Caminos.14/Adios, Oceano Compagno

Perchè non prendere la metro?

L’Oceano mi ha regalato giorni di sole e adesso che lo abbandono se la prende: attira nuvole grigie, le allinea una sulle altre, azzarda piogge improvvise, aspetta che esca senza mantella e apre le porte del cielo. Porto si rannicchia, cambia scenario, si incupisce e trova un’altra bellezza disperata. E’ città dell’Atlantico. Mi metto la mantella e l’Oceano Compagno ordina alle nuvole di chiudere le loro falle. Hai ragione, ma il cammino punta sulle colline, io non so dove voglio arrivare, sono certo di non voler arrivare, ma camminare è una storia semplice. Priva di consapevolezze, un passo dopo l’altro, senza un desiderio, hai a che fare solo con il tuo corpo e il tuo borsellino. Un po’ di salute, un po’ di soldi e poi il tempo…forse si potrebbe camminare per sempre. Forse. Per evitare ogni pensiero. Che non sia la malinconia di lasciare alle tue spalle il rio Douro e il baccalà di Murça.

Adíos, Porto

La mostra dei pescatori di ArgudaAdios, Porto. Adios a Giovanni, uomo che ha lasciato la Lucania a nove anni, e al suo bar, adios a Guido che, improvviso, appare al mattino ricordandoci della Bolivia. Adios al ponte di Gustave Eiffel. E’ arrivata Daniela, adesso il viaggio non è più lo stesso. Cambia. E’ diverso. Le parole possono camminare anche con la voce. Sto cinque passi indietro. Niente metro, come ci suggeriscono: non è un’etica stolta del camminare, è che si perdono storie a salire sulle rotaie (se ne troverebbero altre, certo), ma non ci saremmo imbattuti, a Vila Nova de Gaia, in una magnifica mostra all’aria aperta dedicata ai pescatori di Arguda: sono foto sotto la pioggia, umide, bagnate, volti di uomini abituati alla pioggia e al sole. Foto come resilienza, come forza. I ritratti di questi uomini stanno lì, sotto l’acqua, e mostrano la loro bellezza. Se fossimo saliti sulla metro, non avremmo visto un cieco cercare di attraversare la strada sapendo dove mettere i piedi: lui sa dove andare in mezzo al suo terribile buio. E poi non avremmo letto, le poesie che sono state scritte sulla prima riga bianca di ogni passaggio pedonale (fatemi conoscere il sindaco di Vila de Gaia, voglio portarmelo in Italia). Vila de Gaia ha l’aria di un bel posto.

Trecento chilometri a Lisbona

Pietra che indica le distanze: trecento chilometri tondi a Lisbona. Fino a là?

Poesie sulle strisce
Poesie sulle strisce

 

Poesie sulle strisce

Non ero più abituato alle salite. Qui si sale con insistenza.  Fino allo scollinamento  di Santo Ovidio. Appaiono le frecce blu: ora so dove vorrei arrivare, a Fatima. Chissà perché? Solo per dirlo agli altri, in realtà…

Canelas: sosta. Ci vuole un bar in mezzo al mattino. Per birra e crocchette di baccalà. Ogni bar saltato, è un bar perduto.

In ricordo della prima scuola di Canelas

Cento metri di impennata, rua da Rampa: tanto per capire di aver sbagliato strada. Una salita per niente, ma ritroviamo i segni e le frecce. Bosco, finalmente. Eucalipti e sughere, muretti in granito: è la Serra de Negrelos, appaiono lastricati romani, continua a piovere. Vie deserte, come prima della guerra atomica. O come dopo la sua fine. Un camminante inglese, due camminanti slovene sorridenti e belle, camminiamo su un ostinato pavè. Non c’è nessuno, dove sono gli abitanti? Per fortuna incontro due operai al lavoro a ripulire le strade: lui mi racconta di essere stato manovale a Potenza. Anzi a Melfi: era fra chi ha costruito la Fiat. Poi una vita fra Germania e Spagna, prima di ritrovarsi a tagliare erba sulle strade di casa. Perosinho, case grigissime, un sola ragazza storta in giro…la costa oceanica aveva un’aria più opulenta, più ricca, più bella. Qui c’è altro, un’attesa, forse.

Lui ha costruito la Fiat di Melfi

 

Per Fatima

 

Serra de Negrolos

Tappa breve, alle due siamo già a Grijó. Appare anche Agnewska, una ornitologa polacca partita da Fatima. Coicidenze: noi conosciamo un’altra Agnewska e conosciamo un fotografo che ama gli uccelli a Varsavia. Siamo arrivati troppo presto: Augusto arriva solo dopo mezz’ora ad aprire l’albergue, umido e dimesso. Mi piace, stanzette con letti a castello. Sta in bilico fra la tristezza e il luogo dove nascondersi. Strani incrocchi per chiudere e aprire la porta. L’albergue è lasciato alle gestione gentile di Augusto e di Maria, che da mezzo secolo, ha cura anche della chiesa di Sant’Antonio. Panino al prosciutto al Cafè Central: la barista va a comprare il pane, uomini silenziosi ai tavoli. Insomma, non accade niente oggi…solo in tre all’albergue.

Maria mi registra

 

Cafè Central

 

Il cimitero e la fabbrica

Che strano luogo è Grijó: un’immenso monastero dall’aria austera e scura, di fronte sta un grande cimitero, le tombe sono addossate alle mura di una grande fabbrica senza ciminiere. Una fabbrica come si deve: con i tetti a seghetto come a Cardiff, scopro che è azienda leader per le corde da imballaggi. E se la cavano con reti, cordami, tessile sintetico. Fabbrica silenziosa, senza fumi, migliaia di balle bianche sistemate nei piazzali. Passeggio per il cimitero, con un occhio ai confini della fabbrica.

Pesce fritto e vinho verte. Una giornata normale. Accadono anche questi, ai camminanti.

Cognettti a Grijó

Dimenticavo: qualcuno ha lasciato ‘Le otto montagne’ sul tavolinetto dell’ingresso. Che belle sono le prime pagine di Cognetti. Voglia di portarmelo via. Non posso: più di un etto in più.

Lascio la cartina per Enzo…

Da Porto a Grijó
print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.