Caminos.15/Il cammino operaio, una rolls-royce e la casa per anziani

Una ruota di bicicletta per aureola

Troppa diversità fra il cammino dell’Oceano e questo andare sulle salite, leggere e insistenti, delle colline interne del Portogallo centrale. Josè non si vede da queste parti. Questo è un altro mondo, un’altra terra.  Più dimessa, più povera, meno esuberante, meno ambiziosa, quasi deserto (se si eccettua il traffico delle strade nazionali), immalinconita da un autunno di pioggia. Come se, lontano dall’Oceano, vi fosse una rassegnazione, una vita quotidiana senza tragedie e senza glorie. E’ un cammino operaio, fra cento fabbriche, fra i cartelli che annunciano zone industriali una dopo l’altra. Le guide del cammino sono reticenti su queste geografia. Un operaio mi guarda, scuote la testa e mi mette sotto il naso il suo cellulare: nuvole di pioggia per una settimana e più. Ecco, mille ragioni per smettere, per fermarsi, io non ho regole, sono arrivato a Porto, ho camminato per trecento chilometri. Non ho abiti tecnici, non bado ai miei muscoli. Cosa voglio dimostrare? Può bastare…(bastare a cosa?)

Santa Rita, l’uomo e il cane

E, invece, ti svegli al mattino e Agnewska è già in piedi. Sta già uscendo. Il cielo è grigio-topo. Aspetta che qualcuno apra la porta per cominciare a divertirsi. Per ingannarlo, proteggo lo zaino, in genere se faccio così, lui, il cielo, è clemente: per qualche minuto non se ne accorge, ma poi decide di darsi da fare e scatena la pioggia. Mantella, pantaloni da pioggia, ombrello e il corpo comincia a bollire. Una bella giornata, già. Lo dico subito: questo andare, oggi, è stato salvato dalla Real Junior, trattoria operaia, che ci soccorre prima che arrivi la tempesta. Giovane cameriera dolcissima (un’altra fotografia perduta, avrei voluto così tanto sapere di te), sette euro per sopa, riso e fagioli e pollo asado sul fuoco. E flan per concludere. Birra. Non vogliamo più muoverci da qui. E, ancora una volta, ci siamo mossi. Come sempre.

 

La churrasqueira Real Junior si è svuotata, operai e manovali sono tornati al lavoro

 

Le case degli operai

 

Le case degli operai

 

Le case degli operai

Al mattino presto, los azulejos della piccola cappella di Santa Rita. E una vecchia barista devota alla santa. Un uomo solitario con un cagnetto. Ci parla in francese. Ha lavorato in Svizzera e ora, dice, ‘lavorano gli altri’. E’ tornato a casa, dopo anni lontano. Il paesaggio, forse colpa della pioggia, è triste, tristissimo. Non amavamo gli operai? Ecco, fabbriche (materiali plastici, tessuti, meccanica…), questa è una dorsale industriale. Passano camion su camion. Sorgono condomini e caseggiati. Colori slavati. Palazzi senza un tentativo di fantasia. Dormitori. E qualche villette dall’aria a volte pretenziosa. Non abbandoniamo mai l’asfalto. Le frecce blu di Fatima ci guidano. Non facciamo altro che salire, non c’è mai una discesa. I condomini non cercano di essere paese, sono squadrati, malinconici, non c’è nessuno in giro. Anche le fabbriche sembrano abbandonate. In realtà, vibrano. Non hanno finestre.

Il meccanico José

Però appare Josè, meccanico folletto dalle mani nere di morchia: ha l’aria allegra e ci consiglia di tirare dritto: ‘Non seguite le frecce, vi fanno allungare’. E’ uscito dalla sua officina solo per metterci sull’avviso.

La Rolls-Royce

E poi, parcheggiata, come se niente fosse, c’è una rolls-royce bianco-latte. Come è possibile? In un crinale di case dall’aria dimessa, appare il più fantastico e inarrivabile oggetto del lusso. E’ bellissima, la Rolls, perché non ha la strafottenza della ricchezza esibita.

Raccogliere cavoli

 

Camminare sulla Nazionale

E poi cos’altro succede? Già, calpestiamo il selciato di una strada romana. Consoliamoci. Grandi, i romani: le loro massicciate hanno retto duemila anni. Infine i paesi: lasciato alle spalle Lourosa e Vergada, c’è Malaposta, fiera del suo nome. Poi oltre due chilometri di strada nazionale con i camion che cercano di spintonarci. Inutile dire che piove, piove, piove…Arrifana vuole mostrarci un frammento di antico Portogallo, una piazza, il pavè, una croce, due donne che parlano, una chiesta di azulejos. E’ un momento: ecco le vecchie fabbriche di São João de Madeira. Ciminiere dismesse in fila: vecchia fabbriche di cappelli, di scarpe, un immenso monumento in rovina alla meccanica. L’era industriale è finita. Mi ricorda Prato. Qualcuno, sul muro della fabbrica, ha graffito, come se fosse un incisione fantasma, volti di uomini.

Le vecchie fabbriche

 

L’uomo fantasma inciso sul muro

 

Santa Casa da Misericordia. Baruffiamo, la tentazione dell’hotel. Per asciugarci, le docce calde. No, immusoniti, verso l’ospizio. E’ il posto adatto ai miei anni, al senso perduto dei miei anni, della vita sprecata, ultimo rifugio per anziani, ospedale di riabilitazione, di attenzione. Ha l’aria della angoscia confortevole. E così sono passati dai ragazzi saltellanti dei cammini galiziani agli uomini e alle donne alla fine del loro tempo. Le stanze di accoglienza per i camminanti sono nel piano interrato. Materassi per terra, infermiere che ci spiegano di docce e bagni, vere lenzuola. Ci si accampa. Fuggiamo da una stanza dove già si trovano quattro italiani. E troviamo ospitalità nello stanzone dove Lorenzo (napoletano, precisa, e ha un cenno di attenzione quando gli spieghiamo che siamo di Matera – bugia, la nostra), Monica e il suo compagno stirano, con cura, i loro muscoli. Che situazione buffa: cinque materassi per terra, una decina di sedie altezzose alle pareti (come se aspettassero un incontro), i nostri vestiti bagnati disseminati ovunque, vecchie coperte per la notte e infermiere che vanno in su e in giù per i corridoi. Lorenzo apre, con un coltello, una bottiglia di vino. E’ allegro, ci racconta di Morricone e dei Pink Floyd. Lui monta palchi, gioca con le luci, sa di audio. E’ stato a Matera per il Capodanno, eravamo nella stessa piazza, ad ascoltare Edoardo Vianello. Lui sul palco delle luci…è tempo di spegnerle, questi luci…

Cammino ancora?

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