Caminos.12/’Todo es un circulo’

Il cammino di Esposende

Oggi, il vento. Vento oceanico. A volte gelido. Cappello e sciarpa. Poi il sole. Caldo, svestiamoci. Rivestiamoci. Il sudore congela sotto la maglia nera. Oggi, il vento. Alle spalle. Insomma, cerca di darmi mano, spinge i piedi. Potrei fare vela. Giorno di frontiera. Il viaggio sta arrivando alla sua prima conclusione. E io rallento: non voglio che finisca. Per quanti anni posso camminare? Giorno di frontiera: le nuvole grigie arrivano dal continente, l’oceano è affrescato di azzurro autunnale. I gabbiani sanno come fermarsi in volo. L’Oceano Compagno schiuma la sua terribile bellezza.

Ofir

I camminanti del tracciato ufficiali, finalmente, arrivano sul mare. Intuiscono cosa hanno perso (avranno visto altro): ne rimangono incantati e decidono che i loro passi vanno in accordo con le onde. Lungomare infinito e vuoto di Esposende. Nessuno in giro, come il primo giorno della creazione (o l’ultimo). Barche che rientrano in porto. Il rio Cávado, il ponte arrugginito. Due donne giapponese cercano di convincermi a tornare indietro. Ma io imbatto nella Casa do Filhadinos, che interpreto come Casa della Sfogliatella e mi regalo cafè, nata e un dolce all’arancia. Insieme a un uomo che legge il giornale. E’ elegante, grande, una cravatta, scarpe ben pulite, una giacca nera, occhiali. Credo che tutte le mattina venga qui a cercare le notizie, le storie, il tempo.

L’uomo che legge giornali alla Casa de Follhadinas

Vado per Ofir, a ritrovare l’Oceano Compagno in un giorno gelido. Provo per la spiaggia. Troppo freddo, i miei passi affondano, risalgo. Mi torna in mente una grande, una donna che stamattina stava seduta, prima dell’alba, sulla panchina di pietra davanti alla chiesa di As Marinhas. Quali erano i suoi pensieri?

Il faro di Esposende

Cammino. Cammino. Punto i piedi sul pavè. Sento le dita protestare. Non devio per la pineta, oggi non ho voglia di perdermi. Ho fame. Apúlia non è un paese inventato, è sgangherato, storto, quasi spezzato, ma per questo ha abitanti. C’è gente che vive qui, non è solo un luogo dell’estate. Mi piacerebbe fermarmi un po’. Ma oggi ho le fregole e cammino. Cammino.

Ginnastica

Dovrei mettere d’accordo Giulia con Josè. Giulia ce l’ha con le agricolture di questa terra. Dice che usano chimica. Ci sono decine e decine di serre e campi di cipolle, insalate e cavoli. Josè appare come per incanto. Per spiegarmi. Questa è campos masseiras, una forma di agricoltura unica al mondo. Esiste solo qui, da Estela a Navais, da Aguçadura a Póvoa de Varzim. I contadini lavorano con terra sterile, sabbiosa, retrodunale, ma ‘trasportano terra, humus, fertili detriti vegetali, alghe raccolte dal mare’, proteggono gli orti dal vento. Dice Josè: ‘Questi contadini sono come gli spaccapietre di scisto, come i costruttori dei terrazzamenti: in loro c’è la stessa pertinacia, la stessa necessità di mangiare, di mantenere i figli, di continuare la specie’. Furono i benedettini, nel XVIII secolo, a inventare questo modo di fare campagna. Devo dirlo a Paolo che allunghi il suo viaggio per monasteri…questa volta mi fido più di Josè che di Giulia. Non me ne volere.

Adelaide

Il piccolo mercato del pesce di Apúlia sta chiudendo. Rimane qualche polpo. Adelaide, donna che vende pesce, sta lavando i catini. E io scorgo, alle sue spalle, un altarino dedicato a Sant’Antonio. A lei posso dirlo: non vado da San Giacomo (che ce l’aveva con i Mori), vado dietro al saio francescano di Antonio (loro, i francescani, sono andati a parlare con il sultano) e se Antonio sa di pesce, meglio ancora. E così, con Adelaide, ci scambiamo indirizzi e promesse.

Lo tzigano

Ho fame. Il primo bar di Aguçadura è mio. Il bar del cacciatore. Con tanto di orologio buddista, affresco di lepri appese alla canna del fucile e uomini che giocano a carte, a Sueca. Alla svedese, insomma. Si risponde agli assi e ai colori, mi sembra di capire. Panino con prosciutto eccellente, birra, polpettine di baccalà. Non ci sarà sesso in questo andare (e questo è davvero una malinconia), ma il cibo non manca. Oste simpatico. Andiamo. Mi piaceva rimanere un altro po’ al bar del Cacciatore.

 

Passerelle

 

Oceano Compagno

E’ la volta di Juan. Perché non l’ho fotografato? Mi afferra l’impotenza quando commetto questi errori. Dovrò ricordarmi fino a quando potrò il suo volto rubizzo, i baffi bianchi, l’andatura sbilenca. Mi recita: Caminante, son tus huellas/el camino, y nada más;/caminante, no hay camino:/se hace camino al andar./Al andar se hace camino,/y al volver la vista atrás/se ve la senda que nunca/se ha de volver a pisar./Caminante, no hay camino,/sino estelas en la mar. Replico con Leopardi (giuro, sullo scudetto della Fiorentina): Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/E questa siepe, che da tanta parte/Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude/Ma sedendo e mirando, interminati/Spazi di là da quella e sovrumani/Silenzi, e profondissima quiete/Io nel pensier mi fingo; ove per poco/il cor non si spaura’.E poi Juan, argentino che vive in California, mi grida dietro: ‘Non temere, non c’è una direzione contraria, tutto è in cerchio, todo es un circulo, tutto in circolo, tutto torna…’. Oh, cazzo, come faccio a ritrovarti, Juan? E’ davvero accaduto questo incontro?

I camminanti spuntano come funghi

 

Giocare a bocce a Povoa, nello spiazzo a fianco dell’Arena de Toros

Amo i campanili, quando appaiono alla fine dell’orizzonte. Vuol dire che c’è un paese, che c’è un bar, che forse c’è un letto dove dormire. Sulla costa ci sono i mulini, senza le pale…

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Onore e applausi a chi si è inventato il nome di questo paese: A ver-o-mar. ‘A vedere il mare’, un nome così dolce, sorride Josè. In realtà, è diventato un groviglio di condomini sul mare. Però il nome riscatta la banalità dei palazzoni. Non mi accorgo di quanto entro in Povoa de Varzim, mi incanto a vedere giocare a bocce, perché non ho tempo? Ho in mente l’ostello ‘Sardine e amici’, lì voglio andare. E mi sbaglio: credo che Josè si intrometta, e mi fa sapere che è tutto pieno. Magia di un nome, immagino. Ma come se nessuno è in giro…? Tutto pieno, fidati, mi ripete Josè. ‘Vai all’Alberge Parroquial’. ‘No, dai, ieri sera non erano molto accoglienti’. Mi sbaglio per davvero, via principale di Povoa e c’è una ragazzina timida ad accogliermi e sono il solo ospite, ha l’aria gentile l’ostello, ben curata, attenta, non chiedono nemmeno denaro (solo donativo), felice di seguire l’ordine di Josè.

La spiaggia di Povoa de Varzim

Fatico a tirarmi su dal letto. Lo faccio. In tempo per far entrare due coetanei che arrivano dall’Australia. Oramai faccio l’hospitalero. Non sono più solo, arrivano anche due ragazze ceche. E offrono vino e olive. Ma io ho voglia di andare fuori. A vedere l’Oceano Compagno di notte. E, ricompensa, arrivo un momento tardi per il tramonto, ma il cielo si è arrossato in ordine perfetto di nuvole e di luce. E c’è la rotonda sul mare, un cameriere che vuole venire a Firenze, il filetto di pesce a sei euro e, finalmente, il caldo verte, qualcosa sto imparando. E due partite su due televisori diversi. Questa è la felicità? Come dice Lella? ‘È la felicità? Così breve? Così poca?’…’Da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado)’. Oggi va così, le ultime parole sono dedicate a due ragazze sarde che non rivedrò. E a Juan, che mi ha toccato l’anima.

Le ragazze ceche offrono nuovamente vino e olive. Divido la stanza con i due grandi australiani. Uno di loro viaggia con una macchina per l’ossigeno. Per tutta la notte sento il ronfare del suo respiro in un tubo.

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