Caminos.13/Pinto sta in rua da Alegria

Renzo e il suo carrello

Davanti all’Oceano Compagno ci separiamo. Renzo e il suo carrello, e Francesco e la sua passione per una squadra di basket di Usmate, se ne vanno per i loro cammini. Camminano da anni e anni. Camminano per arrivare. Hanno percorso tutti i cammini di Santiago. Media trenta chilometri al giorno. Non è mia storia, ma è stato piacevole, per una sera, avere qualcuno con cui bisticciare un po’. Con cui stare bene il tempo di una cena e di un sonno comune.

Oceano Compagno

Io vado a Sud. Porto è vicina. Porto è lontana. Giornata magnifica. Smagliante. La gente si spoglia. E’ un venerdì che appare una domenica. Il cammino è una passerella. Sento i miei passi cigolare sul legno umido della mattina. Compilo l’elenco delle praias che mi aspettano: das Pedras Brancas, do Funtão, daa Pedras de Corgo, Agudela, Marroco, de Memoria. Que viva Portugal. Il cammino è una passeggiata, l’Oceano Compagno ci prova a sollevare qualche onda per i ragazzi del surf.

Le barche dei pescatori di Angeiras

Praia dos Pescadores de Angeiras. Le barche sono a riva, gli strumenti della pesca asciugano al sole. Bandierine rosse e gialle sono come simboli buddisti dei pescatori. Uomini grandi, mani in tasca guardano l’orizzonte in silenzio. Il cammino è didattico: pannelli ci raccontano di ville romane, di fosse di pietra per trattenere il sale, di antiche conservazioni del pesce. Ci narrano di sottomarini tedeschi affondati a un passo dalla costa. Di gesta della storia portoghese. Che strano, si alza un obelisco della Memoria e quasi si allinea con decine di ciminiere di una raffineria di petrolio. Vi scandalizzo se vi dico: non ci stanno nemmeno male quei colossali serbatoi, quei camini altissimi, quell’acciaio industriale. Il cammino sfiora un’industria pesante, provano a convivere assieme. L’obelisco ricorda lo sbarco di Pedro IV e dei suoi settemila e cinquecento uomini in lotta contro l’assolutismo. Niente so di questa storia, ricopio con leggerezza dal pannello glorioso. E mi siedo per un tempo a guardare sbarcare i soldati di Pedro IV che guardano stupiti la foreste delle ciminiere. E’ quello il castello da conquistare?

L’obelisco della Memoria e le ciminiere di Motosinhos

 

Ponte mobile

 

In attesa che il ponte si richiuda

Uomini solitari azzardano piedi nell’acqua. La capela da Boa-Nova è stata costruita sugli scogli: perché non girano le chiese verso il mare? Lunghissimo, infinito lungomare di Motosinhos, in fondo è una altra città, saldata a Porto. Sono arrivato? No, ancora quattro ore e mezzo di cammino. In un giovedì che è domenica. Nonni con carrozzina, runner, giovani ragazzine in spolvero, surfisti dai fisici tosti, grandi che camminano con lento orgoglio, ragazzi con i selfies compulsivi, ragazzetta che fa le capriole. Mi sento un po’ alieno con questo zaino addosso. E’ bello, questo lungomare. Ma le donne, le madri, le mogli, le figlie dei cento e cinquantadue pescatori che morirono il 2 dicembre del 1947 durante una ‘tempesta feroce’ urlano ancora la loro disperazione. Il loro grido, il loro pianto, il loro dolore convive con i bambini che oscillano sull’altalena. Grazie a José João Brito, per questo monumento.

Il monumento alla tragedia del mare

 

L’uomo davanti al mare

 

Fotografarsi

Ponte mobile sul rio Leça, passa una grande nave, con tubi immensi e le paratie si alzano in verticale. Mi piacciono le navi, guardo i marinai, sono appoggiati ai parapetti. Mercato del pesce di Motosinhos. Solo donne dietro ai banchi. Una meraviglia. E, appena fuori, il bar O Electrico. Uomini in cravatta e altri con tute da meccanico. Vado lì. Non voglio arrivare. Massa con lavrera (no, non si scriverà così, non ho voglia di indagare): insomma, pasta, fagioli, salsiccia e cotiche. Piatto perfetto per il caminante. Sono felice. Non so quello che mi aspetta.

Mercato del pesce di Motosinhos

 

Una giornata al mare

 

Capriole

Mi aspetta un lungomare senza fine. Ma colmo di asadores  di sardine e polpi…mi inebrio del fumo, mi siedo ad assaporarlo, continuo a camminare, i chilometri non diminuiscono, perché scelgo di seguire la linea di costa, fino al fiume, fino al Douro, fino al cuore di Porto. Mi siedo spesso. Le gambe dolgono. Fitta alla chiappa sinistra. Non ora, non ora, ti prego. E’ proprio domenica. Adesso le spiagge sono quasi affollate. Ecco, l’estuario del Douro.

Foz del Douro

 

El Douro

Ecco, Porto, los azulejos delle case, le barche per turisti, la gente al sole, i pescatori, cammino con fatica, ma sento allegria. Una caminante è intenta a scrivere su un taccuino. Non ho voglia di arrivare, altra sosta, al Douro Chico, bar sgangherato sulla sponda del fiume. Polpettine al baccalà e birra SuperBock, oramai vado in automatico. C’è una statuetta di Sant’Antonio. Devo fotografarla, per mandarla a Fabio. E allora Ronaldo (ti chiami davvero così?), il barista, si toglie la giacca di pelle e…non ci posso credere: il braccio sinistro è tatuato con Antonio…avevo visto altri tatuaggi antoniani a Rotonda, questo è bellissimo, quasi un quadro barocco in una chiesa. Non so cosa pensare: mi piace che Antonio se ne vada a giro con Ronaldo e mi passi una birra…

Ronaldo e Antonio

 

Il bisogno di scrivere

Porto è il salita. Non ci sono più abituato. Arranco verso la stazione, il mio ostello sta lì. Sono stato anche previdente, ho prenotato. Maldido web, mai che si parli con qualcuno. Il ragazzo si scusa: non ci sono letti per me, mi aveva scritto….(telefonare, mai, verdad?). Mi accascio su un divano. Un minuto, mi rialzo, saluto le scuse del chico e vado in cerca. Altro ostello, chiuso. Altro ostello, pieno. Infine mi vede un meccanico, mi chiede e io non capisco. Dico: ‘Sono italiano’. Lui ride di gusto e mi fa segno di seguirlo. Entriamo in un bar: ‘Ecco, un compatriota’. Mi presenta Giovanni…barista a Porto. Non solo è italiano: è di Stigliano. Quasi quasi l’abbraccio. Mi ferma: ‘Sono andato via a nove anni, ho sempre vissuto a Milano, sono stato a Matera solo una volta in vita mia, avevamo una latteria in un paese della Brianza’. Parla molto, Giovanni. E io starei ad ascoltarlo se non avessi da trovare un letto. Giovanni esce dal bar e suona alla porta accanto. Albergo piccolo, scale a chiocciola, carta da parati con immagini di libri. E c’è Ana, che parla italiano. Una microstanza c’è…ecco, fuori dal mio bilancio, ma chissenefrega….doccia rannicchiata, una stanza, stanchezza, che faccio a Porto? Sono arrivato, e ora? Ci pensa ancora Giovanni: ‘Vai a mangiare da Murça. E’ ruspante’. L’italiano non lo hai dimenticato, Giovanni, verdad? Murça è tutto quello che vuoi dalla vita. Almeno stanotte. Cinque donne in cucina e Pinto che trottola fra i tavoli con i suoi settanta anni. Cinque euro e cinquanta, prezzo fisso, per vino, sopa, bacalhau alla Braga, nata…bevo una caraffa di vino, Giovanni mi raggiunge dopo aver chiuso il bar e mi parla di cucina giapponese. Non ci capisco più nulla. Dove sono?

Porto

Posso solo suggerirvi, è un passo fuori dal centro, andate da Murça. Solo ora mi accorgo che la sua rua si chiama da Alegria

(Alla televisione e nei messaggi di Gabriella: il Cile, il Libano, Barcellona….e il tremito dall’Umbria: incrocio le dita, se solo bastasse…c’è da darsi da fare. Credo che camminare non basti)

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