Caminos.11/Pellegrino da due euro

Ciottoli beneauguranti

La ragazza è dispiaciuta, è vero. Allarga le braccia, si scusa, ma ‘senza credenziali, non si entra all’albergue di As Caminhas. E’ la regola’. Insomma, ingresso riservato ai pellegrini ufficiali. E gli sventurati con molta fede, ma senza documenti? E poi la ragazza deve chiedere (a un ragazzo in bicicletta): ‘O motivo del viaggio? Religioso culturale o altro?’. Il ragazzo risponde: ‘Spirituale’. ‘Non è previsto. Metto: altro’. Vorrei raccontare a lei le ragioni di questo mio andare, ma passerei, ai vostri occhi (e ai suoi), solo per maleducato. La faccenda della credenziale la risolvo con un’amabile impiegata della Croce Rossa (sono loro a gestire questo Albergue, a quanto capisco): due euro e compro una credenziale. Ecco, sono un pellegrino da due soldi. E per quale ragione viaggio? Che tentazione dirle…no, rispondo: ‘Culturale’. E lei è felice. Aggiungo: scrivo. E’ anche questo è, in parte, vero. Tutti contenti. A voi capire perché vado in giro a piedi. Me lo chiedo ogni dieci passi.

Il ponte Eiffel

Aggiungo per me: che stolto che sono, invece di passare il tempo a guardare le ragazze. E, comincio dalla fine, e ve lo dico subito: è stata una bella giornata, silenziosa, oceanica, un tempo magnifico, un sole scintillante, mi sono smarrito anche poco, ma allora perché è arrivata di botto una crisi di freddo (ho messo tutti i maglioni che avevo e mi sono rintanato sotto il sacco a pelo, avrei dovuto fare una doccia calda) e una crisi di malinconia? Sono andato a camminare al cimitero per farmela passare, ho chiamato amici cari per sentire la loro voce, alla fine ho ordinato il baccalà, ignorandone il prezzo e me lo sono goduto. Il freddo è passato, la malinconia no. E ne conosco anche le ragioni, senza doverle segnare su un questionario.

Adios, Vania

 

Ortolana per strada

Eppure, non c’era nemmeno la nebbia, questa mattina. Il cielo aspettava la sua meraviglia, il fiume  splendeva, ‘salute e felicità’, mi ha detto Josè, rigirandosi nelle coperte. Non mi è venuto dietro. Aveva altri giri da fare. Abbiamo fissato un incontro a Porto, se ci arrivo. Il portiere della Pousada de Juventud mi vede uscire senza un pequeño almoço e mi corre dietro: ‘Aspetta, due minuti’. E torna con un sacchetto con arancia, mela, madeleine, ciocoleche, marmellatine e pane. ‘Buen caminho’. Sì, è una bella giornata.

Oceano Compagno

 

Cammino sulla spiaggia

Cambio idea sul ponte Eiffel. Incoraggiato da ciottoli lasciati dai pellegrini, lo affronto. E capisco che non fa per me: vertigini, vertigini, vertigini. Posso scegliere: cadere nel fiume o farmi investire dai bus. Guardo a terra, chiudo gli occhi, il vuoto attrae, i suoi settecento metri di ferro sono un sobbalzo di paura. Ma ogni storia ha una sua fine. Arrivo sull’altra sponda, ignoro il cammino ufficiale e prendo per l’Oceano Compagno. So cosa mi accadrà, mi perderò. Ma non avevo immaginato una ortolana di strada che vede cavoli e zucche e chiacchiera con amabilità con gente del paese (mi sento a casa, a Matera, anzi a Piccianello). Ma non avevo immaginato una nidiata di ragazzini in tuta subacquea e tavole da surf. Sono bellissimi, zampettano come papere in un Oceano che non alza nemmeno uno sbuffo, ma li lascia imparare a galleggiare. Viva la scuola. Cammino sul bagnasciuga. Alla faccia della fatica. Faccio colazione seduto sulla sabbia. Prendo le passerelle lungo le dune. Mi perdo, allungo la strada, invado terreni privati, pineta solitaria, incontro due camminanti gringos anche loro alle prese con tracce che non ci sono, guadiamo assieme un torrentello e ci chiediamo come guadarlo, siamo su due sponde opposte, finisco in una cava e un uomo, alla guida di un escavatore colossale, mi guarda come se fossi un marziano, ferma la benna e mi fa grandi cenni di stare alla larga. Sto alla larga…

Guadare i fiumi del mare

 

Gabbiani

E arrivo ad Amorosa. La sua esistenza impensierirà gli archeologi dell’anno Tremila. Un condominio di case-vacanze. Con edifici immensi dedicati al fitness. Tutto ben chiuso dall’autunno. Ma i bar sono aperti, è tempo di una nata. E qui conosco E.: appartiene al popolo dei ‘pensionati’ italiani. Hanno trovato rifugio in Portogallo, sfuggono legalmente alle tassazioni italiane. E’ simpatico E.: mi dice che qui si mangia con quattro euro. Ha un cagnetto in collo. E poi si rabbuia: ‘Torneremo in Italia. Mia moglie ha un cancro. Vogliamo essere vicini…’. Ha un viso da messicano, E, due baffi zapateschi. Solo avere più soldi, si è messo in movimento un piccolo esercito di pensionati italiani? Soldi per cosa? ‘Gli affitti sono saliti alle stelle, non potrei vivere a Lisbona’, mi dice E. Vorrei chiederglielo: valeva la pena? Se fosse per l’Oceano, sì, credo di sì. Vorrei vederlo ogni mattina che mi alzo, vorrei morire davanti alle sue onde e ai suoi orizzonti, mai come davanti all’Atlantico capisci i navigatori. Cosa c’è laggiù?

E. mi saluta frettolosamente, come se avesse ricordato qualcosa, lo vedo scomparire in questo villaggio satellite che aspetta l’inverno. Cammino sulla spiaggia, rientro nella pineta, zigzago. E alla fine incontro Rosolina….era dietro a me, ho sentito i suoi passi, mi sono fermato ad aspettarla. Una donna con un grande cappello di paglia e una carriola gialla, dovevo farmi raggiungere…le devo anche chiedere del ponte. So che c’è il rio Neiva là davanti e devo andare in cerca del ponte.

Rosolina

Rosolina parla per dieci minuti buoni. A raffica, capisco solo che il figlio fa il carpentiere, che lei è stata a Santiago e a Fatima, che la figlia vive in quella casa laggiù e lei in quell’altra casa dietro a noi e che sta andando tagliare erba per gli animali. Non è poco. E il ponte? ‘Oltre quella estufa‘. Estufa? Serra, insomma….E il ponte sta lì davvero. Né Giulia, né Remo potevano saperlo: inaugurato a luglio di quest’anno, quando sono passati loro, due anni fa, non c’era ancora, stanno costruendo l’ecovia atlantica. Mica male questi portoghesi.

Il ponte sul rio Neiva

Le cipolle

Le donne dei campi

Le spiagge diventano distese di ciottoli, uomini soli stanno in macchina davanti all’Oceano: cosa aspettano? Praia de Guilheta, praia do Belinho…donne alla guida di trattori, donne dalle calze ruvide e i pantaloni in panno chine sui campi, una pezzuola in testa. Cavoli, rape, cipolle, radicchi…le piane retrodunali sono un solo, grande orto. Fertilissimo, così a occhio. Donne che spargono letame, donne che guardano ogni foglia, donne che sfidano gli insetti, donne grandi, dalle mascelle quadrate e i capelli nascosti, gli occhi scuri, gli abiti della fatica. Donne forti e stanchissime. Donne a culo all’aria, si chinano senza piegare le gambe, come le africane. Donne. Attraverso São Bartolomeu de mar, dove tutti sembrano fare i falegnami. Altre due donne nel primo bar che incontro: ancora una nata e una SuperBock. Se non fosse che l’albergue è a venti minuti di N13, strada troppo trafficata, qui stasera verrei a mangiare.

E poi il sole…

E poi il sole decide di illuminare, per il tempo del tramonto d’Oceano, la finestra della camerata. Non ce la faccio ad alzarmi, guardo la luce…

 

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