onde, sento il vento portarmi via, guardo i cetáreas, grandi recinti oceanici dove venivano allevati crostacei: la marea li sommergeva, gli animali non potevano fuggire, erano un’economia dei pescatori di questo frammento di Galizia. Gente che sapeva trovare accordi con l’oceano.

Arrivo a Guarda e decido di continuare. Solo una cerveza in un ristorante di poca simpatia. Ho voglia di passare la frontiera. Mi accompagna un uomo, un grande, che, a passi lenti, va al cimitero e mi rassicura a ogni incrocio.

La lancia

La frontiera di acqua

Il traghetto ci sarà solo al tardo pomeriggio. Ma appare Felipe, ragazzo nei guai (fa in tempo a dirmi che non ha avuto padre e che ha fame): vuole andare sull’altra sponda, io gli offro un passaggio su una lancha, pago io per lui. E così mi rivela che fa contrabbando di castagne. Va a raccoglierle in Spagna e le rivende in Portogallo, dove, mi spiega, non ci sono. Ne ha una borsa piena. E’ nervoso, eccitato, eccessivo, incapace di stare fermo. Ha un che di canagliesco. Quando capisce che non può avere altro da me, se ne va. Mi aiuta a salire sulla banchina e mi dà la mano. Scappa via. Non rivedrò Felipe. Ho convinto anche due giapponesi a prendere la lancia. Cercano il treno per Porto, ma salutano come se ci fossimo conosciuti da sempre.

Caminha

Un sole improvviso, da primavera dolcissima, ha accompagnato la traversata della frontiera d’acqua, il fiume Minho scintilla al sole.

Ostello dei Pellegrini, lungo il fiume. Appare un mormone, o, almeno, mi appare tale. Hospitalero dell’Ohaio. Grande e grosso. Un orso americano. E’ il secondo anno che sta a Caminha. Mi ritrovo in una camerata sotterranea. Sotto l’asilo nido.

Lin, Hospitalero norteamericano

In cammino con Jacu

Arriva una ragazza francese in viaggio con il cane. Jagu si fa fotografare, ha l’aria perplessa dell’avventura in cui è stato trascinato.

Vado a mangiare spaghetti. Un cameriere giovanissimo e bello come Bradt Pitt mi tranquilizza: ‘Qui si mangia presto’. Un altro mondo rispetto alla Spagna. Niente tapas, sigh.

Adesso ho la guida, posso andare in cerca: José Saramago mi aspetta nella piazza di Caminha, possiamo camminare assieme. E così apprendo che il viaggiatore ha notato i merli mozarabici della Casa dos Pitas, la bellezza fortificata della Chiesa Madre (gotico, manuelino – faccio finta di sapere -, e rinascimentale). Mi stupisco sempre di fronte alla superbia del barocco dorato. Qui i cristi e le madonne sono disperati, sommersi dal dolore per l’umanità, sanguinanti. Come fanno a dare speranza a chi prega? Il viaggiatore fa in tempo a interrogarsi sulle ‘inquietudini del tempo’.

L’ostello, in mia assenza, si è riempito. Una donna di Ferrara ha cominciato il suo cammino. Ci sono tre ragazze slave e una coppia di portoghesi che si sono preparati una insalata colossale. I pellegrini si rinserrano negli ostelli.

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