Caminos.18/Malmostoso day

Una zucca all’alba, dopo la notte di Halloween

Malmostoso.

Costanza usava spesso quest’aggettivo. Con il significato di ‘storto’, e anche un po’ ‘triste’. Insomma, ‘qualcosa non va’. Un malumore. Capita, a volte capita spesso. A volte più raramente, ma accade. Scrivo alle una e quarantasette della notte. Fuori dal dormitorio (molto caserma, questa notte) la pioggia si è fatta violenza, passa a scrosci potenti e scuri. Le cateratte del cielo notturno. Le colline del Portogallo centrale sono un mondo sommerso. E’ la giornata passata a essere stata malmostosa. Una giornata rovescia. Se avessi una connessione andrei a controllare la correttezza di ‘malmostoso’: il correttore di word mi rassicura, conosce questa parola che immaginavo fosse una invenzione di Costanza.

Le ciminiere diventano monumenti della fabbrica che non c’è più

 

Stanchi. Forse stanchissimi. Nervosi. Troppi chilometri. Oltre quarantamila passi. Eppure, devo dirlo subito, durante il giorno (viva) non ha (quasi) piovuto. Via perfino la giacca, la terra bagnata è anche attraversata da aria calda. Bagnati e accaldati. Sudati. Sento la mia puzza muoversi nell’aria umida.

Eppure, al mattino, il sorriso della ragazza gringa dalle gambe lunghissime  era stato incoraggiante. Mangiava peperoni all’alba. E un gioco di cartelli indicava le distanze: cento e ventitré chilometri a Fatima. Trecento e dodici a Santiago. A un certo punto, si abbandonano i principi qualitativi e si diventa quantitativi.

Le mille case abbandonate

Primo novembre. I paesi (Aguade de Baixo, Avelas da Caminho…) sono stati colpiti da un’epidemia. E’ davvero passata, senza lasciare rovine, la guerra atomica. Non si muove una sola anima per queste colline. Va bene, è giorno di dolore e festa dal lavoro, ma almeno un cristiano per strada dovrebbe esserci. E, invece, no, nessun cenno di vita.

Dove sono tutti?

Come sempre, questa è una mezza bugia: al bel caffè-panetteria (sono molti i caffè-panetteria) la gente di Agueda, c’è. I portoghesi amano la colazione al bar, cafè con leche y pão y mantequa. Oggi, primo di novembre, i luoghi degli umani sono i bar e i cimiteri, il resto del paesaggio è abbandonato. Dovrei ritrovare Josè, so che è passato di qui, ma lo conosco, si è rintanato dietro i vetri di una finestra, stanco di pioggia anche lui. Anche se non è tipo da farsi intimorire dagli scrosci. A differenza di me, lui ama il freddo. E’ che io sono troppo svigorito per andare a cercarlo.

Il cammino

Le fabbriche sono chiuse. E silenti. Nemmeno un guardiano. Anche i cani sembrano aver disertato. Strano effetto, sfiorare capannoni industriali senza ascoltare nemmeno il fruscio di un qualche ingranaggio meccanico. Il mondo si è fermato. Ad Agueda de Baixo, alcune voci cantate escono dalla chiesa. Una donna grande è dietro il bancone di un bar: mi regalo pão e fiambre. Lei non dice una parola. Oggi non ho voglia nemmeno di foto.

Striscia di piccole case di campagna. Un’altra donna spinge un carretto: raccoglie rifiuti utili, ferro e plastiche, due bambini arruffati e ben sporchi zampettano attorno a lei, un terzo è in una culla fra i rottami. Hanno l’aria allegra, nonostante tutto. Danno un po’ di vita.

Devo guardare la cartina per capire dove siamo passati. Non ne ho ricordi. Guardo per terra, i colori dell’asfalto e le pietre a pavè dei marciapiedi. Se alzo la testa, incrocio grandi case abbandonate. Le case nuove sono cubiste. Nemmeno una finestra aperta, serrande tirate giù. Ma so che da giorni guardo più per terra che per aria.

Il circolo culturale di Affaloas

Ad Affaloas c’è un circolo ‘culturale’ aperto. Tre grandi sono seduti ai tavoli, due leggono il giornale, un terzo guarda la televisione. Sande con bifana. Ad Anadia, una donna attraversa, con dolorosa fatica, un passaggio pedonale. Sta andando in chiesa. Con il braccio ci suggerisce di fermarci. Forse sarebbe stato saggio darle retta.

La donna che attraversa la strada ad Anadia

 

Solo un cagnetto…

Un cane minuscolo è seduto in mezzo alla strada. Nemmeno le macchine viaggiano in questo primo novembre. Si scansa di lato quando ci passo accanto.

Apparizione

Uno scalpiccio alle nostre spalle. Umani? Forse extraterrestri. Una processione di trenta persone. Forse sono i salvati dalle radiazioni. In questa giornata hanno un’aria inquietante. Quattro uomini vestiti con mantelle rosse guidano la marcia, il canto è tetro, dietro a loro uomini e donne con gli ombrelli aperti, anche se non piove.

Cimitero di Anadia

Stanno andando al cimitero. Ecco, dove sono tutti! La gente di Anadia è qui. Il cimitero è come un mercato. Ha perfino un’aria quasi allegra. Almeno è sfavillante di fiori e si chiacchiera fra le tombe. Fuori ci sono i mercanti di luci funebri.

Anadia ha una sorta di città-satellite. Moderna, linda, perfettina. C’è un cineteatro (solo film di mostri e guerre stellari), il palazzo del comune e dieci campi di calcio. Nemmeno un’anima, nemmeno il volo di un piccione. I corpi devono essersi vaporizzati. Il genere umano si è dissipato, avrebbe scritto Morselli.

Le vigne da Bairrada

 

Imbocchiamo un marciapiede rosa, tentativo di dare un colore alla giornata. Siamo arrivati: googlemaps vuole smentirci. si è inchiodato su ‘mancano due chilometri e settecento metri’. Come un paese lucano, Senadelo sembra allontanarsi quando ci avviciniamo. Umore sotto le suole delle scarpe. Il paesaggio si fa verde cupo. Qualche olivo inscurito, qualche foglia rossastra, le vigne della Bairrada, grande vino (ecco, un fremito vitale), e poi l’inevitabile passaggio per un bosco di eucalipti.

Strada infinita

Non è finita. L’albergue è una sorta di dormitorio-motel alle spalle di un ristorante. Sulla rotta della Nazionale EN-1, asse stradale del Portogallo. L’hospitalera, rassegnata dalla giornata malmostosa, ha chiuso ogni porta e se ne è già andata. Dove? ‘In città’. Ring the bell, c’è scritto sulla porta. Se solo ci fosse un campanello. C’è un numero di telefono. Risponde, in italiano incerto, un uomo. Cercherà di rimediare. E rimedia…

Attenzione Pellegrini

L’hospitalera arriva dopo un bel po’. Brusca, di animo nero, interrotta in qualcosa che voleva fare, sbrigativa. Apre la porta di un lungo stanzone. Prende documenti e credenziali. ‘Le docce sono di là’. E se ne va. ‘Chiudete la porta se andate a mangiare’. I lenzuoli (ci sono i lenzuoli, una buona notizia) sono umidi. C’è il bollitore per il caffè. Il wi-fi non funziona.

C’è un riscatto serale a questa giornata malmostosa. C’è (quasi) sempre un riscatto: il vecchio ristorante O Tipico è sull’angolo della strada.  Ristorante dai prezzi alti per il Portogallo. Ma ci vuole, stasera ci vuole. Ha l’aria giusta, quella del luogo da borghesia rurale. Cameriere di famiglie contadine, con reggiseni solidi e i capelli acconciati dalla parrucchiera, una grande donna, ingobbita dagli anni dietro la cassa, a fare i conti. Pane e burro e quesijto per stuzzicare. E due ragazzi, giovani e allegri, a badare ai tempi dell’arrosto di leitão. Già, qua la specialità è il povero (e buonissimo) lattonzolo di porco. Se siete carnivori, ve lo consiglio, vi consiglio O Tipico. Risolleva tutte le giornate malmostose. Merita una piccola bottiglia di Bairrada. Eccellente. E poi caldo di gallina per ri/cominciare (risolleva il corpo e l’anima). E salada di frutta per addolcire. Questa volta non si arriva alla felicità, ma almeno lo spirito si rasserena e i pensieri foschi si accucciano. Per un po’, per un frammento di un po’.

Lenzuolo, sacco a pelo e coperta. E fuori la pioggia imperversa. Ma sono appena le due e trentotto della notte (del mattino?). Un’ora a scrivere, a letto, questo inutile diario.

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.